Mangiare uova fa bene alla vista

 


Mangiare uova fa bene alla vista

Alcune sane abitudini di vita ci aiutano a diminuire il rischio di sviluppare gravi malattie oculari quali la degenerazione maculare senile, il glaucoma o la cataratta: proteggere sempre gli occhi dai raggi solari con occhiali da sole di buona qualità, smettere di fumare, svolgere regolare attività fisica e seguire un’alimentazione corretta.

Sappiamo tutti, fin da piccoli, che le carote fanno bene alla vista, ma forse non molti sanno che esistono anche altri cibi “protettori” degli occhi, tra cui le uova.
Il consumo di uova, da 2 a 4 alla settimana, ha un effetto benefico sulla vista.

A dimostrarlo è una ricerca pubblicata su Clinical Nutrition da un team del Westmead Institute for Medical Research in Australia. La maculopatia colpisce il centro della retina, la macula appunto, e può determinare cecità o ipovisione.

Chi mangia dalle 2 alle 4 uova ha un rischio dimezzato rispetto a chi consuma meno di un uovo a settimana.
“Un altro importante messaggio che deriva da questo studio è che per chi mangia 2-4 uova a settimana il rischio di sviluppare la forma cosiddetta umida di maculopatia è ridotto del 62% rispetto a chi consuma meno di un uovo a settimana”, dichiara l’autore del lavoro, Bamini Gopinath.

La ricerca ha coinvolto 3654 soggetti oltre i 49 anni, il cui stato di salute è stato monitorato per 15 anni. Nel corso del follow up, oltre 2000 partecipanti hanno ricevuto una diagnosi di degenerazione maculare senile. I soggetti hanno compilato questionari alimentari per stabilire la frequenza e la quantità di uova consumate.
L’effetto si manifesta anche in chi accusa già la malattia: il consumo di uova si associa infatti a una riduzione del rischio di progressione della malattia in fase avanzata.
Ad assicurare tale effetto sarebbe la presenza nelle uova di due antiossidanti fondamentali per la salute della retina, la luteina e la zeaxantina.

Ecco gli altri alimenti salva-vista:
– Gli agrumi – Ricchi di vitamina C, gli agrumi aiutano a combattere i radicali liberi e a riparare i danni di cui essi sono responsabili. Un recente studio evidenzia come la vitamina C contribuisca a mantenere le cellule del nervo ottico in funzione.
– Le verdure a foglia verde – Gli spinaci e il cavolo sono un’ottima fonte di luteina e zeaxantina, una sostanza protettiva delle cellule della macula che contribuisce a ridurre il rischio di contrarre la degenerazione maculare.
Frutta e verdura di colore giallo e arancione – Carote, zucca, patate dolci e meloni sono ricchi di beta-carotene. Peperoni gialli e arancioni, pesche sono ricchi di vitamina C e zeaxantina.
– La soia, formidabile anti-ossidante e tutti i suoi derivati quali gli olii, il latte e lo yogurt, contengono amminoacidi essenziali, fitoestrogeni, vitamina E, nonché agenti anti-infiammatori che aiutano a mantenere gli occhi sani .
– Il pesce – Anche gli acidi grassi essenziali contenuti nel pesce, definiti Omega 3, sono fondamentali per la vista. Salmone, tonno, trota selvatica e sardine contengono grandi quantità di acido docosaesaenoico (DHA).
– La frutta secca – Mandorle e noci sono ricche di antiossidanti e vitamina E.
– I frutti di bosco, utili a controllare la pressione sanguigna
– I broccoli, ad alto contenuto di vitamina C ed efficaci nell’azione detossinante.
– Il the, soprattutto quelli verde, nero e di Colong, validissimi per combattere cataratta e DMS
L’avocado ricco di luteina ed efficace contro cataratta e DMS
– Il Cioccolato fondente – Come l’uva e i mirtilli neri, il cioccolato fondente contiene flavonoidi in grado di mantenere sana la circolazione sanguigna degli occhi aiutando a conservare forti cornea e cristallino. A patto però che contenga almeno il 70% di cacao, niente sale o aromi. Il cioccolato è anche un prezioso alleato contro ipertensione ed ipercolesterolemia.
– Il vino rosso, che contiene alte dosi di resveratrolo, fattore protettivo della macula.



