Nella terza età non sentire rimpicciolisce il cervello

Secondo uno studio condotto in collaborazione dai ricercatori della Johns Hopkins University e del National Institute on Aging i problemi d’udito fanno rimpicciolire il cervello.

Già in passato alcune ricerche avevano rilevato l’associazione tra i problemi d’udito e cambiamenti nella struttura del cervello ma gli scienziati di questo studio hanno fatto chiarezza sull’argomento dimostrando che l’atrofia cerebrale è una conseguenza più che la causa della perdita delle capacità uditive.

Lo studio
Attraverso risonanze magnetiche, gli studiosi hanno monitorato, per 10 anni, la struttura del cervello di 126 persone. Dalle indagini è emerso che nei partecipanti che all’inizio della ricerca avevano già problemi d’udito la velocità di progressione dell’atrofia cerebrale era maggiore di quanto rilevato negli individui che ci sentivano bene, tanto che i problemi di udito sono risultati associati alla perdita di un centimetro cubo di tessuto nervoso in più ogni anno.

In presenza di capacità uditive ridotte, le alterazioni riguardano regioni specifiche del cervello, come il giro superiore, medio e inferiore, tutte aree coinvolte nell’elaborazione dei suoni e del linguaggio.
Frank Lin, coautore dello studio, ha spiegato che questi cambiamenti potrebbero essere la conseguenza della mancata stimolazione delle aree coinvolte nelle funzioni uditive. Tuttavia, ha precisato l’esperto, che queste strutture non lavorano in modo isolato e per questo la perdita dell’udito potrebbe colpire il cervello sotto diversi punti di vista. Per questo motivo bisognerebbe dare importanza ai problemi d’udito sin dal loro esordio, se la perdita dell’udito contribuisce potenzialmente alle differenze che hanno osservato con la risonanza magnetica bisognerebbe trattarla prima che si verifichino questi cambiamenti strutturali nel cervello.



W le statine che riducono il rischio cardiovascolare

 


W le statine che riducono il rischio cardiovascolare

C’è un nuovo studio realizzato dall’Università di Sidney e pubblicato sulla rivista “Lancet” che ha rilevato la connessione tra le statine – i farmaci comunemente usati per abbassare il colesterolo – e la diminuzione del rischio cardiovascolare anche nelle persone che hanno superato i 75 anni d’età.

I ricercatori australiani hanno analizzato i risultai di 28 test clinici randomizzati, ottenendo cosi dei dati utili su 187 mila pazienti (di cui quasi 15 mil avevano più di 75 anni). Già in passato alcuni studi avevano correlato l’uso di statine alla diminuzione del rischio cardiovascolare nei soggetti di età compresa tra i 65 e i 70 anni, ma questa ricerca estende i risultati anche agli over 75.

Tutte le volte in cui le statine riducono di 1 mmol/L (millimoli per litro) il colesterolo LDL, anche il rischio di gravi eventi cardiovascolari diminuisce di circa un quinto, indipendentemente dall’età. La probabilità di episodi coronarici maggiori si riduce del 30% nei soggetti tra i 55 e i 75 anni e del 20% nella fascia più anziana della popolazione. Restano invariati, invece, i rischi associati all’ictus e all’introduzione di stent o di bypass coronarici. Inoltre “nonostante le preoccupazioni precedenti – scrivono gli autori – non sono stati trovati effetti avversi sul rischio di cancro o sulla mortalità generale, in nessuna fascia d’età”.

Infine, uno studio del 2017, condotto dalla Duke University, ha rilevato che le statine potrebbero svolgere un’altra importante funzione: riducendo il colesterolo LDL, rendono l’organismo meno vulnerabile a infezioni pericolose (come il tifo addominale), ma la probabilità di contrarre queste malattie dipende anche dalla presenza (o dall’assenza) del gene VAC14… Quindi c’è ancora da studiare.



