cuore

 


Mangiare troppa liquirizia può danneggiare il cuore

Golosi di liquirizia state all’erta: un consumo eccessivo può mandare in tilt il ritmo del cuore. A lanciare l’avvertimento è l’FDA, Food and Drug Administration, l’ente statunitense che si occupa della regolamentazione nei settori alimentare e farmaceutico.

Sebbene gli esperti consiglino di non fare un’overdose di liquirizia indipendentemente dall’età, a prestare maggiore attenzione dovrebbero essere gli over 40: il consumo di 57 grammi di liquirizia al giorno per almeno due settimane potrebbe addirittura costringerli a cure sanitarie. In caso di aritmia e debolezza muscolare, è consigliato fermare l’assunzione di liquirizia e rivolgersi ad un medico; se si assumono altri farmaci, consultare uno specialista in merito a possibili interazioni tra i dolciumi che contengono liquirizia e i medicinali o supplementi vari.

A rendere così “pericolosa” la liquirizia sarebbe la glicirrizina, il dolcificante contenuto nella radice che farebbe diminuire i livelli di potassio nell’organismo. Quando accade ciò, si potrebbero verificare alterazione del ritmo cardiaco, pressione alta, edema, letargia o scompenso cardiaco. In questi casi, basta sospendere il consumo di liquirizia per far rientrare i livelli di potassio nella norma ed evitare qualunque problema di salute.



paura

 


Chi dorme meglio è meno propenso a provare paura

Un sonno di buona qualità potrebbe scacciare la paura. Ad affermarlo è un’indagine pubblicata sulla rivista JNeurosci dagli scienziati della Rutgers University di Newark (Usa), secondo cui le persone che riposano bene sono meno esposte al rischio di sperimentare emozioni come spavento o timore. Potrebbe inoltre esserci un collegamento tra le caratteristiche individuali del sonno e il disturbo post-traumatico da stress (Ptsd).

Le persone affette da Ptsd sono soggette a disturbi del sonno ma, nonostante sia stato già indagato in passato il rapporto tra le notti di sonno e la conservazione di ricordi paurosi già consolidati, pochissimi studi avevano fatto una verifica sulle normali abitudini notturne.

Durante la ricerca, gli scienziati hanno chiesto a persone di entrambi i sessi di monitorare il loro sonno attraverso l’uso di fasce così da analizzare le onde cerebrali. Successivamente gli studenti sono stati sottoposti a un esperimento di neuroimaging, volto a far apprendere la paura, in cui veniva mostrata un’immagine neutra a cui era associata una leggera scossa elettrica.

Al termine dell’indagine è emerso che i giovani che dormivano meglio, specialmente quelli che trascorrevano più tempo nella fase Rem – quella in cui si sogna – erano meno propensi a sperimentare timore. Secondo gli studiosi la spiegazione di tutto si troverebbe nel sonno Rem capace di ridurre i livelli cerebrali di un neurotrasmettitore chiamato norepinefrina e di diminuire quindi la suscettibilità agli stimoli paurosi.
In pratica chi dorme meglio sarà più propenso a non lasciarsi sopraffare dal timore.



menopausa

 


Menopausa e mal di schiena: esiste un collegamento?

Il calo degli estrogeni, tipico della menopausa, potrebbe essere un fattore di rischio nella degenerazione dei dischi invertebrali lombari.
E’ quanto concludono alcuni ricercatori cinesi in uno studio pubblicato sulla rivista scientifica della North American Menopause Society.
Per verificare queste ipotesi il team ha sottoposto oltre 1500 donne e circa 1380 uomini a risonanza magnetica.

Il gruppo di controllo ha evidenziato come, in età avanzata, tanto gli uomini quanto le donne andassero incontro a questa degenerazione dei dischi della colonna vertebrale. In età meno avanzate, gli uomini erano invece più soggetti rispetto alle donne loro coetanee. Tuttavia, è stato evidenziato come le donne in pre- o perimenopausa, e specialmente nei primi 15 anni dall’uscita dal periodo fertile, abbiano una maggiore tendenza a sviluppare una notevole degenerazione discale, in confronto agli uomini della stessa età.

