"Cent'anni e non sentirli": Italia, paese degli ultracentenari

 


“Cent’anni e non sentirli”: Italia, paese degli ultracentenari

Nel panorama europeo l’Italia, insieme alla Francia, detiene il record del numero di ultracentenari.

Lo rileva l’Istat che ha stilato l’indagine periodica “Cent’anni e non sentirli“: in 10 anni i centenari sono passati da 11 mila a oltre 14 mila, quelli di 105 anni e oltre sono più che raddoppiati, da 472 a 1.112, con un incremento del 136%.

Sono 14.456 gli italiani che al 1° gennaio 2019 hanno compiuto il secolo, e nel panorama della longevità arriva la conferma di una tendenza già nota: quasi il 90% delle persone che hanno superato i 105 anni, è composto da donne. La maggiore longevità del genere femminile si riscontra anche tra chi ha raggiunto i 110 anni di età: ad aver superato la soglia sono tutte donne (se ne contano 2.564, pari all’86,8% contro 391 uomini, ossia il 13,2%).
In dieci anni (2009-2019), 5.882 individui hanno raggiunto l’importante traguardo dei 105 anni di età e si tratta di 709 maschi e 5.173 femmine. Di questi, 1.112 erano ancora vivi al 1° gennaio 2019. Nell’arco temporale considerato, l’incremento della popolazione semi-supercentenaria è costante (e superiore al 100% ) in tutti gli anni: si è passati da 472 individui al 1° gennaio 2009, ai 1.112 di inizio 2019 (+136%).

Tale andamento può essere in parte spiegato dal fatto che chi raggiunge la soglia dei 105 anni gode di un’elevata longevità probabilmente legata a un fattore genetico. Inoltre la fetta di popolazione dei semi-supercentenari non compre ancora i nati nel periodo della prima Guerra Mondiale e quindi non risentono degli effetti dovuti alla loro scarsa numerosità alla nascita. Anche gli individui di 110 anni e oltre sono cresciuti fortemente, passando da 10 a 21. A oggi la persona vivente più longeva d’Italia è una donna di 113 anni residente in EmiliaRomagna.
La maggior parte dei centenari risiede nel Nord Italia. Tra quelli di oltre 105 anni, 338 risiedono nel Nord-ovest, 225 nel Nord-est, 207 al Centro, 230 al Sud e 112 nelle Isole. La regione con la più alta percentuale è la Liguria.

È interessante notare inoltre che tra gli uomini il 13,6% è ancora coniugato, mentre per le donne la percentuale scende all’1,4%. Gli uomini hanno quindi una probabilità più alta di vivere in coppia anche le età estreme della vita in conseguenza della maggior longevità femminile e dell’età minore delle mogli.

Il segreto della longevità è ancora tutto da indagare, ma la dieta mediterranea, sostiene Coldiretti, è senz’altro una ricetta vincente che potrebbe aver contribuito al record tutto italiano degli ultracentenari. A pane, pasta, frutta, verdura, carne, olio extravergine e il tradizionale bicchiere di vino consumati a tavola in pasti regolari, ricorda l’associazione degli agricoltori italiani, dobbiamo in gran parte l’elisir di lunga vita che ci aiuta ad allungare le nostre aspettative di sopravvivenza.

Una piccola curiosità, i nomi più comuni tra gli appartenenti a questo speciale gruppo di ultracentenari sono Giuseppe e Maria.



L'elisir di giovinezza è racchiuso nel sangue

 


L’elisir di giovinezza è racchiuso nel sangue

Un gruppo di ricercatori della Washington University ha pubblicato uno studio sulla rivista Cell Metabolism secondo cui avrebbe trovato l’elisir di giovinezza in grado di contrastare gli effetti dannosi dell’invecchiamento.

Gli scienziati hanno notato che, arricchendo il sangue di topi anziani con quello di compagni più giovani, ci sono stati evidenti miglioramenti fisici, da una pelliccia più lucida a organi più in salute.

Ma la novità dell’esperimento, condotto da ricercatori dell’Università di Stanford e pubblicato su Nature, è che per la prima volta è stato usato sangue umano. Trasfusioni di sangue ricavato dal cordone ombelicale umano hanno “ringiovanito” il cervello di topi anziani, migliorando la loro memoria.

L’esperimento, per certi aspetti quasi fantascientifico, fa parte di un filone di ricerca che da tempo studia e testa la possibilità di sfruttare alcuni fattori presenti nel sangue o nel plasma di individui giovani per rigenerare i tessuti con effetto anti-invecchiamento.