Scoperta la causa della perdita muscolare in terza età

 


Scoperta la causa della perdita muscolare in terza età

Il progressivo indebolimento muscolare negli anziani, quello che rende difficili anche le più semplici attività quotidiane come alzarsi da una sedia o salire e scendere le scale, sarebbe causato dalla perdita dei nervi. E’ il risultato di uno studio, condotto da un gruppo di ricercatori della Manchester Metropolitan University e pubblicato sul Journal of Physiology.

Lo studio ha preso in esame 168 uomini dei quali sono stati esaminati, tramite risonanza magnetica, il tessuto muscolare per registrare l’attività elettrica che passa attraverso i muscoli per stimare il numero e le dimensioni dei nervi sopravvissuti. Dai test è emerso che quando si raggiungono i 75 anni di età, in gran parte del campione, le strutture anatomiche del sistema nervoso che controllano le gambe diminuiscono in media del 30%. Questa diminuzione sarebbe alla base del malfunzionamento: “Con il passare del tempo – ha spiegato Jamie McPhee, autore dello studio – si registra una drammatica perdita di nervi che può arrivare fino al 60% del totale, questo perché i muscoli devono ricevere un segnale adeguato dal sistema nervoso per contrarsi e muoversi in maniera corretta”.

Lo studio ha anche evidenziato che una migliore forma fisica diminuisce il problema. I muscoli dei volontari in forma, infatti, riescono a sviluppare una sorta di “protezione”, la strutture anatomiche del sistema nervoso hanno evidenziato la capacità di inviare nuovi “rami” per salvare il funzionamento dei muscoli.



 


Paradosso obesità: aumenta la sopravvivenza in caso di ictus

E’ chiamato paradosso dell’obesità: in caso di ictus l’obesità e il sovrappeso aumentano le chance di sopravvivenza. A dirlo sono i risultati di uno studio – condotto dall’Università della California di Los Angeles, diretto da Zuolu Liu – che saranno presentati al 71° convegno annuale dell’American Academy of Neurology (in programma a Philadelphia, dal 54 al 10 maggio).

Lo studio prende le mosse da altri che avevano messo in evidenza come l’avere del peso extra possa giocare un ruolo nella sopravvivenza di individui o che hanno sofferto di malattie renali e cardiache croniche.

Lo studio ha coinvolto 1033 persone dell’età media di 71 anni che avevano subito un ictus ischemico acuto che sono stati seguiti nei tre mesi successivi all’evento cerebrovascolare per monitorarne i livelli di disabilità. I partecipanti sono stati divisi in 5 gruppi in base al loro indice di massa corporea (sottopeso, normopeso, sovrappeso, obesi e gravemente obesi). Al termine dell’osservazione è emerso che i gravemente obesi avevano correvano un rischio di morire più basso del 62%, rispetto ai normopeso. Gli obesi avevano il 46% di probabilità in meno di morire Per i pazienti in sovrappeso il pericolo era inferiore del 15%… Mentre per gli individui sottopeso le probabilità di morire erano maggiori del 67%. I rischi sono stati calcolati dopo aver escluso altri fattori concorrenti ai tassi di sopravvivenza (come ipertensione, ipercolesterolemia o fumo).

Insomma, avere dei chili in più in questo caso aiuterebbe, ma è ancora da indagare la possibile spiegazione. Forse si tratta della riserva nutrizionale che può aiutare a sopravvivere durante un periodo di malattia prolungata, ma sono comunque necessarie altre ricerche.

Durante lo studio sono morte 11 persone gravemente obese su 95; 19 obesi su 192; 58 pazienti sovrappeso su 395; 55 individui normopeso su 327 e 6 soggetti sottopeso su 24.



Il divertimento allunga la vita

 


Il divertimento allunga la vita

Divertirsi in età avanzata aiuta ad aumentare l’aspettativa di vita, secondo uno studio dell’University College di Londra.

