"Cent'anni e non sentirli": Italia, paese degli ultracentenari

 


“Cent’anni e non sentirli”: Italia, paese degli ultracentenari

Nel panorama europeo l’Italia, insieme alla Francia, detiene il record del numero di ultracentenari.

Lo rileva l’Istat che ha stilato l’indagine periodica “Cent’anni e non sentirli“: in 10 anni i centenari sono passati da 11 mila a oltre 14 mila, quelli di 105 anni e oltre sono più che raddoppiati, da 472 a 1.112, con un incremento del 136%.

Sono 14.456 gli italiani che al 1° gennaio 2019 hanno compiuto il secolo, e nel panorama della longevità arriva la conferma di una tendenza già nota: quasi il 90% delle persone che hanno superato i 105 anni, è composto da donne. La maggiore longevità del genere femminile si riscontra anche tra chi ha raggiunto i 110 anni di età: ad aver superato la soglia sono tutte donne (se ne contano 2.564, pari all’86,8% contro 391 uomini, ossia il 13,2%).
In dieci anni (2009-2019), 5.882 individui hanno raggiunto l’importante traguardo dei 105 anni di età e si tratta di 709 maschi e 5.173 femmine. Di questi, 1.112 erano ancora vivi al 1° gennaio 2019. Nell’arco temporale considerato, l’incremento della popolazione semi-supercentenaria è costante (e superiore al 100% ) in tutti gli anni: si è passati da 472 individui al 1° gennaio 2009, ai 1.112 di inizio 2019 (+136%).

Tale andamento può essere in parte spiegato dal fatto che chi raggiunge la soglia dei 105 anni gode di un’elevata longevità probabilmente legata a un fattore genetico. Inoltre la fetta di popolazione dei semi-supercentenari non compre ancora i nati nel periodo della prima Guerra Mondiale e quindi non risentono degli effetti dovuti alla loro scarsa numerosità alla nascita. Anche gli individui di 110 anni e oltre sono cresciuti fortemente, passando da 10 a 21. A oggi la persona vivente più longeva d’Italia è una donna di 113 anni residente in EmiliaRomagna.
La maggior parte dei centenari risiede nel Nord Italia. Tra quelli di oltre 105 anni, 338 risiedono nel Nord-ovest, 225 nel Nord-est, 207 al Centro, 230 al Sud e 112 nelle Isole. La regione con la più alta percentuale è la Liguria.

È interessante notare inoltre che tra gli uomini il 13,6% è ancora coniugato, mentre per le donne la percentuale scende all’1,4%. Gli uomini hanno quindi una probabilità più alta di vivere in coppia anche le età estreme della vita in conseguenza della maggior longevità femminile e dell’età minore delle mogli.

Il segreto della longevità è ancora tutto da indagare, ma la dieta mediterranea, sostiene Coldiretti, è senz’altro una ricetta vincente che potrebbe aver contribuito al record tutto italiano degli ultracentenari. A pane, pasta, frutta, verdura, carne, olio extravergine e il tradizionale bicchiere di vino consumati a tavola in pasti regolari, ricorda l’associazione degli agricoltori italiani, dobbiamo in gran parte l’elisir di lunga vita che ci aiuta ad allungare le nostre aspettative di sopravvivenza.

Una piccola curiosità, i nomi più comuni tra gli appartenenti a questo speciale gruppo di ultracentenari sono Giuseppe e Maria.



Silver-tourism, quando in terza età si diventa globetrotter

 


Silver-tourism, quando in terza età si diventa globetrotter

Vivere gli anni d’argento non significa chiudersi in casa e perdere curiosità e desiderio si scoperta. Non a caso il turismosilver” registra presenze da capogiro (77 milioni in Italia, meta preferita, dai globetrotter over 65).