I topi anziani che hanno ricevuto una infusione di questo plasma hanno dimostrato un certo recupero delle capacità cognitive. Inoltre, rispetto ai loro compagni che avevano ricevuto sangue ma di donatori adulti, sono stati in grado di orientarsi meglio in un labirinto (un test tipico degli studi sulla cognizione negli animali) e hanno imparato meglio a evitare le aree delle gabbie dove avevano ricevuto una piccola scossa elettrica (considerato anche questo un test per misurare la memoria).

L’esperimento è proseguito con la ricerca del fattore in grado di spiegare questi risultati: i ricercatori hanno confrontato una sessantina di proteine presenti nel plasma del cordone ombelicale con quelle del plasma di adulti, e con quelle identificate in test precedenti di “ringiovanimento” sui topi. Hanno così identificato una lista di proteine che ipoteticamente avrebbero potuto essere responsabili dell’effetto. Gli scienziati ne hanno trovata una in particolare che ha migliorato la performance di memoria. Come riprova, l’iniezione del plasma privo di quella molecola, in sigla TIMP2, non ha avuto nessun effetto. E’ dunque un risultato da decifrare.

Che cosa esattamente faccia questa proteina, di cui non è nota nessuna relazione con l’apprendimento e la memoria, i ricercatori non lo sanno. Per ottenere l’effetto però, non hanno avuto bisogno di iniettare la proteina nel cervello, ed è stato verificato che la proteina non produce una rigenerazione diretta dei neuroni, che con l’età si deteriorano. L’ipotesi è invece che la proteina funzioni come un interruttore che regola l’accensione di geni coinvolti nella crescita di cellule e vasi sanguigni, e probabilmente su altri aspetti del metabolismo, che a loro volta migliorano le performance intellettive.

I passi successivi saranno cercare di scoprire con quale meccanismo questa o altre proteine riescano a far regredire i danni dell’età, se l’effetto di ringiovanimento riguardi solo il cervello o altri tessuti del corpo, ed eventualmente cercare di riprodurlo trasformandolo in terapia anti-età.



La liquirizia addolcisce la vecchiaia?

 


La liquirizia addolcisce la vecchiaia?

Un gruppo di scienziati dell’Università di Edimburgo ha scoperto che un composto derivato dalla liquirizia, il carbenoxolone, può essere usato per rallentare il declino fisiologico delle capacità di memorizzazione negli anziani e per migliorarne la memoria verbale, che serve per ricordare informazioni e fatti recenti.

I ricercatori hanno somministrato il carbenoxolone, abitualmente utilizzato per lenire i dolori dell’ulcera, a soggetti tra i 55 e i 75 anni con problemi di memoria.
Secondo Jonathan Seckl, responsabile del progetto, la progressiva perdita di memoria che si manifesta in età senile è dovuta allo stress cronico come quello causato da una malattia di lunga data. Sarebbe proprio l’ormone dello stress, il cortisolo, a danneggiare l’ippocampo, una struttura cerebrale connessa all’apprendimento e alla memoria. Seckl ha scoperto che il carbenoxolone blocca l’aumento del cortisolo nel cervello, impedendo così il danneggiamento e rallentando il processo di “erosione” delle capacità memorizzare. Inoltre il carbenoxolone sembra migliorare la memoria anche in chi è affetto da diabete di tipo 2 ed essere una cura efficace per contrastare i primi sintomi di demenza senile o di Alzheimer, sebbene quest’ipotesi debba essere ancora valutata da nuovi studi.

Nonostante ciò, i medici raccomandano un uso moderato di liquirizia, soprattutto negli anziani, perché il carbenoxolone naturale, per diventare efficace, deve essere modificato e allo stato naturale può provocare ipertensione.



Le pupille come ‘spia’ del rischio di Alzheimer

 


Le pupille come ‘spia’ del rischio di Alzheimer

Un contributo alla diagnosi precoce del morbo di Alzheimer potrebbe arrivare anche dagli occhi.
La diversa dilatazione delle pupille, durante i test per valutare la funzione cognitiva, potrebbe fornire informazioni sulle probabilità di sviluppare la patologia in soggetti che hanno ereditato dei geni correlati all’Alzheimer. Se ne sono occupati dei ricercatori della University of California San Diego (Stati Uniti) in uno studio pubblicato su Neurobiology of Aging.