Per giungere a tale conclusione, gli esperti hanno seguito più di 9.000 uomini e donne tra i 50 e i 60 anni.
Ogni due anni, tra il 2002 e il 2006, i volontari hanno risposto a delle domande circa la loro gioia di vivere, quanto hanno apprezzato la compagnia degli altri e quanto hanno apprezzato le loro attività quotidiane.
Questi dati sono stai poi incrociati con quelli relativi alla mortalità del campione prescelto, aggiornata al 2013.

I risultati hanno evidenziato che l’alto livello di divertimento è correlato a una vita più lunga: in media morivano prima più persone fra quelle che conducevano una vita che giudicavano noiosa rispetto a quelle che ritenevano la loro vecchiaia piacevole.

Nello specifico, ai partecipanti erano rivolte quattro domande: “Ti piacciono le cose che fai?”; “Ti piace stare in compagnia di altre persone?”; “Tutto sommato, guardi alla tua vita con un senso di felicità?” e “Ti senti pieno di energia in questi giorni?”.
Alle domande era possibile rispondere in 4 modi: chi rispondeva “qualche volta” o “spesso” veniva classificato come persona con “un alto livello di divertimento”, al contrario di coloro che rispondevano con le altre due opzioni a disposizione, “mai” o “raramente”.

In totale, il 34% degli intervistati ha ottenuto tre “alti livelli di divertimento” su quattro, il 22% due, il 20% uno e il 24% ha risposto scegliendo le opzioni negative a tutte le domande: dai sondaggi è risultato tra l’altro che fra gli anziani le donne si divertono più degli uomini, le persone sposate più dei single e chi ha un’istruzione superiore più di chi non la possiede.
Confrontando i dati sul divertimento con quelli sulla mortalità (1310 persone sono morte prima della fine dello studio), è poi risultato che il rischio di mortalità per qualunque causa è del 17% in meno per chi ha due “alti livelli di divertimento” rispetto a chi non ne ha nessuno e del 24% in meno per chi ne ha dichiarati tre.

I ricercatori dell’University College precisano però che si tratta di uno studio di osservazione, che richiede ulteriori approfondimenti per determinare relazioni causali fra livelli di divertimento e tasso di mortalità.



Nuove indicazioni per gli over 65: adesso si mangia saporito

 


Nuove indicazioni per gli over 65: adesso si mangia saporito

Marcia indietro degli specialisti sulla dieta povera di sale e grassi che tanto intristisce i nonni a tavola.

Basta cene a base di minestrine insipide e la triste fettina di pollo scondita. Da oggi anche i nonni a tavola potranno gustare un piatto saporito che abbia il gusto di cibo vero.
La buona notizia per gli over 65 arriva dal Congresso della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (Sigg).

Le nuove indicazioni, basate sui risultati delle ultime ricerche, consentono di raddoppiare le dosi di sale e grassi giudicate finora ottimali: così la quantità di lipidi passa da 20-30 a 40-50 grammi al giorno, mentre il sale arriva fino a 5-6 grammi quotidiani contro i 3-4 di prima.

I consigli dei geriatri tengono conto degli ultimi studi, secondo cui non è necessario demonizzare cloruro di sodio e grassi, perché il rischio cardiovascolare e metabolico complessivo non si modifica in maniera sostanziale. Non solo: una carenza di questi nutrienti e minerali potrebbe rivelarsi controproducente.

“Numerose ricerche hanno dimostrato che avere un buon apporto di acidi grassi polinsaturi è essenziale nella terza età: la mortalità si abbassa fino al 42% se l’introito dalla dieta è adeguato, mentre il rischio cardiovascolare e la mortalità salgono fino all’81% in più se si consumano soprattutto grassi saturi e grassi trans”, spiega Raffaele Antonelli Incalzi, presidente della Sigg. “L’obiettivo negli over 65 – aggiunge – non deve essere la riduzione dei grassi in assoluto, quanto piuttosto la sostituzione dei grassi provenienti dagli alimenti di origine animale con grassi di origine vegetale o dal pesce”.

