Attività fisica

 


L’attività fisica è fondamentale quando si entra nella terza età

L’allenamento fisico è fondamentale per coloro che si apprestano ad entrare nella terza età. Infatti, uno studio dei ricercatori del Texas Health Presbyterian Hospital e della University of Texas Southwestern Medical Center di Dallas (Stati Uniti) pubblicato sulla rivista Circulation ha mostrato come l’esercizio fisico, eseguito in modo corretto e sotto i 65 anni, quando il cuore ha ancora una certa plasticità, può combattere i danni cardiaci dovuti all’invecchiamento.

La ricerca è stata svolta su un campione di 61 persone tra i 45 e i 64 anni in buona salute che conducevano una vita sedentaria. I soggetti sono stati suddivisi in due gruppi, ai quali sono stati affidati rispettivamente lo svolgimento di esercizi fisici moderati oppure di yoga ed equilibrio. Al termine dell’esperimento, durato due anni, gli individui del primo gruppo hanno mostrato un sensibile miglioramento delle condizioni del muscolo cardiaco rispetto a coloro i quali avevano praticato yoga.

Uno studio precedente, effettuato dallo stesso gruppo di scienziati, aveva evidenziato che due sole sessioni di attività fisica alla settimana non erano sufficienti per invertire i danni che la sedentarietà ha sul cuore. Invece, quattro o cinque sessioni settimanali, della durata di mezz’ora ciascuna, hanno determinato un miglioramento di oltre il 25{5e7528207bbabd3d97c131453c4493725b8ac512835c5dbaca13fa301ec2884e} dell’elasticità del ventricolo sinistro, il quale pompa il sangue ricco di ossigeno a tutto l’organismo.

Il coordinatore dell’indagine, Benjamin D. Levine, ha spiegato come una vita sedentaria porta all’irrigidimento di quell’area del cuore, aumentando il rischio di insufficienza cardiaca. Il ricercatore americano ha affermato come questo esercizio dovrebbe costituire parte integrante della vita, proprio come farsi una doccia o lavarsi i denti.



curcuma

 


Curcuma, migliora la memoria e riduce i disturbi depressivi

Chi credeva che l’unico modo per combattere la depressione fosse attraverso dosi di potenti farmaci, potrebbe essere costretto a ricredersi. Uno studio effettuato dai ricercatori dell’Università della California di Los Angeles e pubblicato sulla rivista American Journal of Geriatric Psychiatry ha dimostrato che l’assunzione di curcuma ha notevoli effetti benefici sull’organismo e in particolare sulle cellule cerebrali.

Per la ricerca sono stati selezionati adulti di età tra i 51 e gli 84 anni, i quali mostravano solo in qualche caso leggeri sintomi di depressione. Gli individui sono stati suddivisi in 2 gruppi, ai quali è stato chiesto di assumere quotidianamente per 18 mesi due porzioni di curcumina da 90 milligrammi, oppure un placebo. Il monitoraggio è stato effettuato sia per mezzo di test della memoria prima, durante, e al termine dello studio, che tramite l’esame Pet (tomografia a emissione di positroni).

I risultati hanno mostrato un miglioramento delle prestazioni mnemoniche e della concentrazione pari al 28{5e7528207bbabd3d97c131453c4493725b8ac512835c5dbaca13fa301ec2884e} in 18 mesi nelle persone appartenenti al primo gruppo. Ma le proprietà di questa spezia ormai ampiamente diffusa in Occidente non finiscono qui. La curcuma è stata infatti paragonata anche ad un antidepressivo, in grado di migliorare l’umore, ridurre l’ansia e i sintomi della depressione. Inoltre, i suoi effetti potrebbero estendersi anche alla protezione delle cellule cerebrali, al fine di prevenire malattie neurodegenerative quali l’Alzheimer.

Come affermato dal direttore dello studio americano Gary W. Small, sebbene non sia ancora chiaro in che modo la curcuma eserciti i suoi effetti, nel corso degli anni i suoi benefici (in gran parte appunto scientificamente dimostrati) potrebbero essere considerevoli, fornendo un nuovo potenziale alleato al nostro cervello.



 


Il tè caldo fa bene? Sì ma senza esagerare

È noto che bere del buon tè caldo ha notevoli benefici per la salute, ma esagerare non va bene. L’assunzione frequente di tè bollente potrebbe, infatti, aumentare fino a cinque volte il rischio di tumore all’esofago tra le persone che fumano e consumano troppi alcolici.