Grazie alla ricerca è stato possibile associare dei geni all’insorgenza della malattia di Alzheimer, che colpisce prevalentemente dopo i 65 anni. Il gene più comunemente correlato è l’alipoproteina. Altri aspetti riguardano una delle proteine tossiche che si accumulano nel cervello e che verosimilmente contribuiscono a causare la malattia. Tra i neuroni, infatti, si formano dei depositi di due proteine: beta-amiloide e dei grovigli di tau. L’accumulo di queste proteine è uno dei fenomeni precoci della malattia che interessano il cervello molti anni prima che siano evidenti i sintomi dell’Alzheimer. Il risultato finale è il danneggiamento e la morte dei neuroni.

La proteina tau, associata alla cognizione, è il primo marcatore noto dell’Alzheimer. Inizialmente fa la sua comparsa in un insieme di neuroni ben delineato che forma il “locus coeruleus”, detto punto blu. Questo nucleo svolge un ruolo centrale nella modulazione dell’attenzione, il risveglio, la memoria. È la principale fonte di norepinefrina, sostanza che agisce come ormone e neurotrasmettitore e che partecipa a diversi processi come l’assunzione di cibo, il sonno e la veglia, il controllo dell’emotività.

Il punto blu però guida anche la risposta delle pupille, cioè la variazione del loro diametro: più i test sono complicati, più le pupille si dilatano: per questo rappresentano un possibile punto di osservazione per la valutazione del rischio. Infatti, con ulteriori sviluppi potrebbe essere possibile misurare la velocità della dilatazione durante lo svolgimento dei test in individui con geni correlati alla malattia. Secondo i ricercatori sarebbe un metodo a basso costo e poco invasivo per aiutare a monitorare il rischio prima che si manifesti la malattia.

In lavori di ricerca pubblicati in precedenza i ricercatori avevano riferito che gli adulti con declino cognitivo lieve, che spesso precede l’Alzheimer, mostravano uno sforzo cognitivo maggiore e delle pupille più dilatate degli individui sani.



Giochi ed esercizi per allenare la memoria

 


Giochi ed esercizi per allenare la memoria

La memoria è una delle facoltà mentali che risente maggiormente dello scorrere del tempo.

É difficile poter stabilire un’età a partire dalla quale possono comparire i primi disturbi legati ad essa, ma sono le persone anziane ad essere colpite più frequentemente. Tutto ciò è collegato all’invecchiamento mentale che porta a un deterioramento delle capacità di apprendere e memorizzare. Alcuni processi cognitivi di base, come l’attenzione e la velocità di elaborazione, con l’invecchiamento diventano lentamente meno efficienti e possono compromettere la memoria e i suoi sistemi.

Tra le cause principali c’è la perdita dei neuroni nel corso del tempo, un fenomeno naturale, ma vi sono anche molte patologie che possono provocare disturbi della memoria, ad esempio l’ipertensione arteriosa, il diabete e il disordine della tiroide. Per prevenire l‘invecchiamento cerebrale si rilevano indispensabili uno stile di vita sano e un’alimentazione corretta, accompagnati dal praticare hobby e attività stimolanti. Inoltre è fondamentale sottoporsi a controlli periodici pianificati con l’aiuto del proprio medico.

Detto ciò, spesso si crede che il decadimento cognitivo sia inevitabile. La nostra mente è però dotata di grande plasticità, che consente alle risorse cognitive di attivarsi attraverso procedure specifiche, come i training di memoria. Sfruttando questa capacità della nostra mente è possibile allenarla, attraverso una “ginnastica mentale” composta da semplici esercizi da svolgere anche da soli.

Eccone qualcuno che può essere utile nella vita di tutti i giorni.

