Lo stress è fattore di rischio per la demenza

Stress e demenza senile andrebbero a braccetto. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Journal of Alzheimer Disease a firma di un team dell’Università di Copenaghen (Danimarca) capitanato da Sabrina Islamoska, infatti, lo stress psicologico costituirebbe un importante fattore di rischio per il declino cognitivo.

La ricerca ha coinvolto circa 7000 cittadini danesi volontari che tra il 1991 e il 1994, all’età di 60 anni quindi, avevano preso parte al Copenaghen City Heart Study. Questo studio prevedeva anche le risposte a un sondaggio diretto a rilevare l’esaurimento vitale, una condizione caratterizzata da stanchezza, aumento dell’irritabililtà e demoralizzazione, considerate indicatori del disagio psicologico. I volontari sono stati seguiti fino alla fine del 2016. Al termine dell’indagine i ricercatori hanno scoperto che i soggetti che mostravano un esaurimento vitale a sessant’anni, avevano maggiori probabilità di soffrire di demenza in età avanzata e in particolare è stato osservato che il rischio “aumenta del 2%, per ogni sintomo di esaurimento vitale riscontrato: “I partecipanti che presentavano da 5 a 9 sintomi – ha spiegato Sabrina Islamoska – mostravano un rischio di demenza più elevato del 25% rispetto a quelli che non avevano sintomi, mentre quelli che riportavano da 10 a 17 sintomi presentavano un rischio di demenza più alto del 40%”.

Il legame tra il disagio psicologico e il maggior rischio di demenza potrebbe essere dovuto alla risposta fisiologica che il nostro corpo ha allo stress come, per esempio, i cambiamenti cardiovascolari e l’eccessiva produzione di cortisolo per un periodo prolungato, entrambi fattori di rischio modificabili e quindi importanti da approfondire ai fini di prevenire la demenza.

E se la ricerca danese ha calcolato l’incremento del rischio, uno studio pubblicato da Lena Johansson e colleghi dell’Università di Goteborg (Svezia) sulla rivista BMJ Open, ha dimostrato che il rischio di demenza è maggiore quanto più stressante è stato l’evento affrontato (divorzio, morte del coniuge, disoccupazione…). Ad essere state monitorata per oltre 40 anni è stata la salute i 800 donne (la cui età all’inizio dello studio era compresa tra i 30 anni inoltrati e i 50 anni). Incrociando i dati raccolti con test ed esami e con i casi registrati di demenza nel campione (153, di cui 104 di Alzheimer) è apparsa evidente l’esistenza di un legame tra gli eventi stressanti e la compara della demenza.

L’ipotesi del team guidato dalla Johansson è che gli ormoni dello stress (che possono restare elevati per anni dopo il trauma o lo choc) provochino pericolose alterazioni nel cervello. Per i ricercatori è comunque necessario condurre ulteriori studi sia per comprendere meglio il fenomeno anche negli uomini sia per verificare se terapia comportamentale e controllo dello stress possano essere un utile strumento nella lotta contro le demenze.



 


I nonni babysitter vivono più a lungo

Secondo uno studio internazionale pubblicato sulla rivista Evolution and Human Behavior, le persone anziane che collaborano nella cura dei piccoli di famiglia vivono in media cinque anni di più rispetto a quelli che non lo fanno.

Quindi, se siete nonni e vi occupate dei vostri nipoti, sappiate che vi state allungando la vita.

Secondo i ricercatori, infatti, trascorrere del tempo con i bambini dei propri figli, godendo dell’affetto reciproco, ha un effetto positivo sulla salute psicofisica dei nonni.

L’Italia è il Paese europeo con la più alta percentuale di nonni babysitter: quasi il 26% di loro accudisce i nipoti.

I ricercatori hanno condotto lo studio su oltre 500 persone di età compresa tra i 70 e i 103 anni “schedati” da una ricerca tedesca, il Berling Aging Study, tra il 1990 e il 2009. E hanno confrontato i dati di mortalità dei nonni che avevano fornito assistenza ai nipoti, facendo da babysitter quando i figli andavano a lavorare, con quelli che non lo avevano fatto.

I risultati delle loro analisi hanno mostrato che la metà dei nonni che si erano occupati dei nipoti erano ancora in vita una decina di anni dopo la prima intervista nel 1990. Stesso risultato per gli anziani senza nipoti, ma che avevano aiutato i loro figli, per esempio, nei lavori domestici. Al contrario, circa la metà di quelli che non avevano prestato assistenza, erano morti entro cinque anni.

