Intelligenza

 


Intelligenza? Dipende dall’età

Secondo uno studio pubblicato su Psychological Science dai ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (MIT) e dal Massachusetts General Hospital di Cambridge (Usa), l’intelligenza di ogni individuo varia in base all’età.

L’esperimento, condotto su un campione di circa 48.000 persone di età compresa tra i 10 e i 89 anni, comportava l’esecuzione di alcuni esercizi presenti in due siti web, GamesWithWords.org (messo in rete dal MIT) e TestMyBrain.org (realizzato dall’Università di Harvard).
Questi test erano diretti a misurare il quoziente intellettivo, la memoria, le competenze linguistiche e l’intelligenza emotiva.

Dallo studio è emerso che a seconda delle diverse competenze richieste, il picco intellettivo veniva raggiunto in età differenti. In particolar modo i ventenni erano più bravi a codificare e risolvere problemi inerenti simboli, i quarantenni negli esercizi mnemonici, mentre chi si avvicinava alla soglia della cinquantina, era più bravo a ricordare e riconoscere le emozioni attraverso la visualizzazione di alcune immagini.

L’intelligenza umana quindi non è statica nel corso della vita di un individuo ma varia a seconda l’età e l’esperienza di vita.

Come spiega il dott. Joshua K. Hartshorne che ha guidato la ricerca “Abbiamo smentito tutte le teorie esistenti in materia, abbiamo analizzato le facoltà cognitive per capire quando manifestassero un picco, invece abbiamo scoperto che non esisteva un momento in cui tutte le abilità erano più elevate. Abbiamo riscontrato picchi di abilità in tutte le età esaminate”.



Demenza

 


Demenza: l’inquinamento atmosferico potrebbe essere una delle cause

La demenza è uno dei disturbi più gravi che colpisce un numero importante di anziani e non solo.

Questa brutta patologia comporta la perdita di alcune facoltà acquisite in precedenza come: la memoria, il linguaggio, la capacità di scrivere e comunicare in maniera chiara e precisa, l’orientamento spazio- temporale.

Le cause spesso sono da associare all’avanzamento dell’età,  ma anche a fattori genetici.

Una ricerca recentemente condotta da un team di ricercatori britannici, e diretta dal professor Iain Carey dell’Università di Londra, afferma però che tra le cause alla base dell’insorgere di questa malattia vi sarebbe anche l’inquinamento atmosferico. Secondo gli eesperti infatti chi vive nelle aree più inquinate correrebbe più il 40% di rischio di ammalarsi.

L’esperimento è stato condotto su un campione di circa 131 mila cittadini londinesi, residenti nelle aree metropolitane di Londra, d’età compresa tra i 50 e i 79 anni, ed ha riscontrato che i soggetti che vivevano nelle aree più inquinate presentavano un rischio di demenza più elevato, rispetto a chi viveva in aree meno inquinate.

Ma perché l’insorgere della demenza potrebbe essere associata all’inquinamento atmosferico? Sembra che quest’ultimo favorisca provochi infiammazioni di varia natura e l’alterazione di alcune risposte del sistema immunitario che condurrebbero alla neuro-degenerazione del cervello umano. In quest’ottica, dunque, l’inquinamento potrebbe rappresentare un problema molto serio, non solo per l’ambiente, ma anche per la nostra salute.



leggere

 


La terza età nei libri: il centenario che saltò dalla finestra

Dalla Gran Bretagna arrivano i risultati di una ricerca strabiliante, leggere combatte non solo la solitudine ma anche la demenza senile e il deterioramento delle cellule celebrali, processo inevitabile con il passare degli anni. Secondo alcuni studi leggere, in particolare a voce alta, è un ottimo rimedio per aiutare i soggetti affetti da Alzheimer.

Il vantaggio che si ottiene dalla lettura fatta in compagnia o ad alta voce non è solo un senso di benessere e serenità, come spiegano i ricercatori dall’Università di Liverpool, ma aiuta anche a migliorare l’umore. Per l’87% dei soggetti la lettura di gruppo aumenta la concentrazione, il 73% invece manifesta una maggiore integrazione sociale e per l’altro 86% invece viene ridotta ansia e agitazione.
E allora vi diamo uno spunto di lettura: Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve di Jonas Jonasson. Il libro perfetto se cercate qualcosa di divertente, ironico, ma anche garbato ed elegante.

