Praticare nuoto da anziani: tutti i benefici psico-fisici che ne derivano

Da parecchi anni le più accreditate accademie scientifiche internazionali raccomandano la pratica regolare di un’attività sportiva a tutte le età.

Per l’anziano in particolare è auspicabile uno stile di vita in cui lo sport abbia un ruolo significativo per contribuire a combattere i naturali processi fisiologici di invecchiamento e parte dei più comuni e quasi ineluttabili stati patologici della vecchiaia come osteoporosi ed artrosi.

L’attività motoria, diventa una buona terapia per prevenire il decadimento della forza muscolare, infatti oggi è ampiamente dimostrato che la forza è in qualche modo “allenabile “ anche a 80 anni. Anche il mantenimento dell’articolarità e l’elasticità dei muscoli e dei tendini sono garantiti dall’attività fisica. Inoltre, soggetti affetti da malattie diffuse come diabete, ipertensione, disturbi del metabolismo dei grassi, alcune cardiopatie, alcune malattie respiratorie, osteoporosi, osteoartrosi e perfino la depressione traggono beneficio dallo sport con rilevanti risultati.

Le regole importanti per un buon approccio all’attività sportiva nell’anziano sono:

– eseguire periodicamente degli accurati controlli medici specialistici

– alimentarsi adeguatamente con una dieta ricca e completa come quella “ mediterranea “

– praticare sport in gruppo e socializzanti

– mantenere la regolarità di una frequenza di almeno 3 volte la settimana per sedute di allenamento di almeno 1 ora con una discreta intensità di impegno

– dormire sufficientemente

In particolare il nuoto è tra le discipline più scelte dagli anziani ed è praticato dal 25% dei soggetti di quella fascia di età che fanno sport.

I vantaggi ed i benefici indotti dal nuoto sono molteplici. Nelle malattie dell’apparato muscolo-scheletrico (rigidità, osteoporosi, osteoartrosi) consente di superare adeguati carichi di allenamento proteggendo le giunture e la colonna vertebrale grazie all’esercizio in assenza di gravità dovuto al galleggiamento nell’acqua ed alla protezione che il fluido stesso determina intorno al corpo del soggetto. Inoltre, il movimento regolare e ritmico del collo, delle braccia e degli arti inferiori in immersione diventa un vero toccasana per migliorare gli stati di rigidità.

Molti esercizi e certi gradi di allenamento che diversamente non si potrebbero mantenere per il sovraccarico determinato in condizioni di gravità, risultano invece possibili in acqua. La coordinazione del movimento ritmato combinata con un corretta respirazione non trovano paragoni in altri sport e da un grande beneficio agli apparati respiratorio e cardiovascolare. Il tipo di esercizio eseguito (definito aerobico) dà notevoli effetti benefici al sistema cardio-respiratorio, ma anche sul metabolismo dei grassi e degli zuccheri: ecco quindi l’indicazione per soggetti ipertesi, per quelli con tassi di trigliceridi e di colesterolo elevati e per i diabetici.

Poi ancora, l’acqua esercita sul corpo in movimento una pressione ed un massaggio che migliorano il tono della pelle e producono notevoli effetti benefici sia sulla macrocircolazione (patologie delle arterie e delle vene), sia sul microcircolo e quindi su tutti i tessuti.

Invece l’esercizio del tuffo nell’acqua anche semplicemente dal bordo vasca, risulta essere un buon allenamento per controllare l’equilibrio e per prevenire le cadute.

Infine, non si deve dimenticare anche gli effetti benéfici dell’ambiente caldo umido della piscina per i soggetti affetti da asma.



Progettati “pantaloni” anti-cadute per gli anziani

 


Progettati “pantaloni” anti-cadute per gli anziani

Novità in arrivo dal programma di ricerca italo-americana: dei pantaloni tecnologici per ‘tenere in piedi‘ gli anziani. L’obiettivo è contrastare l’instabilità, cioè la prima causa di cadute fra gli anziani che aumenta il rischio di fratture, disabilità e costi sanitari correlati. L’invecchiamento fisiologico modifica, infatti, il controllo muscolare e la percezione del corpo nello spazio, condizionando la postura e la stabilità durante la marcia.