I numeri li ha elaborati la Fipac (Federazione italiana pensionati attività commerciali di Confesercenti) che ha anche esaminato gli interessi e le caratteristiche di questi viaggiatori. In generale, il turista over 65, è attivo e cerca esperienze interessanti… magari dai ritmi un po’ più “lenti”. Viaggi incentrati alla scoperta del patrimonio culturale e dei prodotti tipici, tour su treni antichi, escursioni con lunghe passeggiate piacevoli che non richiedono particolari requisiti fisici e che piuttosto puntano sul relax e sul benessere fisico.

Intercettare questo turismo – ha sottolineato la Fipac – può allungare la stagionalità dei territori turistici il che rappresenta un fenomeno di rilievo anche per l’economia. E partendo da questo ha scelto di sostenere un progetto sul silver tourism che promuove gli over 65 come protagonisti dell’economia turistica e si propone di migliorare la qualità e la quantità dei servizi rivolti agli anziani, organizzando visite culturali ed enogastronomiche e indagini sui consumi culturali ed enogastronomici degli anziani in ambito turistico, tutte attività che culmineranno in un convegno nazionale con le istituzioni e gli operatori del settore per la presentazione dei dati e delle proposte.

L’iniziativa è stata lanciata a Senigallia durante il seminario “Dal turismo sociale al Silver Tourism” alla presenza del presidente nazionale Fipac, Sergio Ferrari, del presidente di Assohotel, Claudio Albonetti, e al giornalista de Linkiesta e responsabile di GnamGlam per la promozione della cultura enogastronomica, Vittorio Ferla.



Crescono sempre… E diventano più grandi. Una curiosità su naso e orecchie negli anziani

 


Crescono sempre… E diventano più grandi. Una curiosità su naso e orecchie negli anziani

Invecchiando il corpo cambia in maniera visibile e inequivocabile. Rughe, pelle più sottile, capelli bianchi… E naso e orecchie sempre più grandi. Non si tratta di un effetto ottico, ma di una conseguenza dell’età direttamente connessa a una delle caratteristiche della cartilagine, quella di rinnovarsi e autoripararsi costantemente, un processo fisiologico che nel tempo ha come effetto quello di far crescere naso e orecchie. I condrociti, infatti, non sempre riescono a comprendere la presenza di un danno e proseguono comunque il loro lavoro di riparazione e “cementazione”.

Sono diversi gli studi che hanno verificato questa curiosità sugli anziani. Per citare una ricerca italiana (condotta nel 1999 dall’Università di Milano): le cartilagini tendono a crescere costantemente nell’arco della vita di un adulto, ma se dai 30 ai 60 anni lo sviluppo resta contenuto, a partire dalla terza età subisce invece una brusca accelerata (addirittura le orecchie avrebbero una crescita costante pari a 0,22 centimetri l’anno).

C’è però da tenere in considerazione anche un altro fattore che può influire sull’ingrandimento delle cartilagini (e in particolar modo per le orecchie). La cartilagine, infatti, pur rinnovandosi costantemente, perde la propria elasticità e questo (soprattutto nelle donne, che indossano orecchini anche piuttosto “pesanti”) può provocare un progressivo allungamento del lobo inferiore dell’orecchio.


 


I nonni babysitter vivono più a lungo

Secondo uno studio internazionale pubblicato sulla rivista Evolution and Human Behavior, le persone anziane che collaborano nella cura dei piccoli di famiglia vivono in media cinque anni di più rispetto a quelli che non lo fanno.

Quindi, se siete nonni e vi occupate dei vostri nipoti, sappiate che vi state allungando la vita.

Secondo i ricercatori, infatti, trascorrere del tempo con i bambini dei propri figli, godendo dell’affetto reciproco, ha un effetto positivo sulla salute psicofisica dei nonni.

L’Italia è il Paese europeo con la più alta percentuale di nonni babysitter: quasi il 26% di loro accudisce i nipoti.

I ricercatori hanno condotto lo studio su oltre 500 persone di età compresa tra i 70 e i 103 anni “schedati” da una ricerca tedesca, il Berling Aging Study, tra il 1990 e il 2009. E hanno confrontato i dati di mortalità dei nonni che avevano fornito assistenza ai nipoti, facendo da babysitter quando i figli andavano a lavorare, con quelli che non lo avevano fatto.