Dolore, le donne lo sopportano meglio degli uomini

 


Dolore, le donne lo sopportano meglio degli uomini

Non è più solo un’atavica consapevolezza femminile, o un luogo comune a cui l’orgoglio maschile si ribella.
Adesso su una credenza vecchia quanto il mondo – le donne soffrono più degli uomini, ma sopportano molto meglio il dolore – arriva il sugello della scienza.

Gli eventi dolorosi del passato sono meno traumatici per le donne che per gli uomini. Lo afferma uno studio pubblicato su Current Biology da un team della McGill University e dell’Università di Toronto.

Ciò deriva probabilmente da una maggiore capacità da parte degli uomini di ricordare con chiarezza le esperienze precedenti. Di fronte al luogo in cui avevano vissuto quell’esperienza negativa, gli uomini si mostravano più sensibili e stressati rispetto alle donne.

Lo studio è stato condotto per valutare e mettere a confronto la percezione del dolore da parte degli uomini e da parte delle donne. La ricerca ha anche indagato l’intensità del ricordo dell’esperienza spiacevole che i due sessi conservano nel corso del tempo.

Per verificare le teorie sono stati condotti diversi esperimenti su un campione significativo di uomini e donne. Alcuni degli esperimenti consistevano nel sottoporre dei volontari a delle situazioni di dolore di livello sempre più alto, chiedendo loro di classificarne l’intensità con un valore da 1 a 100.

Ebbene: i dati rilasciati dal campione maschile rivelavano che, a fronte dello stesso stimolo, gli uomini indicavano regolarmente una valutazione di dolore più alta rispetto a quella indicata dalle donne. Inoltre apparivano maggiormente stressati delle colleghe mentre tornavano dal luogo in cui erano stati sottoposti allo stimolo doloroso.

Si parla spesso della capacità delle donne di sopportare il dolore facendo riferimento al parto. E anche la memoria del dolore meno persistente sarebbe una delle spiegazioni al desiderio delle donne, pur avendo già sofferto una volta, di avere un altro figlio.

Questa ricerca potrebbe essere utilizzata per individuare nuove cure contro il dolore cronico.

 



Longevità: dipende anche dai geni degli zii

 


Longevità: dipende anche dai geni degli zii

Per scoprire se sei destinato a una vita longeva devi guardare al tuo albero genealogico.

I geni legati alla longevità possono essere ereditati anche da parenti non proprio vicini. Oltre a guardare ai propri genitori e nonni, infatti, va posta attenzione anche a zii e zie. Le probabilità di ereditare geni associati alla longevità aumenta se si proviene da una famiglia in cui complessivamente siano presenti molti membri vissuti fino a tarda età.

Lo rileva una ricerca guidata dal Leiden University Medical Center, in Olanda, e dall’Università dello Utah, pubblicata su Nature Communications.

I ricercatori hanno utilizzato i dati di circa 315.000 persone appartenenti a oltre 20.000 famiglie risalenti al 1740.

“Abbiamo osservato – evidenzia l’autore principale dello studio, Niels van den Berg – che più parenti longevi si hanno, inferiore è il rischio di morire prima”.

I figli di genitori longevi mostrano un rischio inferiore di morire precocemente del 31% rispetto alla media. Il rischio però rimane ridotto se alla categoria appartengono zii e zie invece dei genitori.

“Nelle famiglie longeve, i genitori possono quindi trasmettere i geni della longevità ai loro figli, anche se fattori esterni impediscono loro di raggiungere un’età davvero elevata”, sottolinea van den Berg.
I risultati rafforzano l’idea che “ci siano davvero geni di longevità da scoprire“. La scienza li ha a lungo cercati, ma sono risultati molto più difficili da individuare rispetto a quelli legati alle malattie. “Questa ricerca ci ha portato ad essere molto più selettivi nell’individuare le persone in cui cercare quei geni”, prosegue la coautrice dello studio Eline Slagboom.