Allan Karlsson, l’arzillo vecchietto che sta all’inizio del libro compie 100 anni, non appena saputo che la casa di riposo dove vive intende festeggiare alla grande, in vera e propria pompa magna con tanto di autorità, la ricorrenza, decide di darsela a gambe con ancora le pantofole ai piedi. E una volta scavalcata la finestra, raggiunge la stazione degli autobus per saltare sopra il primo pullman in partenza.

Non ha una destinazione in mente ma ha fretta di partire, prima che la direttrice dell’istituto lo trovi e lo riporti alla casa di riposo.
Mentre aspetta, un strano tipo lo avvicina e – piuttosto scortesemente – gli chiede di vigilare sulla sua grossa valigia, mentre usa la toilette pubblica (dove la valigia proprio non riesce a entrare). Quest’uomo biondo è certo che Allan non potrà certo scappare con il suo bagaglio… E invece… Il primo autobus in partenza sta proprio per lasciare la stazione e Allan sale portando con sé la valigia del tipo biondo.

Solo che nulla è come sembra: il biondino scialbo che non pensava di riporre male la propria fiducia è in realtà un pericoloso e feroce criminale che deve recuperare quell’ingombrante bagaglio. E da qui inizia l’avventura che si costruisce su una esilarante girandola di equivoci e un’eccezionale galleria di personaggi divertenti di cui Allan, il centenario capace di incarnare i sogni di ogni lettore, è il più vitale ed esuberante. Perché al destino non si deve mai sbattere la porta in faccia e solo quando si pensa di non avere molto tempo a disposizione ci si concede certe libertà.



vitamina d

 


Diabete: emerge una correlazione con la carenza di Vitamina D

Il diabete è una delle malattie più diffuse che purtroppo colpisce moltissime persone.

Lo sviluppo e la sua evoluzione dipendono da diversi fattori tra i quali: uno stile di vita sano, una predisposizione genetica ed abitudini alimentari errate.

Tra i fattori in grado di provocare la comparsa di questa malattia, però, pare ci sia anche la carenza di vitamina D nel nostro organismo.

È quanto emerso da uno studio condotto dai ricercatori del Seoul National University College of Medicine di Seul (Sud Corea) e dell’Università della California di San Diego (Usa) e pubblicato sulla rivista Plos One.

Secondo gli esperti le probabilità di essere colpiti dalla malattia, sarebbero cinque volte maggiori quando i livelli della vitamina D nell’organismo scendono sotto i 30 nanogrammi per millilitro (ng/ml).

Da un’analisi effettuata su un gruppo di campioni, è emerso che, gli individui che avevano livelli ematici di vitamina D superiori a 30 ng/ml avevano un terzo delle probabilità di essere colpiti dal diabete, mentre quelli che avevano livelli superiori a 50 ng/ml avevano un quinto delle possibilità di sviluppare la malattia.

Ma da cosa dipende la correlazione tra il diabete e la vitamina D?
Il diabete è una malattia causata da un’infiammazione, la vitamina D riesce ad agire nel sangue come anti-infiammatorio, riequilibrando i livelli di glucosio nel sangue.

Ad oggi, la ricerca è in fase di completamento, non risultano ancora studi completi in grado di affermare con estrema sicurezza che la carenza di vitamina D sia strettamente correlata ad una possibile comparsa di diabete ma con



studiare

 


Vivere più a lungo? Si può, basta studiare

Secondo uno studio austriaco condotto da Wolfgang Lutz e Endale Kebede (due ricercatori dell’International Institute for Applied systems Analysis di Laxenburg) e pubblicato sulla rivista Population and Development Review, la longevità è strettamente correlata alla formazione culturale e non al reddito di un individuo.

Dall’analisi effettuata su alcuni studi, risulta infatti che, l’aspettativa di vita è strettamente collegata al livello culturale di ciascun individuo, non alla situazione economica.

I risultati della ricerca ribaltano quelli degli studi condotti finora che eleggevano il reddito a fattore determinante in grado di garantire una vita più lunga.

Ebbene sì sembra proprio che sia il grado d’istruzione a influenzare la longevità di un individuo. Come afferma il Dottor Lutz: “Questo studio è più radicale rispetto alle precedenti analisi perché sfida la convinzione onnipresente che il reddito e gli interventi medici siano i fattori che influenzano maggiormente la salute. La nostra ricerca dimostra che l’associazione empirica tra reddito e salute è in gran parte errata”.