I risultati delle loro analisi hanno mostrato che la metà dei nonni che si erano occupati dei nipoti erano ancora in vita una decina di anni dopo la prima intervista nel 1990. Stesso risultato per gli anziani senza nipoti, ma che avevano aiutato i loro figli, per esempio, nei lavori domestici. Al contrario, circa la metà di quelli che non avevano prestato assistenza, erano morti entro cinque anni.

Ralph Hertwig, direttore del Center for Adaptive Rationality presso l’Istituto Max Planck, però, avverte: «Aiutare non deve essere frainteso come una panacea per una vita più lunga. Un moderato livello di coinvolgimento ha effetti positivi sulla salute degli anziani. Ma altri studi precedenti hanno dimostrato che un coinvolgimento troppo intenso è causa di stress, che provoca effetti negativi sulla salute fisica e mentale».

Quando si invecchia è importante continuare ad essere attivi fisicamente, impegnati socialmente e stimolati da un punto di vista cognitivo. Occuparsi dei nipoti, nella giusta misura,  permette di invecchiare meglio, facendoci sentire più in forma.



 


Gli over 65 sono davvero i divulgatori delle fake news?

Una ricerca americana dell’università di Princeton pubblicata online sulla rivista scientifica Science Advances sostiene che gli over 65 tendono a condividere le bufale più di altri.

Non sono loro a crearle, ma a farle girare sì. Per dare una misura, gli anziani tenderebbero a condividere fino a sette volte più notizie false rispetto ai giovani. Sono gli over 65 i maggiori diffusori di fake news tramite i social media.  Nello specifico si parla di bufale legate alla propaganda politica.

Lo studio si è concentrato in un intervallo temporale a cavallo delle elezioni del 2016 negli Stati Uniti. Ha riguardato un panel di 3.500 persone iscritte sia a Facebook che ad altri social a cui è stato chiesto di farsi monitorare attraverso una applicazione.

Non sono molti, secondo la ricerca, quelli che si sono collegati a siti riconosciuti come divulgatori di bufale, solo l’8,5% ha condiviso su Facebook questi collegamenti. Solo che la percentuale divisa per età dice che gli ultrasessantacinquenni a farlo almeno una volta sono l’11%, i ragazzi fra i 18 e i 29 anni appena il 3. I più anziani ne hanno pubblicate il doppio di chi ha fra i 45 e i 65 anni.

I ricercatori per spiegare il fenomeno hanno chiamato in causa la scarsa alfabetizzazione digitale. Come dire, gli over 65 non conoscendo bene i social network schiacciavano i tasti a caso. Il problema quindi non sarebbe tanto nel sapere o meno distinguere una bufala ma nell’uso dello strumento tecnologico.

Proprio per questo servirebbero interventi di alfabetizzazione informatica secondo Andrew Guess, assistente professore di politica alla Princeton University.

 

 

 

 



amore

 


L’amore si deteriora con l’età? Niente affatto

Secondo un nuovo studio pubblicato sulla rivista Emotion dopo tanti anni di convivenza le coppie tenderebbero a litigare di meno.
I conflitti e le tensioni verrebbero con il tempo sostituiti da umorismo, tenerezza ed affetto.

“Considerati i legami tra emozioni positive e salute, i nostri risultati sottolineano l’importanza delle relazioni intime per le persone anziane, e i potenziali benefici per la salute associati al matrimonio. Inoltre, sono coerenti con gli studi che suggeriscono che quando invecchiamo ci concentriamo maggiormente sugli aspetti positivi della vita” queste le parole di Alice Verstaen direttrice della ricerca.

Secondo i ricercatori, questi risultati smentiscono l’idea che le emozioni si appiattiscano o si deteriorino in tarda età: al contrario, sembrerebbe che le coppie sposate da molto tempo siano più affiatate.