Studi recenti indicano che una eccessiva restrizione di sodio può avere effetti negativi sulla resistenza all’insulina, i lipidi nel sangue e l’assetto neuro-ormonale. Tutti elementi che possono favorire le malattie cardiovascolari e l’insufficienza cardiaca e che potrebbero perciò controbilanciare le possibili conseguenze positive della riduzione di sale sulla pressione arteriosa.

Inoltre gli esperti segnalano che in uomini e donne over 70 in buona salute complessiva, il rischio cardiovascolare più basso possibile è attorno ai 3 grammi di sodio al giorno. Quanto alle proteine invece resta invariata la raccomandazione di introdurre ogni giorno 1 grammo per ogni chilo di peso corporeo.

I geriatri sono ora più permissivi anche con i grassi, ritenuti in passato il pericolo numero uno per il cuore e le arterie. Per gli over 65 – dicono – non c’è necessità di tirare troppo la cinghia.

“Il pesce, troppo spesso trascurato nella dieta degli anziani, è una fonte ideale di grassi polinsaturi benefici per il cuore e non solo: un buon apporto di lipidi serve per mantenere una performance cognitiva adeguata ed è perciò utile per rallentare il declino cerebrale”, conclude Antonelli Incalzi.

 



La pennichella pomeridiana fa bene alla pressione

 


La pennichella pomeridiana fa bene alla pressione

Un team di ricerca internazionale guidato da scienziati greci ha dimostrato che il pisolino pomeridiano, ovvero la classica pennichella, riduce la pressione sanguigna come un farmaco a basso dosaggio o la riduzione di alcol e sale dalla dieta.

La pennichella pomeridiana, divenuta nel tempo un privilegio per poche persone, dati i ritmi frenetici imposti dagli impegni odierni, è un vero e proprio toccasana soprattutto per chi soffre di pressione alta: infatti, abbassa la pressione sanguigna con la stessa efficacia di alcuni (opportuni) cambiamenti nello stile di vita, come la riduzione di alcol e sale. Ma non solo. L’effetto del pisolino è infatti paragonabile a quello dei farmaci antipertensivi a basso dosaggio. Lo ha dimostrato un team di ricerca internazionale guidato da scienziati greci dell’Asklepieion General Hospital di Voula.

Per compiere lo studio, i ricercatori hanno analizzato un campione di 212 individui, con età superiore ai 60 anni, in cura per ipertensione arteriosa. Nello specifico hanno monitorato i pazienti con uno strumento medico portatile in grado di rilevare la pressione sanguigna in ogni momento della giornata.
Comparando la pressione media giornaliera dei partecipanti al test è emerso che gli individui che sono soliti concedersi il riposino pomeridiano hanno la pressione massima inferiore di 5 millimetri di mercurio rispetto a coloro che non hanno questa abitudine.
Gli esperti hanno rilevato, inoltre, che la pressione arteriosa cala di circa 3 unità ogni ora di riposo.

Un altro studio, condotto da un team di ricercatori dell’Università di Bristol, ha dimostrato che riposare nel pomeriggio migliora sensibilmente la capacità di prendere decisioni: un’ora e mezza di pennichella è il lasso di tempo ideale per riuscire a elaborare le informazioni in modo ottimale.
Per giungere a questi risultati, i ricercatori hanno analizzato l’attività cerebrale di un campione di individui quando sottoposti a specifici test, con e senza riposo.

È così emerso che la pennichella migliora i tempi di risposta cerebrale.

 



Mangiare uova fa bene alla vista

 


Mangiare uova fa bene alla vista

Alcune sane abitudini di vita ci aiutano a diminuire il rischio di sviluppare gravi malattie oculari quali la degenerazione maculare senile, il glaucoma o la cataratta: proteggere sempre gli occhi dai raggi solari con occhiali da sole di buona qualità, smettere di fumare, svolgere regolare attività fisica e seguire un’alimentazione corretta.