Gli autori sostengono dunque il collegamento tra il calo degli estrogeni e la degenerazione dei dischi, così come una terapia ormonale per contrastare i possibili danni alla colonna vertebrale. Sono comunque necessarie ulteriori ricerche per capire se effettivamente sia la menopausa oppure l’età a giocare un ruolo maggiore nella degenerazione della spina dorsale.



stress

 


Lo stress può indebolire il sistema immunitario

È comune notare come, in periodi particolarmente stressanti, le persone tendano ad ammalarsi più facilmente. Ma come mai? Una riposta al quesito può essere trovata in uno studio pubblicato sulla rivista Journal of Leukocyte Biology da alcuni ricercatori statunitensi. Il team ha infatti spiegato come un recettore dello stress, noto come fattore di rilascio della corticotropina (Crf1), potrebbe influire sul modo in cui un particolare tipo di cellule immunitarie – i mastociti – difendono il nostro corpo, condizionando così il modo in cui questi reagiscono agli allergeni.

Gli scienziati hanno sottoposto a situazioni stressanti – allergiche e psicologiche – due gruppi di topi: i membri del primo erano normali, mentre gli altri avevano mastociti privi di Crf1. Lo studio ha mostrato come i roditori normali presentassero livelli elevati di istamina, una sostanza che aiuta ad eliminare gli allergeni ma che può causare gravi reazioni allergiche – come shock e problemi respiratori – se prodotta in grandi quantità, e avevano più probabilità di contrarre malattie, al contrario del secondo gruppo che, con bassi livelli di istamina, era più in salute e maggiormente protetta da entrambi i tipi di stress (rispettivamente col 54{5e7528207bbabd3d97c131453c4493725b8ac512835c5dbaca13fa301ec2884e} e il 63{5e7528207bbabd3d97c131453c4493725b8ac512835c5dbaca13fa301ec2884e} di probabilità in meno di ammalarsi rispetto agli altri topi che possedevano il recettore).

Il dottor Moeser – direttore della ricerca – ha spiegato che i mastociti si attivano in condizioni di stress; quando ciò accade, il fattore Crf1 inizia a rilasciare sostanze chimiche che possono provocare infiammazioni o allergie, quali ad esempio malattie autoimmuni come il lupus o l’asma.
La conclusione a cui è giunto il team di scienziati conferma ancora una volta l’influenza dello stress sul legame mente-corpo, esponendo a un maggiore rischio di ammalarsi, e rappresenta un ulteriore passo in avanti del perché di tutto ciò, fornendo un nuove soluzioni alle terapie che hanno l’obiettivo di migliorare il livello della vita di persone con patologie collegate allo stress.

È bene sottolineare che le conseguenze dello stress si avvertono in maniera maggiore nella terza età, dove l’organismo è più debole e di conseguenza  maggiormente soggetto allo sviluppo di patologie. Il consiglio per tutti è cercare di vivere serenamente allontanando quanto più possibile le fonti di stress e nervosismo.



alzheimer

 


Il colesterolo alto diminuisce il pericolo di sviluppare l’Alzheimer: è possibile?

Con l’età che avanza, il rischio di essere affetti da malattie neurodegenerative come l’Alzheimer aumenta. Tuttavia, sembrerebbe che gli anziani che soffrono di ipercolesterolemia siano meno esposti al pericolo di declino cognitivo.

Attraverso l’analisi di uno studio iniziato nel lontano 1948, due ricercatori di un istituto di medicina di New York (USA), Jeremy M. Silverman e James Schmeidler, hanno evidenziato come gli individui di età compresa tra gli 85 e i 94 anni con buone funzionalità cognitive che soffrono di colesterolo alto corrano un rischio notevolmente inferiore di essere colpiti da declino cognitivo negli anni successivi rispetto agli appartenenti alla stessa categoria ma di età inferiore, tra i 75 e gli 84 anni.

Ciò non significa, chiaramente, che le persone in età avanzata dovrebbero far accrescere il loro livello di colesterolo per prevenire la demenza. Tuttavia, i soggetti che presentano valori alti di colesterolo potrebbero aver sviluppato un fattore protettivo che, se individuati e studiati, sarebbero utili nella ricerca di cure e farmaci contro l’Alzheimer.

Lo studio ha permesso di evidenziare infine un parallelismo col modello del “sopravvissuto protetto”: gli individui in età molto avanzata con buone capacità cognitive che presentano elevati livelli di alcuni fattori di rischio possiedono fattori protettivi maggiori rispetto a quelli con meno rischi.



vitamine

 


L’invecchiamento e il rischio di riduzione delle vitamine

La metà degli individui oltre i 65 anni presenta una carenza di vitamina D; un quarto non possiede abbastanza vitamina B12 nel sangue. Ciò è emerso dallo studio di alcuni ricercatori di Norimberga (Germania), i quali hanno evidenziato come parte della popolazione over 65 mostri un deficit di questi micronutrienti.