Ad affermarlo una ricerca pubblicata sulla rivista Annals of Internal Medicine dagli scienziati cinesi della National Natural Science Foundation of China e del National Key Research and Development Program, secondo cui l’incidenza di questo tumore sarebbe particolarmente elevata fra la popolazione maschile della Cina, dove sono numerosi gli uomini che bevono tè caldo e consumano prodotti del tabacco e molte bevande alcoliche.

Gli autori hanno monitorato per 9 anni lo stato di salute di circa 450,000 persone di età compresa fra 30 e 79 anni. L’indagine ha permesso d’individuare l’esistenza di un’associazione tra l’assunzione regolare di tè caldo, il consumo frequente ed eccessivo di alcol, il fumo e il rischio di tumore esofageo. In particolare, è emerso che i partecipanti che fumavano e bevevano spesso tè bollente e alcolici correvano un pericolo cinque volte maggiore di sviluppare questa malattia rispetto ai volontari che non lo facevano.

È importante però sottolineare che le probabilità d’incorrere nel tumore all’esofago non risultavano elevate tra i soggetti che bevevano il tè caldo, ma non avevano l’abitudine di fumare o consumare troppe bevande alcoliche. Pertanto, il problema dell’assunzione di tè a temperature troppo elevate riguarda maggiormente chi fuma e/o tende a bere spesso alcolici.



nonni e nipoti

 


Nonni e nipoti: l’eccessiva indulgenza rappresenta un pericolo per la salute dei piccoli

Uno studio pubblicato sulla rivista Plos One da un gruppo di ricercatori britannici rivela che nonni troppo indulgenti possono nuocere alla salute dei nipoti.

Lo evidenziano i ricercatori dell’Università di Glasgow, secondo cui la tendenza a viziare i nipotini a lungo potrebbe finire per danneggiarli. A quanto pare, infatti, spesso i nonni nutrirebbero i bambini con alimenti poco salutari e permetterebbero loro di trascorrere molto tempo davanti alla tv, senza praticare attività fisica. Inoltre, sarebbero meno attenti dei genitori a fumare in presenza dei piccoli. Gli esperti sottolineano che tutti questi fattori, rappresentano un pericolo per i nipoti, aumentando il rischio che una volta divenuti adulti i nipoti sviluppino diverse malattie, compresi tumori, cardiopatie e diabete.

Nel corso della ricerca, sono stati analizzati i risultati di 56 studi condotti in 18 paesi diversi, che avevano esaminato l’assistenza e le cure fornite dai nonni ai nipoti. Al termine dell’indagine, è emerso che in molti casi le abitudini dei nonni potrebbero influenzare negativamente la salute dei piccoli.

Gli autori osservano che finora la ricerca si è concentrata principalmente sul ruolo svolto dai genitori, tralasciando l’analisi del potenziale effetto di chi, come i nonni, si prende spesso cura dei piccoli. Si tratta, invece, di un aspetto da non trascurare, anche perché molti comportamenti che verranno adottati per il resto della vita, nella maggior parte dei casi, vengono appresi fin dalla tenera età dai membri della propria famiglia.

Gli studiosi evidenziano infine che i rischi associati al comportamento dei nonni sono comunque involontari e che sotto molti altri aspetti il tempo trascorso con i nonni ha un effetto benefico per i bambini, perché ne migliorano il benessere sociale ed emotivo, per cui sarebbe sbagliato limitare il tempo che trascorrono insieme ma semplicemente “correggere” gli eventuali errori dei nonni.



apnee

 


Apnee notturne, una sindrome sempre più diffusa che danneggia la salute

Un recente studio ha permesso di scoprire che la sindrome delle apnee ostruttive nel sonno (Osas) è molto diffusa e i numeri delle persone colpite sono paragonabili a quelli che riguardano il diabete.

Secondo la ricerca, durata due anni (2016-2017), ed effettuata sulla più ampia popolazione italiana mai studiata per questa patologia – 11mila autotrasportatori italiani maschi – sarebbe soprattutto la popolazione maschile tra i 40 e i 70 anni ad essere colpita e si stima che circa 6 milioni di uomini in età lavorativa siano affetti da Osas.
Rifacendosi ad uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine, gli esperti hanno anche stimato che anche il 2{5e7528207bbabd3d97c131453c4493725b8ac512835c5dbaca13fa301ec2884e} delle donne tra 30 e 60 anni ne soffre e che con l’inizio della menopausa il gentilsesso tende ad esserne ancora più esposto.