Ma da cosa dipende la correlazione tra la formazione culturale e la longevità?
Secondo quanto appreso dagli esperti, le persone con un elevato grado d’istruzione dispongono di maggiore conoscenza e di conseguenza fanno scelte più salutali per la loro vita.
Non solo, spesso un’elevata formazione comporta anche un lavoro più stabile e più remunerativo, con conseguente probabilità di curarsi qualora ce ne fosse bisogno.

Ovviamente da questo si deduce che la disponibilità di reddito rimane comunque tra i fattori più importanti per uno stile di vita sano, a di certo non l’unico e non quello determinante.

Leggere, studiare, conoscere nuove nozioni quindi non solo mantengono attivo il nostro cervello ma ci aiutano a vivere più a lungo.



immortalità

 


Immortalità: non piace a nessuno

Solo una persona su cinque accetterebbe di diventare immortale se gliene venisse offerta la possibilità. E’ l’inatteso e sorprendente risultato di un sondaggio condotto dalla Sapio Research (e rilanciata da New Scientist) su un campione di 2026 adulti nel Regno Unito.

E se la domanda resta ancora solo ipotetica, in realtà oggi non è più del tutto infondata. E non serviranno né patti con il diavolo né tanto meno elisir di vita eterna. I gerontologi, infatti, ritengono che l’allungamento della vita (che non significa propriamente immortalità, ma tant’è che oggi diventare centenari non è più un miraggio) sia oggi una possibilità concreta: negli ultimi 200 anni l’aspettativa di vita media nell’uomo è infatti raddoppiata. Complici di questa opportunità sono certamente cure e interventi sanitari fino a soli pochi anni fa ritenuti impensabili, ma anche diete migliori, la sanità pubblica e l’istruzione.

Eppure, l’entusiasmo a riguardo è fiacco. Chi ha partecipato al sondaggio si è dimostrato più preoccupato che ottimista… E solo una persona su cinque vorrebbe vivere per sempre. Addirittura al 58% del campione che si dice lieto della notizia dell’allungamento medio della vita, fa da contraltare il 44% che ritiene più importante sapere accettare i limiti che ci impone la natura.
Curioso? In realtà a chi nella storia della letteratura ha tentato di raggiungere l’immortalità non è andata benissimo e in fondo quell’immortalità di cui cantavano i Queen… Era tutta un’altra storia!



insonnia

 


Insonnia: ecco come combatterla

Quante volte è capitato di svegliarsi in piena notte e non riuscire più a dormire, girarsi e rigirarsi nel letto senza poter trovare nessuna soluzione.

Non è un caso infatti se una persona su tre, soffre saltuariamente di insonnia, un disturbo che colpisce molte persone senza fare distinzioni d’età.

Quando questi episodi capitano con più frequenza, rendendoci nervosi e ripercuotendosi negativamente nella giornata, allora bisogna trovare rimedio.
Come? Facile, mettendo a punto alcune semplice soluzioni: evitare piccoli “pisolini” durante la giornata, magari da rimpiazzare con delle belle e lunghe passeggiate, evitare cene troppo pesanti difficile da digerire, equilibrare il nostro orologio biologico, andando a letto sempre alla stessa ora e infine evitare l’uso di strumenti tecnologici (radio, tv, internet, giochi) almeno un’ora prima di andare a dormire, in maniera tale che il cervello riposi e si tranquillizzi, anzi se è possibile prima di dormire bisognerebbe dedicarsi a delle attività rilassanti come, un bel bagno caldo, leggere un libro o bere una tisana dalle proprietà calmanti.

Se tutto questo non dovesse bastare e si continua a star svegli tutte le notti è opportuno invece l’intervento di uno specialista. A volte infatti dietro a questo problema si nascondono cause più significative come la depressione o i disturbi d’ansia. In particolare, c’è un rapporto bidirezionale tra insonnia e depressione clinica (si presentano contemporaneamente nel 90 per cento dei casi), e la presenza di insonnia è un fattore di rischio, nonché di aggravamento dei disturbi depressivi, specialmente nella terza età.

Se è vero, infatti, che l’insonnia non è una malattia, è altrettanto vero che il suo insorgere rappresenta un campanello d’allarme che ci avverte che il nostro benessere psico-fisico non è equilibrato. La mancanza di sonno infatti genera effetti negativi sul corpo: indebolisce il sistema immunitario, impedisce al cervello di elaborare esperienze già vissute e creare nuovi ricordi, può causare squilibri ormonali che regolano il senso di sazietà e l’aumento/diminuzione di peso. Bisogna trovare l’origine del problema e cercare di porvi rimedio.
La psicoterapia in questo senso, grazie a strumenti psico educativi (igiene del sonno), psicoterapeutici (lavoro sui vissuti e sulla storia individuale) e farmacologici può rivelarsi molto utile.



longevità

 


C’è un limite alla vita umana?