Per memorizzare i nomi delle persone, bisogna prestare la massima attenzione nel momento in cui avviene la presentazione.
Per memorizzare un numero, si può suddividere in cifre e cercare di associare ad ogni cifra una data di nascita, la data di un anniversario o altri eventi particolari. In alternativa, si può provare ad immaginare le proprie mani mentre compongono il numero telefonico sulla tastiera di un telefono.
Per memorizzare il posto in cui posiamo gli oggetti, è bene cercare di riporli sempre nello stesso luogo, non appena si è terminato di usarli. Se si è costretti a cambiare posto, ci si dovrà fermare un istante e nominare il luogo scelto, interrompendo il resto dei pensieri per il tempo necessario a focalizzarlo. Come per esempio: “portafoglio, ti lascio sul mobile dell’ingresso”.
Poi ancora, per ricordare le informazioni più importanti dopo aver letto un articolo o aver ascoltato un racconto, può essere utile la “Tecnica delle 5 W”: Who(chi), What(cosa), When(quando), Where(dove), Why(perchè). Questo metodo facilita il successivo recupero delle informazioni, iniziando dal rispondere a una delle cinque domande. Invece per memorizzare un indirizzo, la tecnica che può essere utilizzata è quella dell’associazione: ogni elemento dell’indirizzo che dobbiamo memorizzare possiamo associarlo a qualcosa che ci è noto.
Poi, per memorizzare una lista di parole vi sono diversi esercizi possibili: se ad esempio dobbiamo ricordare le parole: mare,sete, sole,barca,luna, fame, si possono riorganizzare associandole in coppie: mare-barca, sole-luna, fame-sete.
Per ricordare invece una la lista come quella della spesa, si può riorganizzare in questo modo: verdura, frutta, pesce, carne, formaggio, farinacei. Costruendo dunque delle categorie si ha la possibilità di mantenere nella memoria diverse di parole.
Se invece si devono memorizzare diversi oggetti, per ognuno bisogna visualizzare nella mente la sua immagine, associandola ad una storia creata da noi.

Giochi ed esercizi come questi si rivelano un grande aiuto per far fronte all’invecchiamento mentale, soprattutto per le persone anziane.



 


Una buona alimentazione è la prima prevenzione contro le malattie

Una buona alimentazione è un ingrediente essenziale per conservare un ottimo stato di salute ad ogni età. Ma, dopo i 65 anni si verificano diverse variazioni fisiologiche, come il rallentamento del metabolismo basale e la riduzione della muscolatura scheletrica, che si sommano ad un più generale cambiamento dello stile di vita.

Tutti questi cambiamenti riducono il fabbisogno energetico: dopo i 40 anni la necessità di calorie e proteine diminuisce progressivamente. Secondo i nutrizionisti, fino ai 74 anni gli uomini hanno bisogno di 1880-2250 calorie al giorno e le donne 1600-1880. Dopo i 75 il fabbisogno scende a rispettivamente a 1700-1950 e 1500-1750 calorie giornaliere. Fare attenzione a cosa si mangia è quindi importante, soprattutto approdando alla terza età. Infatti, una dieta equilibrata e il controllo del proprio peso sono fondamentali nel prevenire il cancro.

“La prevenzione oncologica non deve fermarsi mai, nemmeno durante la terza età – sottolinea il dottore Fabrizio Nicolis, Presidente di Fondazione AIOM -. Ogni giorno in Italia 1.000 persone si ammalano di cancro e la metà di questi pazienti ha più di 70 anni. Il rischio di insorgenza della malattia negli over 65 è 40 volte più alto rispetto a chi ha una età fra i 20 e i 44 anni. L’alimentazione ideale è quella mediterranea per i numerosi effetti protettivi sull’organismo. Seguendola tutti i giorni, è in grado di ridurre del 10% la mortalità da cancro”.

La dieta giornaliera equilibrata per un over 65 deve prevedere almeno 5-6 porzioni di frutta e ortaggi, importanti fonti di antiossidanti che aiutano a mantenere vivo l’organismo e allontanare l’invecchiamento. Dunque carote, spinaci, broccoli, cavoli, verdura a foglia verde, fragole, cereali integrali e legumi sono il cibo perfetto per una buona alimentazione ed un’efficace prevenzione. In particolar modo è importante la frutta, che oltre alle diverse sostanze nutritive, contiene molti liquidi essenziali per il raggiungimento del fabbisogno giornaliero di circa 2 litri.

Oltre ad un’alimentazione a basso contenuto di grassi e ad alto contenuto di fibre, è fortemente raccomandato evitare il fumo e l’abuso di alcol che portano un’accelerazione dei processi di formazione della malattia.



Perchè invecchiando si ingrassa?

 


Perchè invecchiando si ingrassa?

Con l’avanzare dell’età il fisico non è più lo stesso, oltre a rughe e capelli bianchi, è quasi inevitabile anche la comparsa di qualche chilo di troppo. Indipendentemente da quanto si mangia e dall’attività fisica che si fa.

Ma perché invecchiando si fa più fatica a mantenere sotto controllo il proprio peso corporeo? A rispondere a questa domanda sono stati i ricercatori del Karolinska Institutet di Stoccolma, in collaborazione con l’Università di Uppsala e l’Università di Lione, che nel loro studio hanno dimostrato che invecchiando si ingrassa più facilmente a causa di un calo della capacità di immagazzinare e rimuovere i lipidi nel tessuto adiposo.

