batteri intestinali

 


I batteri intestinali ci dicono quanti anni abbiamo davvero

Avete mai pensato che l’età di una persona si potesse stabilire anche in base agli “abitanti” del suo intestino?

Stiamo parlando di batteri e della flora intestinale che, con il passare degli anni, cambia radicalmente.

Lo hanno studiato i ricercatori di InSilico Medicine, una start-up del Maryland, che hanno prelevato più di 3600 campioni di microbi intestinali da un gruppo di oltre mille adulti, provenienti da tutto il mondo, dividendoli in tre gruppi d’età: 20-39, 40-59, 60-90. Presi i batteri li hanno “consegnati” ad un sistema di intelligenza artificiale che ha cominciato ad analizzarli, per carpire tutte le informazioni in loro possesso. Dopo questa fase, per un piccolo campione non analizzato secondo i dati anagrafici, il software ha cominciato ad indovinare l’età di quelli che non erano schedati secondo questo filtro, e ha indovinato.

Non tutti i batteri, naturalmente, sono da considerarsi utili per questo scopo. Dei 95 analizzati, solo 39 sono risultati adatti alla stima. Per esempio l’Eubacterium Halii, fondamentale per il metabolismo intestinale, si trova in presenza maggiore mano a mano che si va avanti con l’età, al contrario del Bacteroides vulgatus. Con l’età, dunque, cambiano le nostre abitudini e cambiano anche gli inquilini del nostro intestino.

Oltre alla sua rilevanza nella conoscenza del comportamento dei batteri, questa ricerca potrebbe avere risvolti importanti per il trattamento di malattie neurodegenerative come l’Alzheimer, potendo tratte informazioni utili anche per gli studi sulla longevità.



Freddo

 


Il freddo è nemico del cuore

Il freddo, che caratterizza la stagione invernale, non solo è causa di raffreddore, mal di gola, febbre e influenza, ma è anche uno dei nemici principali del nostro cuore.

Secondo un recente studio, il freddo sarebbe uno dei nemici principali del nostro cuore, in quanto causa di un aumento degli episodi di infarto.

A lanciare l’allarme è stato un gruppo di ricercatori svedesi che ha di recente rilasciato al British Medical Journal i risultati di uno studio da loro condotto su più di 300mila casi di infarto del miocardio che si sono verificati tra il 1998 e il 2013.

Secondo questo studio scientifico, nella notte tra il 24 e il 25 dicembre si registrerebbe un aumento del 37% degli attacchi di cuore, per scendere al +20% il 1 gennaio. L’impennata registrata proprio nel giorno della vigilia di Natale sarebbe causata dal freddo, combinato ad altri fattori, tra cui cibo, alcol, poche ore di sonno e altri stress legati alle festività natalizie. Un mix insomma che sembra essere molto pericoloso per la salute del nostro cuore. Secondo gli esperti, un rialzo delle temperature di 8 gradi sarebbe già sufficiente per ridurre il rischio di infarto del 3%.

I pazienti maggiormente a rischio sono soprattutto quelli che sono soliti fare attività fisica all’aperto, inclusa una passeggiata o spalare la neve, e i soggetti a rischio cardiovascolare (colesterolo alto, ipertensione, infarti pregressi).
Il meccanismo, spiegano gli esperti, responsabile dell’aumento del rischio di attacco cardiaco dopo un’esposizione al freddo intenso è legato a molti fattori, tra cui il più importante è l’effetto di vasocostrizione indotto dalle basse temperature. Il restringimento dei vasi sanguigni infatti potrebbe indurre una rottura della placca coronarica e provocare la formazione di un trombo. Se poi ci si aggiunge uno sforzo fisico, che aumenta molto la pressione arteriosa e fa salire il battito cardiaco oltre il 75% della frequenza cardiaca massima, il pericolo cresce ancora.

Per proteggersi da questo pericolo, secondo gli esperti, durante la stagione invernale, quando la pressione in genere sale, potrebbe essere opportuno incrementare la terapia antipertensiva, ovviamente solo dopo essersi consultati con il proprio medico di fiducia. Oltre a questo, si potrebbero adottare dei semplici accorgimenti, come ridurre l’esposizione al freddo con abbigliamento e riscaldamento adeguati.



degenerazione maculare

 


Mangiare verdura per combattere la degenerazione maculare

Un nuovo studio ha dimostrato che i nitrati vegetali, che si trovano principalmente nelle verdure a foglia verde e nella barbabietola rossa, possono aiutare a ridurre il rischio di sviluppare la degenerazione maculare precoce legata all’età (AMD).

I ricercatori del Westmead Institute for Medical Research hanno intervistato oltre 2000 adulti di età superiore a 49 anni e li hanno seguiti per un periodo di 15 anni.

La ricerca ha dimostrato che le persone che assumevano quotidianamente da 100 a 142 mg di nitrati vegetali dal consumo di vegetali, avevano un rischio inferiore del 35% di sviluppare la degenerazione maculare precoce legata all’età.
Il ricercatore a capo della ricerca, Bamini Gopinath, del Westmead Institute e dell’Università di Sydney, ha affermato che il legame tra nitrati vegetali e degenerazione maculare potrebbe avere importanti implicazioni.
“Questa è la prima volta che si misurano gli effetti dei nitrati alimentari sul rischio di degenerazione maculare. Essenzialmente abbiamo scoperto che le persone che mangiavano quotidianamente da 100 a 142 mg di nitrati vegetali avevano un rischio ridotto di sviluppare i primi segni di degenerazione maculare rispetto alle persone che mangiavano verdura a foglia verde. Se i nostri risultati saranno confermati, aggiungere alla dieta verdure a foglia verde e barbabietole ricche di nitrati, potrebbe essere una semplice strategia per ridurre il rischio di degenerazione maculare precoce“, ha detto il Professor Gopinath.