Ralph Hertwig, direttore del Center for Adaptive Rationality presso l’Istituto Max Planck, però, avverte: «Aiutare non deve essere frainteso come una panacea per una vita più lunga. Un moderato livello di coinvolgimento ha effetti positivi sulla salute degli anziani. Ma altri studi precedenti hanno dimostrato che un coinvolgimento troppo intenso è causa di stress, che provoca effetti negativi sulla salute fisica e mentale».

Quando si invecchia è importante continuare ad essere attivi fisicamente, impegnati socialmente e stimolati da un punto di vista cognitivo. Occuparsi dei nipoti, nella giusta misura,  permette di invecchiare meglio, facendoci sentire più in forma.



 


Gli over 65 sono davvero i divulgatori delle fake news?

Una ricerca americana dell’università di Princeton pubblicata online sulla rivista scientifica Science Advances sostiene che gli over 65 tendono a condividere le bufale più di altri.

Non sono loro a crearle, ma a farle girare sì. Per dare una misura, gli anziani tenderebbero a condividere fino a sette volte più notizie false rispetto ai giovani. Sono gli over 65 i maggiori diffusori di fake news tramite i social media.  Nello specifico si parla di bufale legate alla propaganda politica.

Lo studio si è concentrato in un intervallo temporale a cavallo delle elezioni del 2016 negli Stati Uniti. Ha riguardato un panel di 3.500 persone iscritte sia a Facebook che ad altri social a cui è stato chiesto di farsi monitorare attraverso una applicazione.

Non sono molti, secondo la ricerca, quelli che si sono collegati a siti riconosciuti come divulgatori di bufale, solo l’8,5% ha condiviso su Facebook questi collegamenti. Solo che la percentuale divisa per età dice che gli ultrasessantacinquenni a farlo almeno una volta sono l’11%, i ragazzi fra i 18 e i 29 anni appena il 3. I più anziani ne hanno pubblicate il doppio di chi ha fra i 45 e i 65 anni.

I ricercatori per spiegare il fenomeno hanno chiamato in causa la scarsa alfabetizzazione digitale. Come dire, gli over 65 non conoscendo bene i social network schiacciavano i tasti a caso. Il problema quindi non sarebbe tanto nel sapere o meno distinguere una bufala ma nell’uso dello strumento tecnologico.

Proprio per questo servirebbero interventi di alfabetizzazione informatica secondo Andrew Guess, assistente professore di politica alla Princeton University.

 

 

 

 



Ballare contrasta l'invecchiamento

 


Ballare contrasta l’invecchiamento

Ballare protegge il cervello dagli effetti dell’invecchiamento, e rallenta il declino della sua ‘velocità di esecuzione’ più di altri tipi di esercizio.

Mentre invecchiamo, subiamo un declino nella forma fisica e mentale, che può essere peggiorato da condizioni come il morbo di Alzheimer.

Secondo un nuovo studio condotto dalla dott.ssa Kathrin Rehfeld, gli anziani che fanno regolarmente esercizio fisico possono invertire i segni dell’invecchiamento nel cervello, e la danza ha l’effetto più profondo.

I ricercatori del Centro Tedesco Malattie Neurodegenerative di Magdeburgo in Germania hanno arruolato 174 persone anziane tra i 60 e gli 80 anni, tutte in buona salute ma sedentarie, sia maschi che femmine, sottoponendole a test sulle capacità mentali, compreso uno scan del cervello con una risonanza.
I volontari sono stati poi divisi in tre gruppi: al primo era assegnato a un programma di camminata veloce per un’ora tre volte alla settimana, al secondo stretching ed esercizi leggeri, e al terzo un corso di danza country, con coreografie sempre più complicate.

Dopo sei mesi i volontari sono stati sottoposti di nuovo ai test, e solo i ‘ballerini‘ hanno mostrato un miglioramento nella densità della materia bianca nella fornice, una parte del cervello coinvolta nella velocità di elaborazione delle informazioni e nella memoria.

Lo studio ha dato un altro importante suggerimento: farlo spesso. Gli anziani che fanno attività fisica quattro giorni alla settimana hanno un rischio misurabile di demenza inferiore di quelli che lo fanno una sola volta alla settimana. Se non è possibile prendere lezioni o andare a ballare quattro volte alla settimana, si può farlo quanto più possibile.

Inoltre è bene farlo ora: è essenziale iniziare a costituire la riserva cognitiva adesso.

 



 


Influenza: la meditazione è il miglior rimedio

Un vaccino anti-influenzale 100% green e low cost? La meditazione, che si conferma un’arma efficace per prevenire e combattere i sintomi dell’influenza e raffreddamento.