Sappiamo tutti, fin da piccoli, che le carote fanno bene alla vista, ma forse non molti sanno che esistono anche altri cibi “protettori” degli occhi, tra cui le uova.
Il consumo di uova, da 2 a 4 alla settimana, ha un effetto benefico sulla vista.

A dimostrarlo è una ricerca pubblicata su Clinical Nutrition da un team del Westmead Institute for Medical Research in Australia. La maculopatia colpisce il centro della retina, la macula appunto, e può determinare cecità o ipovisione.

Chi mangia dalle 2 alle 4 uova ha un rischio dimezzato rispetto a chi consuma meno di un uovo a settimana.
“Un altro importante messaggio che deriva da questo studio è che per chi mangia 2-4 uova a settimana il rischio di sviluppare la forma cosiddetta umida di maculopatia è ridotto del 62% rispetto a chi consuma meno di un uovo a settimana”, dichiara l’autore del lavoro, Bamini Gopinath.

La ricerca ha coinvolto 3654 soggetti oltre i 49 anni, il cui stato di salute è stato monitorato per 15 anni. Nel corso del follow up, oltre 2000 partecipanti hanno ricevuto una diagnosi di degenerazione maculare senile. I soggetti hanno compilato questionari alimentari per stabilire la frequenza e la quantità di uova consumate.
L’effetto si manifesta anche in chi accusa già la malattia: il consumo di uova si associa infatti a una riduzione del rischio di progressione della malattia in fase avanzata.
Ad assicurare tale effetto sarebbe la presenza nelle uova di due antiossidanti fondamentali per la salute della retina, la luteina e la zeaxantina.

Ecco gli altri alimenti salva-vista:
– Gli agrumi – Ricchi di vitamina C, gli agrumi aiutano a combattere i radicali liberi e a riparare i danni di cui essi sono responsabili. Un recente studio evidenzia come la vitamina C contribuisca a mantenere le cellule del nervo ottico in funzione.
– Le verdure a foglia verde – Gli spinaci e il cavolo sono un’ottima fonte di luteina e zeaxantina, una sostanza protettiva delle cellule della macula che contribuisce a ridurre il rischio di contrarre la degenerazione maculare.
Frutta e verdura di colore giallo e arancione – Carote, zucca, patate dolci e meloni sono ricchi di beta-carotene. Peperoni gialli e arancioni, pesche sono ricchi di vitamina C e zeaxantina.
– La soia, formidabile anti-ossidante e tutti i suoi derivati quali gli olii, il latte e lo yogurt, contengono amminoacidi essenziali, fitoestrogeni, vitamina E, nonché agenti anti-infiammatori che aiutano a mantenere gli occhi sani .
– Il pesce – Anche gli acidi grassi essenziali contenuti nel pesce, definiti Omega 3, sono fondamentali per la vista. Salmone, tonno, trota selvatica e sardine contengono grandi quantità di acido docosaesaenoico (DHA).
– La frutta secca – Mandorle e noci sono ricche di antiossidanti e vitamina E.
– I frutti di bosco, utili a controllare la pressione sanguigna
– I broccoli, ad alto contenuto di vitamina C ed efficaci nell’azione detossinante.
– Il the, soprattutto quelli verde, nero e di Colong, validissimi per combattere cataratta e DMS
L’avocado ricco di luteina ed efficace contro cataratta e DMS
– Il Cioccolato fondente – Come l’uva e i mirtilli neri, il cioccolato fondente contiene flavonoidi in grado di mantenere sana la circolazione sanguigna degli occhi aiutando a conservare forti cornea e cristallino. A patto però che contenga almeno il 70% di cacao, niente sale o aromi. Il cioccolato è anche un prezioso alleato contro ipertensione ed ipercolesterolemia.
– Il vino rosso, che contiene alte dosi di resveratrolo, fattore protettivo della macula.