La prevenzione delle cadute è uno degli obiettivi delle politiche sociosanitarie per la promozione dell’invecchiamento attivo, per questo motivo, il ministero degli Affari esteri ha finanziato l’università di Padova in collaborazione con la Harvard Medical School per il progetto “Prevenzione delle cadute nella popolazione anziana”. L’obiettivo è quello di rispondere a questa necessità, sviluppando un innovativo controllore neuromuscolare integrato in esoscheletro soft (un robot morbido indossabile) per gli arti inferiori, con integrazione di biosegnali muscolari e cerebrali per ridurre l’instabilità della marcia.

Il progetto di ricerca vedrà appunto la collaborazione di due gruppi: l’Harvard University, ideatore dell’attuale prototipo di “exosuit” (i pantaloni anticaduta), con esperienza nell’analisi del cammino e segnale muscolare, e l’università degli Studi di Padova, dove è forte il campo dell’analisi dei segnali cerebrali, dell’analisi del movimento e dei software intelligenti per la robotica, già applicati a un progetto europeo tuttora in corso. “Il programma si articola in due fasi consecutive – spiega Alessandra Del Felice del Dipartimento di Neuroscienze UniPd – Acquisiremo nel laboratorio di analisi del movimento, unità di Riabilitazione, la cinematica articolare in soggetti anziani sani, cioè le modalità del cammino di ciascun individuo, associate all’attività cerebrale e muscolare. Potremo così mappare il controllo del cammino e utilizzare queste informazioni per controllare un dispositivo innovativo per la prevenzione delle cadute nell’anziano. Il Laboratorio di Harvard ha infatti prodotto un esoscheletro morbido che si configura come un capo di abbigliamento, dei pantaloni nello specifico, nel quale sono integrati dei piccoli motori meccanici che possono supportare il movimento”.

Prosegue l’esperta: “Nel nostro caso, nella seconda parte del progetto i segnali cerebrali e muscolari saranno integrati nell’esoscheletro morbido che, individuando dei segni di instabilità, invieranno un segnale a questi attuatori per prevenire la caduta. La collaborazione tra Padova e Stati Uniti porterà allo sviluppo e alla potenziale commercializzazione di una strumentazione con un ampio mercato, rinforzando la collaborazione stessa tra queste due università di spicco”.



"Cent'anni e non sentirli": Italia, paese degli ultracentenari

 


“Cent’anni e non sentirli”: Italia, paese degli ultracentenari

Nel panorama europeo l’Italia, insieme alla Francia, detiene il record del numero di ultracentenari.

Lo rileva l’Istat che ha stilato l’indagine periodica “Cent’anni e non sentirli“: in 10 anni i centenari sono passati da 11 mila a oltre 14 mila, quelli di 105 anni e oltre sono più che raddoppiati, da 472 a 1.112, con un incremento del 136%.

Sono 14.456 gli italiani che al 1° gennaio 2019 hanno compiuto il secolo, e nel panorama della longevità arriva la conferma di una tendenza già nota: quasi il 90% delle persone che hanno superato i 105 anni, è composto da donne. La maggiore longevità del genere femminile si riscontra anche tra chi ha raggiunto i 110 anni di età: ad aver superato la soglia sono tutte donne (se ne contano 2.564, pari all’86,8% contro 391 uomini, ossia il 13,2%).
In dieci anni (2009-2019), 5.882 individui hanno raggiunto l’importante traguardo dei 105 anni di età e si tratta di 709 maschi e 5.173 femmine. Di questi, 1.112 erano ancora vivi al 1° gennaio 2019. Nell’arco temporale considerato, l’incremento della popolazione semi-supercentenaria è costante (e superiore al 100% ) in tutti gli anni: si è passati da 472 individui al 1° gennaio 2009, ai 1.112 di inizio 2019 (+136%).

Tale andamento può essere in parte spiegato dal fatto che chi raggiunge la soglia dei 105 anni gode di un’elevata longevità probabilmente legata a un fattore genetico. Inoltre la fetta di popolazione dei semi-supercentenari non compre ancora i nati nel periodo della prima Guerra Mondiale e quindi non risentono degli effetti dovuti alla loro scarsa numerosità alla nascita. Anche gli individui di 110 anni e oltre sono cresciuti fortemente, passando da 10 a 21. A oggi la persona vivente più longeva d’Italia è una donna di 113 anni residente in EmiliaRomagna.
La maggior parte dei centenari risiede nel Nord Italia. Tra quelli di oltre 105 anni, 338 risiedono nel Nord-ovest, 225 nel Nord-est, 207 al Centro, 230 al Sud e 112 nelle Isole. La regione con la più alta percentuale è la Liguria.