A rivelare l’ennesimo beneficio dato dalle pratiche di meditazione è un nuovo studio, condotto da un team di ricercatori dell’University of Wisconsin-Madison, che rivela come questa attività sia uno strumento naturale ed efficace contro le malattie respiratorie, l’influenza e il raffreddore.

I ricercatori – coordinati dal professor Bruce Barrett – sono arrivati a questa conclusione dopo aver effettuato un test di 8 settimane su un gruppo di volontari: 390 persone di età compresa tra 30 e 69 anni, di entrambi i sessi, suddivisi a caso in tre gruppi. Il primo è stato sottoposto ad un periodo di training alla meditazione consapevole, il secondo gruppo di volontari è stato invece avviato ad un programma di fitness, come la passeggiata veloce, e infine il terzo gruppo, che non ha fatto nulla (definito gruppo di controllo).

Terminato il test, i ricercatori hanno monitorato le condizioni di salute di tutti i volontari per 8 mesi, da settembre a maggio, per verificare se nei mesi successivi all’esperimento avessero contratto infezioni respiratorie, mal di gola, naso che cola, dolori ossei, ecc.

L’indagine ha evidenziato che tra i soggetti che avevano praticato la meditazione si sono verificati 112 casi d’influenza e raffreddore, che hanno determinato la perdita totale di 73 giorni di lavoro.

Tra i partecipanti che avevano seguito le lezioni di ginnastica, i casi d’influenza e raffreddore sono stati 120 e le giornate lavorative perse 82. Infine, nel gruppo di controllo sono stati registrati 134 casi di malattie respiratorie, che hanno provocato la perdita di 105 giorni di lavoro. Inoltre, i volontari che avevano praticato l’esercizio fisico o la meditazioni hanno effettuato meno visite mediche rispetto agli altri, e hanno mostrato dei miglioramenti in termini di qualità del sonno, di livelli di stress e di salute

“Non è mai stato mostrato nulla prima d’ora in grado di prevenire le infezioni respiratorie – ha spiegato Barret-. Molte informazioni precedenti avevano mostrato che la meditazione e l’esercizio avrebbero potuto avere dei benefici, ma non erano state fatte delle analisi di alta qualità. Se questi risultati dovessero essere confermati da ulteriori studio l’impatto sulla nostra vita sarebbe molto forte”.

Inoltre, la meditazione cosciente si è dimostrata anche in grado ridurre la durata e la gravità delle infezioni respiratorie acute di oltre il 50%, contro il 40% dell’esercizio fisico. Quindi, per prevenire i sintomi influenzali, basta iniziare a meditare, attività che, inoltre, migliora l’umore, riduce lo stress e stimola le funzioni immunitarie.



cervello

 


Un cervello più efficiente grazie all’attività fisica

Stare seduti più di tre ore di fila danneggia la memoria: le persone abituate a trascorrere tante ore sedute (senza mai sgranchirsi le gambe) hanno più possibilità di avere problemi di memoria.

La memoria di lavoro visuale, quella che permette di avere a disposizione una certa quantità di informazioni visive da sfruttare per l’esecuzione di un compito, lavora meglio se si sta in piedi o mentre si fa esercizio fisico.

È quanto hanno osservato dei ricercatori della Ludwig-Maximilians University di Monaco in una ricerca pubblicata su British Journal of Psychology: “Sebbene la società moderna si sia evoluta diventando sempre più sedentaria, i nostri cervelli, tuttavia, potrebbero svolgere performance migliori mentre i nostri corpi sono attivi”, dice l’autore principale Thomas Töllner.

Trascorrere troppo tempo seduti non fa solo male alla salute del nostro corpo ma potrebbe anche danneggiare le nostre capacità mnemoniche.

Gli esperti hanno preso in considerazione 24 partecipanti. I soggetti sono stati sottoposti a elettroencefalografia mentre svolgevano un compito che metteva alla prova la loro memoria di lavoro. L’elettroencefalografia è uno strumento utilizzato per tracciare i fenomeni elettrici che si svolgono nel cervello. Il compito è stato svolto sia durante una fase di riposo che durante una fase di attività e quindi da seduti o pedalando su una cyclette, in piedi o camminando su un tapis roulant.

Al termine dell’esperimento è emerso che la memoria di lavoro visuale funzionava meglio quando i partecipanti pedalavano o camminavano.

Ma come si fa a conciliare lavori sedentari e salute? Una soluzione c’è: è consigliabile ad esempio interrompere il lavoro e fare pause frequenti, camminare 2 minuti ogni mezz’ora per riossigenare il cervello.