Alcuni sintomi come sonnolenza diurna o russamento associati alle apnee notturne sono spesso imputati ad una semplice nottataccia per questo l’Osas risulta una malattia subdola e difficile da riconoscere. Loreta Di Michele – pneumologa affiliata all’ospedale San Camillo di Roma – sottolinea che il sintomo frequente del disturbo da apnee notturne è la necessità di urinare durante la notte: il cuore, in conseguenza delle ripetute apnee, produce un ormone diuretico responsabile della nicturia spesso attribuita a problemi di prostata. Altri sintomi sono la cefalea mattutina, che solitamente passa entro un’ora dal risveglio, e la bocca asciutta.
Un altro aspetto importante dell’Osas è la sua associazione alle più comuni patologie croniche, come obesità, sindrome metabolica, diabete, infarto, ictus, ed insufficienza respiratoria.

Le terapie utilizzate per controllare questo disturbo sono numerose: il Cpap, dispositivo a pressione positiva, la chirurgia otorinolaringoiatrica, la terapia con Mad (Dispositivo di avanzamento mandibolare) o ancora terapie posizionali e dimagrimento quando necessario. Molte sono anche le ricerche sperimentali che stanno via via rivelando come questo disturbo possa riguardare non solo problematiche anatomiche – come il collasso delle alte vie respiratorie che determina la chiusura del passaggio dell’aria – ma anche meccanismi neurofisiopatologici e muscolari. “Per questo motivo” – afferma Loreta Di Michele – “è necessaria la fenotipizzazione del paziente, un’indagine approfondita che ci dica qual è il meccanismo o i meccanismi determinanti dell’evento ostruttivo così da trattare la malattia nel miglior modo possibile”.



alimentazione

 


Sana alimentazione: quale pesce acquistare

Nelle linee guida per una sana alimentazione si raccomanda di mangiare almeno due porzioni di pesce alla settimana. E’ bene sottolineare però che una qualità non vale l’altra ed è molto importante sapere quali pesci siano i più ricchi di grassi che giovano alla salute.

Sono spesso raccomandati infatti le specie piene di grassi ma ricchi di omega 3, come il salmone, il tonno, lo sgombro e le aringhe. Come è ormai noto però altri esemplari, più grossi e selvaggi, ingeriscono molti inquinanti gravemente dannosi alla salute umana, tra cui il mercurio e i policlorobifenili, e per questo si raccomanda a anche di alternare con molta attenzione il consumo delle specie a rischio con quelle meno a rischio, soprattutto nei bambini e donne in gravidanza.
Il salmone può essere acquistato sia selvaggio che di allevamento, anche se quest’ultimo può essere più ricco di grassi saturi che di vitamine; una specie consigliata in allevamento è invece la trota iridea, meno a rischio di contaminazioni da inquinanti. Lo sgombro è pieno di grassi, ma considerati “buoni”ed è associato all’abbassamento della pressione arteriosa e a una minore aterosclerosi.

Altri tipi di pesce raccomandati sono le sardine, ricche di vitamine e spesso consumate con pelle e lische rendendole più nutrienti; altra specie ricca di nutrienti ma povera di grassi è il merluzzo, contenente fosforo, proteine, e vitamine B3 e B12, come è anche povera di grassi (solo 2 grammi) la tilapia, molto ricca di proteine. A chi invece volesse un’alternativa più delicata rispetto alle altre è solitamente consigliato il pesce persico.



pressione

 


Il ruolo della pelle nel controllo della pressione arteriosa

Secondo una ricerca degli scienziati dell’Università di Cambridge (Regno Unito) e del Karolinska Institute di Solna (Svezia) pubblicata sulla rivista eLife, in organismi con scarsa presenza di ossigeno la pelle avrebbe un ruolo nel regolare la pressione sanguigna e la frequenza cardiaca. Inoltre la scoperta potrebbe anche essere collegata al rischio di sviluppo di ipertensione per il modo in cui l’organismo segnali il bisogno di ossigeno.