La chiave per una lunga vita, in sostanza, può probabilmente essere trovata nei geni delle famiglie con più membri longevi.

 



Età e decodifica degli stimoli emotivi: gli anziani sono sensibili alla felicità

 


Età e decodifica degli stimoli emotivi: gli anziani sono sensibili alla felicità

Durante la giovinezza si è più sensibili alle emozioni negative (come rabbia e paura), mentre in terza età a quelle positive (come la felicità). Insomma, il modo di vivere, percepire, identificare e gestire le emozioni cambia con il passare degli anni. E’ quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Journal of Experimental Psycology: General firmato dai ricercatori del McLean Hospital di Belmont (USA), guidati da Laren A. Rutter e coordinati da Laura Germine.

9546 le persone coinvolte (d’età compresa tra i 10 e gli 85 anni) che hanno risposto a un test sulla sensibilità emotiva sulla piattaforma web TestMyBrain.org con l’obiettivo di misurare le loro capacità di rilevare le sottili differenze che caratterizzano le espressioni di paura, rabbia e felicità osservando le immagini di diverse coppie di volti umani e rispondendo a domande come “quale faccia è più arrabbiata?”, “Quale viso è più felice?”…

E’ emerso che l’età influenza la sensibilità dei partecipati alle emozioni: i giovani per esempio sono molto bravi nel riconoscere gli stati d’animo negativi mentre gli anziani sono maggiormente capaci di riconoscere le emozioni positive. In realtà però la capacità di riconoscere la felicità rimane quasi invariata nel tempo, è la sensibilità a rabbia e paura che diminuisce con il passare degli anni: “La sensibilità alla rabbia – ha spiegato Lauren Rutter – aumenta significativamente durante l’adolescenza, l’età in cui i giovani sono più abituati a confrontarsi con forme di minaccia sociale come il bullismo; il normale sviluppo di questa sensibilità, quindi, potrebbe contribuire ad affrontare le sfide che si presentano durante questa fase dello sviluppo”. “L’avanzare dell’età porta a una diminuzione della capacità di decodificare gli stimoli emotivi – ha concluso Laura Germine – ma qui si è osservato un declino ridotto della capacità di rilevare la felicità. Quini questo risultato conferma quelli di altre tre ricerche precedenti che mostrano che gli anziani tendono a sperimentare più emozioni positive e ad avere un atteggiamento ottimista”.



 


Lo stress è fattore di rischio per la demenza

Stress e demenza senile andrebbero a braccetto. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Journal of Alzheimer Disease a firma di un team dell’Università di Copenaghen (Danimarca) capitanato da Sabrina Islamoska, infatti, lo stress psicologico costituirebbe un importante fattore di rischio per il declino cognitivo.

La ricerca ha coinvolto circa 7000 cittadini danesi volontari che tra il 1991 e il 1994, all’età di 60 anni quindi, avevano preso parte al Copenaghen City Heart Study. Questo studio prevedeva anche le risposte a un sondaggio diretto a rilevare l’esaurimento vitale, una condizione caratterizzata da stanchezza, aumento dell’irritabililtà e demoralizzazione, considerate indicatori del disagio psicologico. I volontari sono stati seguiti fino alla fine del 2016. Al termine dell’indagine i ricercatori hanno scoperto che i soggetti che mostravano un esaurimento vitale a sessant’anni, avevano maggiori probabilità di soffrire di demenza in età avanzata e in particolare è stato osservato che il rischio “aumenta del 2%, per ogni sintomo di esaurimento vitale riscontrato: “I partecipanti che presentavano da 5 a 9 sintomi – ha spiegato Sabrina Islamoska – mostravano un rischio di demenza più elevato del 25% rispetto a quelli che non avevano sintomi, mentre quelli che riportavano da 10 a 17 sintomi presentavano un rischio di demenza più alto del 40%”.