Dolore, le donne lo sopportano meglio degli uomini

 


Dolore, le donne lo sopportano meglio degli uomini

Non è più solo un’atavica consapevolezza femminile, o un luogo comune a cui l’orgoglio maschile si ribella.
Adesso su una credenza vecchia quanto il mondo – le donne soffrono più degli uomini, ma sopportano molto meglio il dolore – arriva il sugello della scienza.

Gli eventi dolorosi del passato sono meno traumatici per le donne che per gli uomini. Lo afferma uno studio pubblicato su Current Biology da un team della McGill University e dell’Università di Toronto.

Ciò deriva probabilmente da una maggiore capacità da parte degli uomini di ricordare con chiarezza le esperienze precedenti. Di fronte al luogo in cui avevano vissuto quell’esperienza negativa, gli uomini si mostravano più sensibili e stressati rispetto alle donne.

Lo studio è stato condotto per valutare e mettere a confronto la percezione del dolore da parte degli uomini e da parte delle donne. La ricerca ha anche indagato l’intensità del ricordo dell’esperienza spiacevole che i due sessi conservano nel corso del tempo.

Per verificare le teorie sono stati condotti diversi esperimenti su un campione significativo di uomini e donne. Alcuni degli esperimenti consistevano nel sottoporre dei volontari a delle situazioni di dolore di livello sempre più alto, chiedendo loro di classificarne l’intensità con un valore da 1 a 100.

Ebbene: i dati rilasciati dal campione maschile rivelavano che, a fronte dello stesso stimolo, gli uomini indicavano regolarmente una valutazione di dolore più alta rispetto a quella indicata dalle donne. Inoltre apparivano maggiormente stressati delle colleghe mentre tornavano dal luogo in cui erano stati sottoposti allo stimolo doloroso.

Si parla spesso della capacità delle donne di sopportare il dolore facendo riferimento al parto. E anche la memoria del dolore meno persistente sarebbe una delle spiegazioni al desiderio delle donne, pur avendo già sofferto una volta, di avere un altro figlio.

Questa ricerca potrebbe essere utilizzata per individuare nuove cure contro il dolore cronico.

 



Longevità: dipende anche dai geni degli zii

 


Longevità: dipende anche dai geni degli zii

Per scoprire se sei destinato a una vita longeva devi guardare al tuo albero genealogico.

I geni legati alla longevità possono essere ereditati anche da parenti non proprio vicini. Oltre a guardare ai propri genitori e nonni, infatti, va posta attenzione anche a zii e zie. Le probabilità di ereditare geni associati alla longevità aumenta se si proviene da una famiglia in cui complessivamente siano presenti molti membri vissuti fino a tarda età.

Lo rileva una ricerca guidata dal Leiden University Medical Center, in Olanda, e dall’Università dello Utah, pubblicata su Nature Communications.

I ricercatori hanno utilizzato i dati di circa 315.000 persone appartenenti a oltre 20.000 famiglie risalenti al 1740.

“Abbiamo osservato – evidenzia l’autore principale dello studio, Niels van den Berg – che più parenti longevi si hanno, inferiore è il rischio di morire prima”.

I figli di genitori longevi mostrano un rischio inferiore di morire precocemente del 31% rispetto alla media. Il rischio però rimane ridotto se alla categoria appartengono zii e zie invece dei genitori.

“Nelle famiglie longeve, i genitori possono quindi trasmettere i geni della longevità ai loro figli, anche se fattori esterni impediscono loro di raggiungere un’età davvero elevata”, sottolinea van den Berg.
I risultati rafforzano l’idea che “ci siano davvero geni di longevità da scoprire“. La scienza li ha a lungo cercati, ma sono risultati molto più difficili da individuare rispetto a quelli legati alle malattie. “Questa ricerca ci ha portato ad essere molto più selettivi nell’individuare le persone in cui cercare quei geni”, prosegue la coautrice dello studio Eline Slagboom.

La chiave per una lunga vita, in sostanza, può probabilmente essere trovata nei geni delle famiglie con più membri longevi.