Quando infatti un tessuto riceve poco ossigeno – come nei casi in cui si è esposti a inquinamento, fumo o si è ad alta quota o obesi, subentra un aumento del flusso di sangue diretto ad esso, controllato dalle proteine Hif. Per verificare l’effettivo ruolo della pelle in questi casi i ricercatori hanno riprogrammato geneticamente dei topi in modo tale che delle specifiche proteine Hif (Hif-1 alfa e Hif-2 alfa) non venissero prodotte dalla loro pelle. In seguito hanno messo i topi insieme ad altri normali in un ambiente con scarsa quantità di ossigeno.
Alla fine dell’esperimento hanno notato che la risposta alla grande mancanza di ossigeno era diversa nei due gruppi di topi. In quelli privi delle proteine Hif l’esperimento ha contribuito al cambiamento della frequenza cardiaca e pressione sanguigna, oltre che alla temperatura cutanea e ai livelli generali di attività dei piccoli organismi.

Si è anche visto che la risposta dei topi normali alla mancanza di ossigeno era comunque più complessa di quanto si pensasse. Infatti nei primi dieci minuti dell’esperimento la frequenza cardiaca e la pressione dei normali non sono cambiate, ma nelle 36 ore successive sono cominciate a scendere. Circa 48 ore dopo i parametri sono tornati alla normalità. Nei topi senza le proteine Hif i parametri temporali di inizio e fine del processo sono risultati significativamente diversi. Questa diversità fa pensare agli esperti sul fatto che la pelle abbia effettivamente un ruolo importante nel controllo della pressione sanguigna in casi di scarsità di ossigeno.

Andrew Cowburn, che ha diretto lo studio, spiega come la bassa presenza – prolungata o temporanea – di ossigeno è una condizione molto comune dovuta a fattori ambientali e fisici, e questi risultati danno una buona ragione di pensare che questo abbia un effetto significativo sul modo in cui il cuore pompa il sangue nell’organismo. La speranza dei ricercatori è che da questo studio si possa comprendere meglio come questi processi possano influenzare o essere causa dell’incremento del rischio di ipertensione.



stress

 


Colorare riduce lo stress

In uno studio condotto dai ricercatori della Drexel University di Philadelphia (Usa) e pubblicato sulla rivista Canadian Art Therapy Association Journal sostengono che la pratica di colorare i libri appositi sia benefica per l’umore e aiuti ad alleviare lo stress, e dicono l’arteterapia lo faccia anche meglio.

I ricercatori hanno sottoposto 36 volontari di età tra i 19 e i 67 anni a due test di 40 minuti ciascuno: in uno sono stati lasciati da soli a colorare dei disegni, nell’altro sono stati posti in una seduta di arteterapia assistiti da un terapeuta dell’arte nella creazione di un’opera artistica a loro scelta, dal semplice colorare al disegno o al lavoro con la plastilina.
Gli studiosi hanno constatato lo stato d’animo e il livello di stress dei volontari prima e dopo entrambi gli esperimenti. Alla fine dell’indagine entrambe le prove avevano diminuito i livelli di stress, il primo del 10{5e7528207bbabd3d97c131453c4493725b8ac512835c5dbaca13fa301ec2884e}, l’arteterapia del 14{5e7528207bbabd3d97c131453c4493725b8ac512835c5dbaca13fa301ec2884e}. I sentimenti negativi invece sono diminuiti del 7{5e7528207bbabd3d97c131453c4493725b8ac512835c5dbaca13fa301ec2884e} dopo l’esercizio che richiedeva solo di colorare, e del 6{5e7528207bbabd3d97c131453c4493725b8ac512835c5dbaca13fa301ec2884e} dopo l’arteterapia.

Nonostante queste osservazioni però gli studiosi precisano di non aver rilevato altri cambiamenti significativi per quanto riguarda l’esercizio di colorazione del disegno, a differenza dell’arteterapia che ha aumentato l’auto-efficacia, (cioè la consapevolezza di poter svolgere determinate attività) del 7{5e7528207bbabd3d97c131453c4493725b8ac512835c5dbaca13fa301ec2884e}, l’operato creativo del 4{5e7528207bbabd3d97c131453c4493725b8ac512835c5dbaca13fa301ec2884e} e i sentimenti positivi addirittura del 25{5e7528207bbabd3d97c131453c4493725b8ac512835c5dbaca13fa301ec2884e}.

Se ne deduce che anche se colorare aiuta a ridurre lo stress e i sentimenti negativi, non sarebbe però in grado di generare sentimenti positivi, perché – come spiega la direttrice dello studio Girija Kaimal – essendo un’attività strutturata, non offre ulteriori possibilità d’espressione creativa, di scoperta ed esplorazione che gli autori hanno associato al miglioramento dell’umore e che si riscontrano nell’arteterapia.