È interessante notare inoltre che tra gli uomini il 13,6% è ancora coniugato, mentre per le donne la percentuale scende all’1,4%. Gli uomini hanno quindi una probabilità più alta di vivere in coppia anche le età estreme della vita in conseguenza della maggior longevità femminile e dell’età minore delle mogli.

Il segreto della longevità è ancora tutto da indagare, ma la dieta mediterranea, sostiene Coldiretti, è senz’altro una ricetta vincente che potrebbe aver contribuito al record tutto italiano degli ultracentenari. A pane, pasta, frutta, verdura, carne, olio extravergine e il tradizionale bicchiere di vino consumati a tavola in pasti regolari, ricorda l’associazione degli agricoltori italiani, dobbiamo in gran parte l’elisir di lunga vita che ci aiuta ad allungare le nostre aspettative di sopravvivenza.

Una piccola curiosità, i nomi più comuni tra gli appartenenti a questo speciale gruppo di ultracentenari sono Giuseppe e Maria.



L'elisir di giovinezza è racchiuso nel sangue

 


L’elisir di giovinezza è racchiuso nel sangue

Un gruppo di ricercatori della Washington University ha pubblicato uno studio sulla rivista Cell Metabolism secondo cui avrebbe trovato l’elisir di giovinezza in grado di contrastare gli effetti dannosi dell’invecchiamento.

Gli scienziati hanno notato che, arricchendo il sangue di topi anziani con quello di compagni più giovani, ci sono stati evidenti miglioramenti fisici, da una pelliccia più lucida a organi più in salute.

Ma la novità dell’esperimento, condotto da ricercatori dell’Università di Stanford e pubblicato su Nature, è che per la prima volta è stato usato sangue umano. Trasfusioni di sangue ricavato dal cordone ombelicale umano hanno “ringiovanito” il cervello di topi anziani, migliorando la loro memoria.

L’esperimento, per certi aspetti quasi fantascientifico, fa parte di un filone di ricerca che da tempo studia e testa la possibilità di sfruttare alcuni fattori presenti nel sangue o nel plasma di individui giovani per rigenerare i tessuti con effetto anti-invecchiamento.

I topi anziani che hanno ricevuto una infusione di questo plasma hanno dimostrato un certo recupero delle capacità cognitive. Inoltre, rispetto ai loro compagni che avevano ricevuto sangue ma di donatori adulti, sono stati in grado di orientarsi meglio in un labirinto (un test tipico degli studi sulla cognizione negli animali) e hanno imparato meglio a evitare le aree delle gabbie dove avevano ricevuto una piccola scossa elettrica (considerato anche questo un test per misurare la memoria).

L’esperimento è proseguito con la ricerca del fattore in grado di spiegare questi risultati: i ricercatori hanno confrontato una sessantina di proteine presenti nel plasma del cordone ombelicale con quelle del plasma di adulti, e con quelle identificate in test precedenti di “ringiovanimento” sui topi. Hanno così identificato una lista di proteine che ipoteticamente avrebbero potuto essere responsabili dell’effetto. Gli scienziati ne hanno trovata una in particolare che ha migliorato la performance di memoria. Come riprova, l’iniezione del plasma privo di quella molecola, in sigla TIMP2, non ha avuto nessun effetto. E’ dunque un risultato da decifrare.

Che cosa esattamente faccia questa proteina, di cui non è nota nessuna relazione con l’apprendimento e la memoria, i ricercatori non lo sanno. Per ottenere l’effetto però, non hanno avuto bisogno di iniettare la proteina nel cervello, ed è stato verificato che la proteina non produce una rigenerazione diretta dei neuroni, che con l’età si deteriorano. L’ipotesi è invece che la proteina funzioni come un interruttore che regola l’accensione di geni coinvolti nella crescita di cellule e vasi sanguigni, e probabilmente su altri aspetti del metabolismo, che a loro volta migliorano le performance intellettive.

I passi successivi saranno cercare di scoprire con quale meccanismo questa o altre proteine riescano a far regredire i danni dell’età, se l’effetto di ringiovanimento riguardi solo il cervello o altri tessuti del corpo, ed eventualmente cercare di riprodurlo trasformandolo in terapia anti-età.



La liquirizia addolcisce la vecchiaia?

 


La liquirizia addolcisce la vecchiaia?

Un gruppo di scienziati dell’Università di Edimburgo ha scoperto che un composto derivato dalla liquirizia, il carbenoxolone, può essere usato per rallentare il declino fisiologico delle capacità di memorizzazione negli anziani e per migliorarne la memoria verbale, che serve per ricordare informazioni e fatti recenti.