Il legame tra il disagio psicologico e il maggior rischio di demenza potrebbe essere dovuto alla risposta fisiologica che il nostro corpo ha allo stress come, per esempio, i cambiamenti cardiovascolari e l’eccessiva produzione di cortisolo per un periodo prolungato, entrambi fattori di rischio modificabili e quindi importanti da approfondire ai fini di prevenire la demenza.

E se la ricerca danese ha calcolato l’incremento del rischio, uno studio pubblicato da Lena Johansson e colleghi dell’Università di Goteborg (Svezia) sulla rivista BMJ Open, ha dimostrato che il rischio di demenza è maggiore quanto più stressante è stato l’evento affrontato (divorzio, morte del coniuge, disoccupazione…). Ad essere state monitorata per oltre 40 anni è stata la salute i 800 donne (la cui età all’inizio dello studio era compresa tra i 30 anni inoltrati e i 50 anni). Incrociando i dati raccolti con test ed esami e con i casi registrati di demenza nel campione (153, di cui 104 di Alzheimer) è apparsa evidente l’esistenza di un legame tra gli eventi stressanti e la compara della demenza.

L’ipotesi del team guidato dalla Johansson è che gli ormoni dello stress (che possono restare elevati per anni dopo il trauma o lo choc) provochino pericolose alterazioni nel cervello. Per i ricercatori è comunque necessario condurre ulteriori studi sia per comprendere meglio il fenomeno anche negli uomini sia per verificare se terapia comportamentale e controllo dello stress possano essere un utile strumento nella lotta contro le demenze.



Ballare contrasta l'invecchiamento

 


Ballare contrasta l’invecchiamento

Ballare protegge il cervello dagli effetti dell’invecchiamento, e rallenta il declino della sua ‘velocità di esecuzione’ più di altri tipi di esercizio.

Mentre invecchiamo, subiamo un declino nella forma fisica e mentale, che può essere peggiorato da condizioni come il morbo di Alzheimer.

Secondo un nuovo studio condotto dalla dott.ssa Kathrin Rehfeld, gli anziani che fanno regolarmente esercizio fisico possono invertire i segni dell’invecchiamento nel cervello, e la danza ha l’effetto più profondo.

I ricercatori del Centro Tedesco Malattie Neurodegenerative di Magdeburgo in Germania hanno arruolato 174 persone anziane tra i 60 e gli 80 anni, tutte in buona salute ma sedentarie, sia maschi che femmine, sottoponendole a test sulle capacità mentali, compreso uno scan del cervello con una risonanza.
I volontari sono stati poi divisi in tre gruppi: al primo era assegnato a un programma di camminata veloce per un’ora tre volte alla settimana, al secondo stretching ed esercizi leggeri, e al terzo un corso di danza country, con coreografie sempre più complicate.

Dopo sei mesi i volontari sono stati sottoposti di nuovo ai test, e solo i ‘ballerini‘ hanno mostrato un miglioramento nella densità della materia bianca nella fornice, una parte del cervello coinvolta nella velocità di elaborazione delle informazioni e nella memoria.

Lo studio ha dato un altro importante suggerimento: farlo spesso. Gli anziani che fanno attività fisica quattro giorni alla settimana hanno un rischio misurabile di demenza inferiore di quelli che lo fanno una sola volta alla settimana. Se non è possibile prendere lezioni o andare a ballare quattro volte alla settimana, si può farlo quanto più possibile.

Inoltre è bene farlo ora: è essenziale iniziare a costituire la riserva cognitiva adesso.

 



 


Influenza: la meditazione è il miglior rimedio

Un vaccino anti-influenzale 100% green e low cost? La meditazione, che si conferma un’arma efficace per prevenire e combattere i sintomi dell’influenza e raffreddamento.

A rivelare l’ennesimo beneficio dato dalle pratiche di meditazione è un nuovo studio, condotto da un team di ricercatori dell’University of Wisconsin-Madison, che rivela come questa attività sia uno strumento naturale ed efficace contro le malattie respiratorie, l’influenza e il raffreddore.