“I nostri risultati fanno luce su uno dei grandi paradossi della tarda età – spiega Robert W. Levenson, l’autore senior dello studio -. Nonostante sperimentino la perdita di amici e familiari, le persone anziane che hanno un matrimonio stabile sono relativamente felici e presentano bassi tassi di depressione e ansia. Il matrimonio è positivo per la loro salute mentale”.



tristezza

 


La tristezza è visibile nel cervello

La tristezza, quello stato di depressione riconducibile ad un particolare dolore o malinconia, che ogni essere umano almeno una volta nella vita ha provato, non è solo un’emozione astratta ma si trova nel cervello.

Alcuni ricercatori studiando il cervello umano, ha esaminato le interazioni che intercorrono tra l’amigdala e l‘ippocampo, riscontrando come tale interazione sia responsabile del riemergere di memorie emotive, ed in particolare di stati come ansia e tristezza. Una rete neurale capace di far tornare ala mente stati emotivi che causerebbero, in alcuni individui, disturbi dell’umore.

Lo studio condotto dall’Università della California, e pubblicato sulla rivista Cell, ha coinvolto circa 21 pazienti epilettici a cui erano stati impiantati nel cervello da 40 a 70 elettrodi, sia superficialmente che più in profondità, in una fase preparatoria per la rimozione chirurgica di parte del tessuto cerebrale che causava le crisi epilettiche. Ai soggetti è stato chiesto di tenere traccia su un tablet del proprio umore per un periodo di tempo tra i 7 e i 10 giorni, in modo da analizzare l’attività celebrale.

Dall’esperimento è emersa un’ampia attività cerebrale nei pazienti che riscontravano un tono dell’umore tendente alla tristezza e alla depressione.
I ricercatori hanno valutato l’analisi dei dati relativi all’attività cerebrale, ed hanno suddiviso i partecipanti in due gruppi per capire le possibili differenze nell’elaborazione delle emozioni da parte del cervello nelle persone inclini all’ansia e alla depressione.

In particolare è stato evidenziato in maniera netta che il gruppo a cui era stato associato uno stato di ansia e depressione riscontrava un’interazione evidente tra l’amigdala e l’ippocampo. Tale interazione tra le due aree è responsabile dell’insorgere di alcune emozioni come la tristezza.
Gli stati emotivi quindi non sono solo semplici sensazioni astratte ma sono riscontrabili visibilmente anche nel cervello umano.



Air Bnb

 


Airbnb? Un fenomeno tutto senior

Airbnb il primo portale online al mondo nel settore del home sharing e dell’affitto a breve termine compie dieci anni. Trovare un alloggio, per un soggiorno, in diverse città, per il periodo richiesto non è mai stato così semplice.

Intuitivo e flessibile, riesce a connettere tra loro persone che vogliono mettere a disposizione di terzi, spazi privati in cambio di un extra.

L’idea è nata nel 2007 da Brian Chesky, Joe Gebbia e Nathan Blecharczyk quando, a seguito di problemi economici, decisero di affittare parte del proprio appartamento per arrotondare. L’iniziativa, riscosse un enorme successo, tant’è che nel 2009 venne emessa sul mercato dagli stessi creatori con il nome Airbedandbreakfast.com (successivamente venne abbreviato in Airbnb).

Nel 2016 la piattaforma ha generato un guadagno medio di 2.300 euro l’anno per gli oltre 80.000 host presenti in Italia, ciò significa che moltissime persone decidono di ospitare ogni giorno presso la propria abitazione viaggiatori provenienti dal tutto il mondo.

Ma chi sono coloro che decidono di affittare parte dei propri spazi?
Secondo gli ultimi dati sono gli anziani, coloro che offrono valide alternative rispetto i classici alberghi. Solo nel 2017, gli host over sessanta hanno accolto nelle proprie case 1,7 milioni di viaggiatori, ricavando un reddito aggiuntivo medio di 2.012 euro l’anno. Questo perché spesso sono coloro che dispongono di tanto tempo libero, denaro e che cercano di intraprendere nuovi rapporti sociali.