Gli esperti hanno analizzato le cellule di tessuto adiposo in 54 uomini e donne nell’arco di 13 anni. Indipendentemente dall’eventuale aumento o perdita di peso, nel corso degli anni questi soggetti hanno mostrato un calo del turnover dei lipidi nel tessuto grasso, ovvero il tasso al quale i lipidi vengono rimossi e immagazzinati. I partecipanti che non controbilanciavano questi processi introducendo meno calorie hanno guadagnato in media il 20% del loro peso corporeo. Determinante è quindi l’introito di lipidi nel tessuto adiposo.

Oltre a questo i ricercatori hanno anche esaminato il metabolismo dei lipidi in 41 donne obese che erano state sottoposte a un intervento di chirurgia bariatrica e il modo in cui il tasso di turnover dei lipidi influenzava la tendenza a non prendere peso in un periodo compreso fra quattro e sette anni. Una delle maggiori insidie per i pazienti che subiscono un intervento per la perdita di peso è infatti riacquistare i chili persi nel corso del tempo.
Dai risultati è emerso che solamente coloro che avevano un basso tasso di turnover prima dell’intervento sono riuscite a aumentarlo e, quindi, a mantenere la perdita di peso.

Per risvegliare un turnover lipidico lento, concludono i ricercatori, una delle possibili strategie è quella di praticare più attività fisica, come già dimostrato da studi condotti in precedenza.

L’eccesso di peso è diventato un fenomeno sempre più diffuso in tutto il mondo e riguarda ormai anche i Paesi con minore reddito.

Il sovrappeso ma soprattutto l’obesità sono dei fattori di rischio per la salute, su diversi fronti: per le malattie cardiovascolari, respiratorie, osteo-articolari e anche per alcuni tumori: “L’obesità e le malattie correlate all’obesità sono diventate un problema globale. Non è mai stata più rilevante la comprensione delle dinamiche dei grassi e di ciò che regola le proporzioni della massa grassa”, dice un’altra ricercatrice Kirsty Spalding. Ecco perché è importante capire come il turnover dei lipidi regoli la massa di tessuto adiposo e quindi come si possa sviluppare l’eccesso di peso e come evitare di riacquistarlo.
La maggiore conoscenza di questi fenomeni potrebbe portare a nuovi modi per trattare l’obesità.



 


Parkinson: stimolare l’orecchio riduce i sintomi

Secondo uno studio apparso sulla rivista Parkinsonism and Related Disorders, stimolare in maniera appropriata l’orecchio può essere d’aiuto per contrastare o gestire i sintomi del Parkinson.

La “stimolazione vestibolare calorica” dell’orecchio, già conosciuta in ambito clinico (per la diagnosi di vari disturbi come le vertigini) migliora la gestione del morbo di Parkinson riducendone i sintomi sia motori sia non come la capacità decisionale, l’umore, la memoria, il livello di attenzione e il sonno. È quanto dimostrato da uno studio pilota su 47 pazienti condotto presso l’Università del Kent.

Diretto dal professor David Wilkinson della Kent’s School of Psychology, questo studio potrebbe dare nuova linfa alla ricerca di nuove cure nell’ambito del morbo di Parkinson, una malattia neurodegenerativa che si verifica quando le cellule nervose del cervello che producono il neurotrasmettitore dopamina cominciano a morire.

La stimolazione calorica vestibolare (che in genere si effettua irrigando l’orecchio con una certa quantità di acqua a una data temperatura) è una tecnica non invasiva e già in uso per i problemi che riguardano l’organo dell’equilibrio. In questo studio i pazienti con Parkinson sono stati sottoposti a due cicli quotidiani di stimolazione per due mesi, servendosi di un apparecchio portatile facile da usare direttamente a casa.

Dopo i due mesi di trattamento, e almeno per le 5 settimane successive, i pazienti hanno riferito miglioramenti sia nelle capacità motorie sia cognitive, con un globale miglioramento dell’autonomia nelle attività quotidiane.

Positive le sensazioni del professor Wilkinson: “Questo studio contempla la possibilità intrigante che alcuni aspetti della malattia di Parkinson possano essere gestiti meglio se le terapie farmacologiche tradizionali sono combinate con una stimolazione delicata e non invasiva degli organi dell’equilibrio”.

I risultati andranno ora confermati su una casistica più ampia di pazienti, concludono gli esperti.