I ricercatori – coordinati dal professor Bruce Barrett – sono arrivati a questa conclusione dopo aver effettuato un test di 8 settimane su un gruppo di volontari: 390 persone di età compresa tra 30 e 69 anni, di entrambi i sessi, suddivisi a caso in tre gruppi. Il primo è stato sottoposto ad un periodo di training alla meditazione consapevole, il secondo gruppo di volontari è stato invece avviato ad un programma di fitness, come la passeggiata veloce, e infine il terzo gruppo, che non ha fatto nulla (definito gruppo di controllo).

Terminato il test, i ricercatori hanno monitorato le condizioni di salute di tutti i volontari per 8 mesi, da settembre a maggio, per verificare se nei mesi successivi all’esperimento avessero contratto infezioni respiratorie, mal di gola, naso che cola, dolori ossei, ecc.

L’indagine ha evidenziato che tra i soggetti che avevano praticato la meditazione si sono verificati 112 casi d’influenza e raffreddore, che hanno determinato la perdita totale di 73 giorni di lavoro.

Tra i partecipanti che avevano seguito le lezioni di ginnastica, i casi d’influenza e raffreddore sono stati 120 e le giornate lavorative perse 82. Infine, nel gruppo di controllo sono stati registrati 134 casi di malattie respiratorie, che hanno provocato la perdita di 105 giorni di lavoro. Inoltre, i volontari che avevano praticato l’esercizio fisico o la meditazioni hanno effettuato meno visite mediche rispetto agli altri, e hanno mostrato dei miglioramenti in termini di qualità del sonno, di livelli di stress e di salute

“Non è mai stato mostrato nulla prima d’ora in grado di prevenire le infezioni respiratorie – ha spiegato Barret-. Molte informazioni precedenti avevano mostrato che la meditazione e l’esercizio avrebbero potuto avere dei benefici, ma non erano state fatte delle analisi di alta qualità. Se questi risultati dovessero essere confermati da ulteriori studio l’impatto sulla nostra vita sarebbe molto forte”.

Inoltre, la meditazione cosciente si è dimostrata anche in grado ridurre la durata e la gravità delle infezioni respiratorie acute di oltre il 50%, contro il 40% dell’esercizio fisico. Quindi, per prevenire i sintomi influenzali, basta iniziare a meditare, attività che, inoltre, migliora l’umore, riduce lo stress e stimola le funzioni immunitarie.



cervello

 


Un cervello più efficiente grazie all’attività fisica

Stare seduti più di tre ore di fila danneggia la memoria: le persone abituate a trascorrere tante ore sedute (senza mai sgranchirsi le gambe) hanno più possibilità di avere problemi di memoria.

La memoria di lavoro visuale, quella che permette di avere a disposizione una certa quantità di informazioni visive da sfruttare per l’esecuzione di un compito, lavora meglio se si sta in piedi o mentre si fa esercizio fisico.

È quanto hanno osservato dei ricercatori della Ludwig-Maximilians University di Monaco in una ricerca pubblicata su British Journal of Psychology: “Sebbene la società moderna si sia evoluta diventando sempre più sedentaria, i nostri cervelli, tuttavia, potrebbero svolgere performance migliori mentre i nostri corpi sono attivi”, dice l’autore principale Thomas Töllner.

Trascorrere troppo tempo seduti non fa solo male alla salute del nostro corpo ma potrebbe anche danneggiare le nostre capacità mnemoniche.

Gli esperti hanno preso in considerazione 24 partecipanti. I soggetti sono stati sottoposti a elettroencefalografia mentre svolgevano un compito che metteva alla prova la loro memoria di lavoro. L’elettroencefalografia è uno strumento utilizzato per tracciare i fenomeni elettrici che si svolgono nel cervello. Il compito è stato svolto sia durante una fase di riposo che durante una fase di attività e quindi da seduti o pedalando su una cyclette, in piedi o camminando su un tapis roulant.

Al termine dell’esperimento è emerso che la memoria di lavoro visuale funzionava meglio quando i partecipanti pedalavano o camminavano.