È un fenomeno che tende a crescere sempre di più, non solo dalla parte dell’offerta ma anche da quella della domanda, nel 2017 infatti sono stati oltre 500 mila i viaggiatori senior che hanno prenotato una stanza o una casa per i propri soggiorni utilizzando Airbnb (+ del 67% in un anno).



Intelligenza

 


Intelligenza? Dipende dall’età

Secondo uno studio pubblicato su Psychological Science dai ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (MIT) e dal Massachusetts General Hospital di Cambridge (Usa), l’intelligenza di ogni individuo varia in base all’età.

L’esperimento, condotto su un campione di circa 48.000 persone di età compresa tra i 10 e i 89 anni, comportava l’esecuzione di alcuni esercizi presenti in due siti web, GamesWithWords.org (messo in rete dal MIT) e TestMyBrain.org (realizzato dall’Università di Harvard).
Questi test erano diretti a misurare il quoziente intellettivo, la memoria, le competenze linguistiche e l’intelligenza emotiva.

Dallo studio è emerso che a seconda delle diverse competenze richieste, il picco intellettivo veniva raggiunto in età differenti. In particolar modo i ventenni erano più bravi a codificare e risolvere problemi inerenti simboli, i quarantenni negli esercizi mnemonici, mentre chi si avvicinava alla soglia della cinquantina, era più bravo a ricordare e riconoscere le emozioni attraverso la visualizzazione di alcune immagini.

L’intelligenza umana quindi non è statica nel corso della vita di un individuo ma varia a seconda l’età e l’esperienza di vita.

Come spiega il dott. Joshua K. Hartshorne che ha guidato la ricerca “Abbiamo smentito tutte le teorie esistenti in materia, abbiamo analizzato le facoltà cognitive per capire quando manifestassero un picco, invece abbiamo scoperto che non esisteva un momento in cui tutte le abilità erano più elevate. Abbiamo riscontrato picchi di abilità in tutte le età esaminate”.



studiare

 


Vivere più a lungo? Si può, basta studiare

Secondo uno studio austriaco condotto da Wolfgang Lutz e Endale Kebede (due ricercatori dell’International Institute for Applied systems Analysis di Laxenburg) e pubblicato sulla rivista Population and Development Review, la longevità è strettamente correlata alla formazione culturale e non al reddito di un individuo.

Dall’analisi effettuata su alcuni studi, risulta infatti che, l’aspettativa di vita è strettamente collegata al livello culturale di ciascun individuo, non alla situazione economica.

I risultati della ricerca ribaltano quelli degli studi condotti finora che eleggevano il reddito a fattore determinante in grado di garantire una vita più lunga.

Ebbene sì sembra proprio che sia il grado d’istruzione a influenzare la longevità di un individuo. Come afferma il Dottor Lutz: “Questo studio è più radicale rispetto alle precedenti analisi perché sfida la convinzione onnipresente che il reddito e gli interventi medici siano i fattori che influenzano maggiormente la salute. La nostra ricerca dimostra che l’associazione empirica tra reddito e salute è in gran parte errata”.

Ma da cosa dipende la correlazione tra la formazione culturale e la longevità?
Secondo quanto appreso dagli esperti, le persone con un elevato grado d’istruzione dispongono di maggiore conoscenza e di conseguenza fanno scelte più salutali per la loro vita.
Non solo, spesso un’elevata formazione comporta anche un lavoro più stabile e più remunerativo, con conseguente probabilità di curarsi qualora ce ne fosse bisogno.

Ovviamente da questo si deduce che la disponibilità di reddito rimane comunque tra i fattori più importanti per uno stile di vita sano, a di certo non l’unico e non quello determinante.

Leggere, studiare, conoscere nuove nozioni quindi non solo mantengono attivo il nostro cervello ma ci aiutano a vivere più a lungo.