Utilizzando i dati dell’indagine “Kora”, che per 30 anni ha monitorato la salute di migliaia di cittadini tedeschi, gli studiosi hanno esaminato i campionati ematici di quasi 1.100 anziani di età compresa tra i 65 e i 93 anni. Hanno così scoperto come la maggior parte dei volontari mostrasse livelli troppo bassi di vitamina D e vitamina B12, ma anche di ferro e acido folico (rispettivamente l’11 e il 9{5e7528207bbabd3d97c131453c4493725b8ac512835c5dbaca13fa301ec2884e} degli individui esaminati).

Gli autori della ricerca hanno spiegato come lo studio abbia confermato la situazione critica dell’ultima indagine nazionale tedesca sulla nutrizione, la quale ha appunto mostrato la carenza di assunzione di micronutrienti. Si tratta di risultati importanti, soprattutto considerando l’aumento dell’invecchiamento all’interno della popolazione.



yogurt

 


Basta uno yogurt a proteggere il cuore

Tra gli alimenti utili al nostro organismo, lo yogurt potrebbe essere un valido alleato per la prevenzione delle malattie cardiovascolari. Ciò sarebbe possibile, secondo alcune ipotesi, grazie alla sua appartenenza alla categoria dei latticini fermentati (i quali sembrerebbero avere appunto un’azione benefica).

Ancora una volta, è stato uno studio americano ad evidenziare questo dato.
Stando a quanto pubblicato sulla rivista American Journal of Hypertension, il consumo di due o tre vasetti la settimana di yogurt apporterebbe, nel lungo termine, numerosi benefici. La ricerca è stata condotta su 55.000 donne di età compresa tra i 30 e i 55 anni e 18.000 uomini con età tra i 40 e i 75 anni. I soggetti sono stati monitorati per circa 30 anni, al termine dei quali è emersa una diminuzione del rischio di infarto al miocardio del 30{5e7528207bbabd3d97c131453c4493725b8ac512835c5dbaca13fa301ec2884e} nelle donne e del 19{5e7528207bbabd3d97c131453c4493725b8ac512835c5dbaca13fa301ec2884e} tra gli uomini. Considerevole anche la riduzione del rischio di ictus, pari al 20{5e7528207bbabd3d97c131453c4493725b8ac512835c5dbaca13fa301ec2884e}.

Cifre notevoli, che mostrano come sia fondamentale prendersi cura del cuore anche attraverso un’alimentazione sana, varia ed equilibrata. Senza rinunciare al gusto.



demenza

 


Atteggiamento positivo riduce il rischio di sviluppare la demenza

Sorridi alla vita e la vita ti sorriderà! Questo potrebbe essere il motto perfetto dopo i risultati di uno studio condotto da alcuni ricercatori dell’Università di Yale di New Heaven (USA), guidati da Becca Levy, i quali hanno scoperto che avere un atteggiamento positivo nei confronti dell’invecchiamento potrebbe ridurre le probabilità di essere affetti da demenza anche nei soggetti che presentano elevati fattori di rischio.

Era stato scoperto, in precedenza, che fra i portatori della cosiddetta mutazione Apoe ε4 – che costituisce un elevato fattore di rischio per la demenza – soltanto il 47{5e7528207bbabd3d97c131453c4493725b8ac512835c5dbaca13fa301ec2884e} veniva effettivamente colpito da declino cognitivo. Rimaneva sconosciuto come mai il restante 53{5e7528207bbabd3d97c131453c4493725b8ac512835c5dbaca13fa301ec2884e} non venisse invece affetto da demenza.

Gli scienziati hanno dunque monitorato per quattro anni le condizioni sanitarie di oltre 4.700 persone con età media di 72 anni – prive di demenza all’inizio dello studio – alcune delle quali portatrici della mutazione genetica. Al termine del periodo di ricerca, è stato evidenziato come i volontari con Apoe ε4 dotati di un’attitudine positiva riguardo all’invecchiamento avessero un rischio di sviluppare la demenza pari al 2,7 %, mentre coloro i quali possedevano un atteggiamento negativo, avessero invece oltre il 6% di probabilità di esserne colpiti.