L'antidoto ai problemi di memoria? Il succo di mirtillo

 


L’antidoto ai problemi di memoria? Il succo di mirtillo

Consumare una tazza al giorno di mirtilli fa invecchiare bene: le proprietà di questo frutto sono un anti age molto efficace.

Una recente serie di studi pubblicati su Journals of Gerontology, Series A: Biological Sciences and Medical Sciences ha approfondito i benefici che il consumo di mirtilli può fornire in terza età.
“Sin dagli anni ‘90 – sostiene il ricercatore Donald K. Ingram  – la ricerca sui benefici dei mirtilli per la salute è cresciuta in maniera esponenziale. Gli studi hanno documentato che questo frutto è tra i primi per attività antiossidante rispetto a molti altri frutti comunemente consumati. Inoltre sono stati identificati altri meccanismi dietro ai benefici per la salute dei mirtilli, come le proprietà antinfiammatorie”.

Questi studi, suddivisi in quattro ricerche, hanno approfondito diversi aspetti specifici:

    1. In uno, i ricercatori hanno evidenziato che il consumo di 200 grammi di mirtilli al giorno, è in grado di migliorare la funzione dei vasi sanguigni e diminuire la pressione arteriosa sistolica, la “massima”, nell’arco di 24 ore. Questo grazie alle antocianine, flavonoidi che danno al mirtillo il loro caratteristico colore scuro.
    2. Un altro studio si è soffermato sui benefici cognitivi del consumo di mirtilli: associando l’alto contenuto di polifenoli a una migliore prestazione nello svolgimento di test mnemonici da parte di un gruppo di persone anziane.
    3. Un altro articolo ha fornito una revisione di diversi studi clinici che si erano concentrati sui benefici della supplementazione di mirtilli, con particolare attenzione sugli effetti per la memoria nei bambini così come negli anziani con declino cognitivo lieve.
    4. L’ultimo studio è stato invece condotto su cavie. I ricercatori hanno presentato dei dati sulle abilità mnemoniche di topi invecchiati: quelli a cui erano stati somministrati i mirtilli non commettevano errori, a differenza di quelli che avevano una dieta controllata senza il frutto il questione.

I mirtilli – suggeriscono gli autori – potrebbero annullare alcuni deficit cognitivi tipici dell’età avanzata e preservare la buona salute della funzione cognitiva.

Non trascurabili le proprietà anti-infiammatorie del frutto, che dà il meglio di sè, in termini nutrizionali, quando è selvatico. Meglio quindi, se possibile, raccoglierlo nei boschi o privilegiare piccoli produttori locali.



Suoni dolci durante il sonno per combattere i deficit di memoria

 


Suoni dolci durante il sonno per combattere i deficit di memoria

Siamo abituati a dormire nel silenzio. Eppure un recente studio clinico, condotto da Roneil Malkani della Northwestern University Feinberg School of Medicine e pubblicato sulla rivista Clinical and Translational Neurology, ha dimostrato che una stimolazione sonora con suoni “dolci” durante il sonno profondo (quello che viene chiamato “rumore rosa”) riesce a migliorare la memoria di persone con deficit cognitivi e quindi a rischio di Alzheimer. La memoria migliora tanto di più quanto più la stimolazione sonora aumenta il sonno profondo (vale a dire quando il cervello – monitorato con strumenti appositi durante il sonno – emette onde lente).

LO STUDIO
A un piccolo gruppo di volontari con un lieve declino cognitivo (una condizione patologica che spesso precede l’Alzheimer) è stato chiesto di dormire due volte in un laboratorio del sonno. Durante una delle due sessioni, gli esperti hanno usato il rumore rosa in concomitanza al sonno profondo; nell’altra notte i volontari, invece, non hanno ricevuto alcuna stimolazione sonora. Prima di ogni dormita, ai volontari è stato anche chiesto di leggere e memorizzare coppie di parole e di riferire, al mattino successivo, il maggior numero di parole che riuscivano a ricordare. E’ emerso che dopo la notte con stimolazione sonora i partecipanti ricordavano più parole al mattino dopo e che la memoria risultava migliorata quanto più la stimolazione sonora era stata in grado di aumentare la durata del sonno profondo: «Il sonno profondo è quindi – ha spiegato Malkani – un importante e concreto bersaglio terapeutico per persone con un lieve declino cognitivo. Sonno e memoria sono strettamente collegati. Migliorare il sonno, quindi, rappresenta un nuovo promettente approccio per prevenire la demenza».