Esiste una barriera estrema per la longevità? La vita umana ha un limite invalicabile? E se c’è questa durata massima di longevità prestabilita per la nostra specie… è già stata raggiunta?

Sull’invecchiamento e sulla durata della vita si interrogano da sempre non solo i medici, ma anche i biologi, gli studiosi dell’evoluzione, e ciascuno, dalla propria prospettiva, ha fornito delle risposte che si sono dimostrate spesso contrastanti.
Uno studio internazionale (Danimarca, Germania, Stati Uniti e Italia) guidato da un gruppo di ricercatori italiani (coordinati da Elisabetta Barbi, dell’Università di Roma) ha fornito prove a sostegno della teoria che l’umanità può aspirare a vivere anche ben più a lungo di quanto non accada oggi, visto che – ammesso che ci sia un limite fisso alla durata della vita – pare che questo non sia ancora stato raggiunto.

Ad essere stati presi in esame sono i dati demografici di quai 4000 italiani ultracentenari, forniti dall’ISTAT. Un campione, non solo piuttosto ampio per studi di questo genere, ma anche fondato su informazioni attendibili (come i certificati di nascita e di morte). E’ emerso che tra i “grandi vecchi” (ndr. oltre i 105 anni di età), il tasso di mortalità comincia ad appiattirsi… come se la vita – una volta raggiunte queste età estreme – potesse continuare indefinitamente. Naturalmente, prima o poi, la morte arriva, ma l’incremento esponenziale a cui si assiste fino agli 80 anni, comincia a decrescere e dopo i 105 anni rimane stabile che significa che la probabilità di morire a 105 anni è la stessa per chi ha 107, 109 o 110 anni.

Questi stessi dati, inoltre, dicono che tra gli ultracentenari presi in considerazione (nati fra il 1896 e il 1910) i tassi di mortalità tendono a diminuire nel gruppo di più giovani il che suggerisce che si stia assistendo a un vero e proprio aumento della durata della vita media per la nostra specie.



cervello

 


Alimentazione: impariamo a non farci “ingannare” dal cervello

Secondo uno studio condotto dalla Dottoressa Dana M. Small, della Yale University di New Haven (USA), il cervello umano risponde neurologicamente e in maniera diversificata in base al tipo di cibo a cui viene sottoposto. Il nostro sistema neurale cioè non si comporta in maniera uguale alla vista di qualsiasi cibo, ma risponde attivamente e in maniera diversa secondo l’alimento che gli viene proposto.

In particolare, gli scienziati hanno esaminato l’attività celebrale di 206 pazienti, impegnati ad osservare fotografie relative a piccoli snack ricchi di zuccheri, di grassi o di entrambi i componenti.

Attraverso la risonanza magnetica, sono state osservate le risposte neuronali di ogni singolo individuo alla vista di un determinato alimento e alla fine dell’esperimento, i pazienti sono stati invitati ad acquistare l’alimento che più aveva suscitato in loro il desiderio di essere consumato.

La maggior parte dei pazienti ha acquistato alimenti ricchi di grassi e zuccheri, rispetto ad alimenti contenti un solo dei due componenti.
Perché?

Il motivo risiede nel fatto che il nostro cervello produce più dopamina (l’ormone della gratificazione) alla presenza di alimenti ricchi di grassi e zucchero, rispetto all’immagine di un alimento che possiede lo stesso valore nutrizionale ma è composto da uno solo dei due componenti.

Il processo biologico che regola l’associazione dei cibi al loro valore nutrizionale si è evoluto in modo da definire in maniera attenta il valore di un singolo alimento. L’uomo quindi in realtà sarebbe in grado di scegliere l’alimento più consono per la sua sopravvivenza (in quanto biologicamente predisposto) ma la combinazione dei due elementi porta il cervello a sovrastimare il valore energetico del cibo, ingannandolo e facendoci fare scelte dannose per la nostra salute.

In realtà, in natura, non esistono alimenti dotati di entrambi i componenti, ad esclusione del latte materno. Ecco perché i bambini sono spinti a nutrirsi per sopravvivere.

Quindi, la prossima volta che non sappiamo quale alimento inserire nella nostra dieta, ricordiamoci di non farci “ingannare” dal nostro cervello e  di sempre scegliere alimenti salutari per il nostro benessere.