Ma come si fa a conciliare lavori sedentari e salute? Una soluzione c’è: è consigliabile ad esempio interrompere il lavoro e fare pause frequenti, camminare 2 minuti ogni mezz’ora per riossigenare il cervello.



bere caffè

 


Bere caffè rallenta la progressione del Parkinson

Da uno studio pubblicato sulla rivista Pnas dagli scienziati del Rutgers Robert Wood Johnson Medical School Institute for Neurological Therapeutics di Piscataway (Usa), è emerso che il caffè contiene varie sostanze che aiutano a limitare la progressione del declino cerebrale tipico di malattie come il Morbo di Parkinson e della demenza a corpi di Lewy (una delle forme più comuni di demenza e simile all’Alzheimer) Nello specifico gli esperti spiegano che si tratta di un mix composto da caffeina e da un acido grasso, chiamato EHT.

Studi passati hanno già dimostrato che bere caffè potrebbe ridurre il rischio di sviluppare il Parkinson, la caffeina infatti è considerata ormai un agente protettivo del cervello, ma la nuova ricerca degli esperti della Rutgers University dimostra che è possibile incrementare questa capacità combinando la caffeina con un altro composto contenuto nei chicchi.

Nello specifico, gli esperti fanno sapere di aver scoperto che un acido grasso derivato da un neurotrasmettitore della serotonina, l’ormone del buonumore, chiamato EHT e presente nel rivestimento dei chicchi, combinato con la caffeina è in grado di proteggere il cervello dei topi dall’accumulo eccessivo di determinate proteine associate con il Parkinson e la demenza a corpi di Lewy. Lo studio ha dimostrato infatti che la caffeina e l’EHT somministrati singolarmente ai topi non hanno lo stesso effetto bloccante della progressione della malattia che riescono invece ad avere se combinati.

“L’EHT è un composto che si trova in vari tipi di caffè, ma la quantità varia: è importante determinare la quantità e il rapporto appropriati in modo che le persone non si decidano di auto curarsi con il caffè, visto che questo potrebbe conseguenze negative sulla salute”, spiegano gli esperti. Insomma, è vero che il mix di caffeina ed EHT è benefico, ma i test per ora sono stati effettuati unicamente sui topi e non è chiaro se gli stessi benefici siano validi per l’uomo e in quali quantità.



batteri intestinali

 


I batteri intestinali ci dicono quanti anni abbiamo davvero

Avete mai pensato che l’età di una persona si potesse stabilire anche in base agli “abitanti” del suo intestino?

Stiamo parlando di batteri e della flora intestinale che, con il passare degli anni, cambia radicalmente.

Lo hanno studiato i ricercatori di InSilico Medicine, una start-up del Maryland, che hanno prelevato più di 3600 campioni di microbi intestinali da un gruppo di oltre mille adulti, provenienti da tutto il mondo, dividendoli in tre gruppi d’età: 20-39, 40-59, 60-90. Presi i batteri li hanno “consegnati” ad un sistema di intelligenza artificiale che ha cominciato ad analizzarli, per carpire tutte le informazioni in loro possesso. Dopo questa fase, per un piccolo campione non analizzato secondo i dati anagrafici, il software ha cominciato ad indovinare l’età di quelli che non erano schedati secondo questo filtro, e ha indovinato.

Non tutti i batteri, naturalmente, sono da considerarsi utili per questo scopo. Dei 95 analizzati, solo 39 sono risultati adatti alla stima. Per esempio l’Eubacterium Halii, fondamentale per il metabolismo intestinale, si trova in presenza maggiore mano a mano che si va avanti con l’età, al contrario del Bacteroides vulgatus. Con l’età, dunque, cambiano le nostre abitudini e cambiano anche gli inquilini del nostro intestino.

Oltre alla sua rilevanza nella conoscenza del comportamento dei batteri, questa ricerca potrebbe avere risvolti importanti per il trattamento di malattie neurodegenerative come l’Alzheimer, potendo tratte informazioni utili anche per gli studi sulla longevità.