I ricercatori hanno somministrato il carbenoxolone, abitualmente utilizzato per lenire i dolori dell’ulcera, a soggetti tra i 55 e i 75 anni con problemi di memoria.
Secondo Jonathan Seckl, responsabile del progetto, la progressiva perdita di memoria che si manifesta in età senile è dovuta allo stress cronico come quello causato da una malattia di lunga data. Sarebbe proprio l’ormone dello stress, il cortisolo, a danneggiare l’ippocampo, una struttura cerebrale connessa all’apprendimento e alla memoria. Seckl ha scoperto che il carbenoxolone blocca l’aumento del cortisolo nel cervello, impedendo così il danneggiamento e rallentando il processo di “erosione” delle capacità memorizzare. Inoltre il carbenoxolone sembra migliorare la memoria anche in chi è affetto da diabete di tipo 2 ed essere una cura efficace per contrastare i primi sintomi di demenza senile o di Alzheimer, sebbene quest’ipotesi debba essere ancora valutata da nuovi studi.

Nonostante ciò, i medici raccomandano un uso moderato di liquirizia, soprattutto negli anziani, perché il carbenoxolone naturale, per diventare efficace, deve essere modificato e allo stato naturale può provocare ipertensione.



Le pupille come ‘spia’ del rischio di Alzheimer

 


Le pupille come ‘spia’ del rischio di Alzheimer

Un contributo alla diagnosi precoce del morbo di Alzheimer potrebbe arrivare anche dagli occhi.
La diversa dilatazione delle pupille, durante i test per valutare la funzione cognitiva, potrebbe fornire informazioni sulle probabilità di sviluppare la patologia in soggetti che hanno ereditato dei geni correlati all’Alzheimer. Se ne sono occupati dei ricercatori della University of California San Diego (Stati Uniti) in uno studio pubblicato su Neurobiology of Aging.

Grazie alla ricerca è stato possibile associare dei geni all’insorgenza della malattia di Alzheimer, che colpisce prevalentemente dopo i 65 anni. Il gene più comunemente correlato è l’alipoproteina. Altri aspetti riguardano una delle proteine tossiche che si accumulano nel cervello e che verosimilmente contribuiscono a causare la malattia. Tra i neuroni, infatti, si formano dei depositi di due proteine: beta-amiloide e dei grovigli di tau. L’accumulo di queste proteine è uno dei fenomeni precoci della malattia che interessano il cervello molti anni prima che siano evidenti i sintomi dell’Alzheimer. Il risultato finale è il danneggiamento e la morte dei neuroni.

La proteina tau, associata alla cognizione, è il primo marcatore noto dell’Alzheimer. Inizialmente fa la sua comparsa in un insieme di neuroni ben delineato che forma il “locus coeruleus”, detto punto blu. Questo nucleo svolge un ruolo centrale nella modulazione dell’attenzione, il risveglio, la memoria. È la principale fonte di norepinefrina, sostanza che agisce come ormone e neurotrasmettitore e che partecipa a diversi processi come l’assunzione di cibo, il sonno e la veglia, il controllo dell’emotività.

Il punto blu però guida anche la risposta delle pupille, cioè la variazione del loro diametro: più i test sono complicati, più le pupille si dilatano: per questo rappresentano un possibile punto di osservazione per la valutazione del rischio. Infatti, con ulteriori sviluppi potrebbe essere possibile misurare la velocità della dilatazione durante lo svolgimento dei test in individui con geni correlati alla malattia. Secondo i ricercatori sarebbe un metodo a basso costo e poco invasivo per aiutare a monitorare il rischio prima che si manifesti la malattia.

In lavori di ricerca pubblicati in precedenza i ricercatori avevano riferito che gli adulti con declino cognitivo lieve, che spesso precede l’Alzheimer, mostravano uno sforzo cognitivo maggiore e delle pupille più dilatate degli individui sani.



Giochi ed esercizi per allenare la memoria

 


Giochi ed esercizi per allenare la memoria

La memoria è una delle facoltà mentali che risente maggiormente dello scorrere del tempo.

É difficile poter stabilire un’età a partire dalla quale possono comparire i primi disturbi legati ad essa, ma sono le persone anziane ad essere colpite più frequentemente. Tutto ciò è collegato all’invecchiamento mentale che porta a un deterioramento delle capacità di apprendere e memorizzare. Alcuni processi cognitivi di base, come l’attenzione e la velocità di elaborazione, con l’invecchiamento diventano lentamente meno efficienti e possono compromettere la memoria e i suoi sistemi.

Tra le cause principali c’è la perdita dei neuroni nel corso del tempo, un fenomeno naturale, ma vi sono anche molte patologie che possono provocare disturbi della memoria, ad esempio l’ipertensione arteriosa, il diabete e il disordine della tiroide. Per prevenire l‘invecchiamento cerebrale si rilevano indispensabili uno stile di vita sano e un’alimentazione corretta, accompagnati dal praticare hobby e attività stimolanti. Inoltre è fondamentale sottoporsi a controlli periodici pianificati con l’aiuto del proprio medico.

Detto ciò, spesso si crede che il decadimento cognitivo sia inevitabile. La nostra mente è però dotata di grande plasticità, che consente alle risorse cognitive di attivarsi attraverso procedure specifiche, come i training di memoria. Sfruttando questa capacità della nostra mente è possibile allenarla, attraverso una “ginnastica mentale” composta da semplici esercizi da svolgere anche da soli.

Eccone qualcuno che può essere utile nella vita di tutti i giorni.

Per memorizzare i nomi delle persone, bisogna prestare la massima attenzione nel momento in cui avviene la presentazione.
Per memorizzare un numero, si può suddividere in cifre e cercare di associare ad ogni cifra una data di nascita, la data di un anniversario o altri eventi particolari. In alternativa, si può provare ad immaginare le proprie mani mentre compongono il numero telefonico sulla tastiera di un telefono.
Per memorizzare il posto in cui posiamo gli oggetti, è bene cercare di riporli sempre nello stesso luogo, non appena si è terminato di usarli. Se si è costretti a cambiare posto, ci si dovrà fermare un istante e nominare il luogo scelto, interrompendo il resto dei pensieri per il tempo necessario a focalizzarlo. Come per esempio: “portafoglio, ti lascio sul mobile dell’ingresso”.
Poi ancora, per ricordare le informazioni più importanti dopo aver letto un articolo o aver ascoltato un racconto, può essere utile la “Tecnica delle 5 W”: Who(chi), What(cosa), When(quando), Where(dove), Why(perchè). Questo metodo facilita il successivo recupero delle informazioni, iniziando dal rispondere a una delle cinque domande. Invece per memorizzare un indirizzo, la tecnica che può essere utilizzata è quella dell’associazione: ogni elemento dell’indirizzo che dobbiamo memorizzare possiamo associarlo a qualcosa che ci è noto.
Poi, per memorizzare una lista di parole vi sono diversi esercizi possibili: se ad esempio dobbiamo ricordare le parole: mare,sete, sole,barca,luna, fame, si possono riorganizzare associandole in coppie: mare-barca, sole-luna, fame-sete.
Per ricordare invece una la lista come quella della spesa, si può riorganizzare in questo modo: verdura, frutta, pesce, carne, formaggio, farinacei. Costruendo dunque delle categorie si ha la possibilità di mantenere nella memoria diverse di parole.
Se invece si devono memorizzare diversi oggetti, per ognuno bisogna visualizzare nella mente la sua immagine, associandola ad una storia creata da noi.

Giochi ed esercizi come questi si rivelano un grande aiuto per far fronte all’invecchiamento mentale, soprattutto per le persone anziane.



 


Una buona alimentazione è la prima prevenzione contro le malattie

Una buona alimentazione è un ingrediente essenziale per conservare un ottimo stato di salute ad ogni età. Ma, dopo i 65 anni si verificano diverse variazioni fisiologiche, come il rallentamento del metabolismo basale e la riduzione della muscolatura scheletrica, che si sommano ad un più generale cambiamento dello stile di vita.

Tutti questi cambiamenti riducono il fabbisogno energetico: dopo i 40 anni la necessità di calorie e proteine diminuisce progressivamente. Secondo i nutrizionisti, fino ai 74 anni gli uomini hanno bisogno di 1880-2250 calorie al giorno e le donne 1600-1880. Dopo i 75 il fabbisogno scende a rispettivamente a 1700-1950 e 1500-1750 calorie giornaliere. Fare attenzione a cosa si mangia è quindi importante, soprattutto approdando alla terza età. Infatti, una dieta equilibrata e il controllo del proprio peso sono fondamentali nel prevenire il cancro.

“La prevenzione oncologica non deve fermarsi mai, nemmeno durante la terza età – sottolinea il dottore Fabrizio Nicolis, Presidente di Fondazione AIOM -. Ogni giorno in Italia 1.000 persone si ammalano di cancro e la metà di questi pazienti ha più di 70 anni. Il rischio di insorgenza della malattia negli over 65 è 40 volte più alto rispetto a chi ha una età fra i 20 e i 44 anni. L’alimentazione ideale è quella mediterranea per i numerosi effetti protettivi sull’organismo. Seguendola tutti i giorni, è in grado di ridurre del 10% la mortalità da cancro”.

La dieta giornaliera equilibrata per un over 65 deve prevedere almeno 5-6 porzioni di frutta e ortaggi, importanti fonti di antiossidanti che aiutano a mantenere vivo l’organismo e allontanare l’invecchiamento. Dunque carote, spinaci, broccoli, cavoli, verdura a foglia verde, fragole, cereali integrali e legumi sono il cibo perfetto per una buona alimentazione ed un’efficace prevenzione. In particolar modo è importante la frutta, che oltre alle diverse sostanze nutritive, contiene molti liquidi essenziali per il raggiungimento del fabbisogno giornaliero di circa 2 litri.

Oltre ad un’alimentazione a basso contenuto di grassi e ad alto contenuto di fibre, è fortemente raccomandato evitare il fumo e l’abuso di alcol che portano un’accelerazione dei processi di formazione della malattia.



Chi è ottimista vive più a lungo

 


Chi è ottimista vive più a lungo

Tonino Guerra aveva ragione quando, per uno spot pubblicitario recitava, “L’ottimismo è il profumo della vita”. La scienza è andata oltre è ha stabilito che pensare positivo allunga la vita.

Una ricerca dell’università di Boston pubblicata sulla rivista dell’Accademia americana delle scienze (Pnas) ha evidenziato che il segreto della longevità è l’ottimismo. Guardare al futuro in maniera serena, essere certi che accadranno solo cose positive potrebbe essere un ingrediente fondamentale per un invecchiamento salutare, almeno fino a 85 anni se non oltre.

È stata osservata una stretta relazione fra l’affrontare la vita in modo sempre positivo e la longevità, al punto che in media vedere il mondo in rosa allunga la durata della vita dell’11-15% in più rispetto ai non ottimisti.

Lo studio
Per questo studio sono stati valutati i dati di due ampie popolazioni, una femminile di 69744 individui e l’altra di 1429 uomini, arruolate in passato per precedenti ricerche. I membri del primo gruppo erano stati seguiti per dieci anni, quelli del secondo per trenta. Tutti avevano completato dei questionari per valutare il loro livello di ottimismo, ma anche le loro condizioni generali di salute e la presenza di abitudini come l’attività fisica, l’assuefazione dal fumo di sigaretta, il consumo di bevande alcoliche.
Nei questionari sulle attitudini psicologiche i partecipanti avevano dovuto assegnare un punteggio che indicava il grado di condivisione di affermazioni come “in tempi incerti di solito mi aspetto il meglio”, “sono sempre ottimista sul mio futuro”, “difficilmente mi aspetto che le cose vadano per il verso giusto”.

Fra gli over 85 sono più numerosi coloro che affrontano la vita in modo positivo, indipendentemente dallo stato socio-economico, le condizioni di salute, la depressione e lo stile di vita. Non solo dunque essere ottimisti protegge di più dalle malattie croniche e da una morte prematura, come hanno accertato precedenti studi, ma dà maggiori probabilità di avere anche un’eccezionale longevità.

Chi è ottimista tende ad aspettarsi solo buone notizie, lieti eventi, circostanze favorevoli. Si crede in un futuro roseo perché si pensa di essere in grado di controllare gli aspetti principali della propria vita. E questo potrebbe rappresentare uno dei fattori psicosociali in grado di incidere positivamente sulla durata della vita.
Non è chiaro cosa si nasconda dietro questa associazione, ma sono state avanzate diverse ipotesi: “Alcuni suggeriscono che le persone più ottimiste possono essere in grado di regolare le emozioni e il comportamento così come di riprendersi dallo stress e dalle difficoltà in maniera più efficace”, ricorda uno dei ricercatori Laura Kubzansky. D’altro lato gli ottimisti tendono a seguire uno stile di vita più attivo, a non fumare, ad esempio. “Il motivo che rende importante l’ottimismo rimane da scoprire ma la correlazione con la salute sta diventando sempre più evidente”, dice un altro specialista Fran Grodstein.