Circa una persona su sette sopra i 50 anni presenta alcuni segni di degenerazione maculare.
L’età è il fattore di rischio noto più forte, non a caso la malattia è più probabile che si verifichi dopo i 50 anni e purtroppo al momento non esiste attualmente una cura per questa condizione.

La ricerca ha raccolto dati dal Blue Mountains Eye Study, uno studio di riferimento basato sulla popolazione che ha avuto inizio nel 1992. È uno dei più grandi studi epidemiologici del mondo, che misura i fattori di dieta e stile di vita contro i risultati di salute e una serie di malattie croniche.
“La nostra ricerca mira a capire perché si verificano le malattie degli occhi, così come le condizioni genetiche e ambientali che possono minacciare la visione”, ha concluso il Professore associato Gopinath.



cervello

 


La meditazione aiuta il cervello

Meditare fa bene allo spirito e al corpo, riduce lo stress e migliora la funzione immunitaria, e ha effetti positivi anche sulla struttura cerebrale: grazie alla meditazione, infatti, il cervello potrebbe elaborare più velocemente le informazioni apprese.

È quanto sostenuto da due ricercatori della University of Surrey (Regno Unito) in una ricerca pubblicata su Journal of Cognitive, Affective & Behavioral Neuroscience. Per dimostrare gli effetti che la meditazione può avere nel lungo periodo e quali meccanismi cerebrali sono coinvolti, gli scienziati hanno scelto la meditazione focused attention, caratterizzata dalla capacità di stabilire e mantenere l’attenzione su un oggetto sensoriale selezionato, ad esempio la respirazione

Allo studio hanno partecipato 35 individui divisi in tre gruppi: chi aveva più esperienza nella meditazione, chi si era avvicinato a questa pratica da minor tempo e chi invece non meditava per nulla.

Ognuno è stato posto davanti a uno schermo su cui erano mostrate tre coppie di immagini-stimolo, dei caratteri di un sistema di scrittura giapponese rappresentati, per semplificare, con le lettere AB, CD, EF. In una prima fase di addestramento, erano forniti dei feedback positivi o negativi per guidare il loro apprendimento e questo feedback era fornito in modo probabilistico. Ad esempio, scegliendo A nella coppia AB, l’80% delle volte si otteneva un feedback positivo mentre dalla scelta di B il feedback positivo arrivava il 20% delle volte. Al fine di massimizzare il punteggio, pertanto, i partecipanti avrebbero dovuto imparare a scegliere A su B, C su D ed E su F. Cosa che poteva essere raggiunta imparando a selezionare A, C ed E, o a evitare le altre lettere, o entrambe.

Nella fase dei test è stato chiesto ai partecipanti di scegliere il simbolo di grado superiore della coppia presentata senza fornire alcun feedback. Questa volta, però, le combinazioni erano inedite, ad esempio AC o BD, allo scopo di valutare quale tpo di feedback fosse stato più efficace nella fase di addestramento e quanto accurato fosse stato l’apprendimento. Dal momento che A dava più spesso feedback positivi e B feedback negativi i partecipanti avrebbero dovuto imparare a scegliere A ogni volta che questo si presentava in una nuova coppia e a evitare B all’interno di una nuova coppia.

Al termine dell’esperimento i due ricercatori hanno evidenziato che gli individui che meditavano riuscivano a selezionare più efficacemente le coppie ad alta probabilità, indicando dunque una tendenza a imparare da segnali positivi. Chi non meditava era stato invece guidato nell’apprendimento dai segnali negativi.

Nel corso dei test i partecipanti erano sottoposti a elettroencefalogramma. Si è visto che, in tutti e tre i gruppi, la risposta neurologica a feedback positivi era la stessa mentre quella a feedback negativi era maggiore nei gruppi che non meditavano: ciò dimostra che i feedback negativi lasciano un’impronta meno evidente nel cervello dei soggetti che meditavano e questo può essere il risultato di un’alterazione dei livelli di dopamina causata dalla meditazione.



piante

 


PIante d’appartamento: ecco quali fanno bene alla salute

Purificano l’aria delle stanze in cui viviamo, migliorano la salute e ci fanno anche la pelle più bella e idratata. Che sia un’edera, una dracena o un giglio della pace, le piante in casa migliorano la qualità dell’aria rendendola più umida e rivelandosi così un rimedio naturale contro la secchezza della pelle e delle vie respiratorie.

La conferma arriva da una nuova analisi degli scienziati inglesi dell’Università di Reading e della Royal Horticultural Society, che hanno condotto uno studio su varie piante e su come cambia l’aria intorno a loro. In particolare, hanno trovato che i gigli della pace (spathiphyllum) e l’edera (hedera) sarebbero le migliori perché in grado di assorbire quantità molto elevate di CO2 e acqua.

Secondo questa ricerca, le piante con alti tassi di traspirazione, ossia le piante “più assetate” che richiedono più acqua per crescere bene, sono anche in grado di fornire buoni benefici grazie all’umidità che generano. Maggiore umidità nell’aria, per esempio, significa che la pelle è più umida e ha meno probabilità di seccarsi.

“Le piante domestiche possono essere un modo semplice e conveniente per ridurre la secchezza dell’aria all’interno e alleviare i sintomi della pelle secca, fornendo al contempo molti altri benefici per la psiche umana e la salute fisica”, spiega Tijana Blanusa, esperta dell’Università di Reading.

Allo stesso tempo, le piante assorbono anche CO2 dall’aria che le circonda, arricchendola con ossigeno vitale per il corpo umano: effetto che, secondo il parere dei ricercatori, potrebbe essere più pronunciato quando ci sono piante più grandi che vivono in condizioni ben illuminate e ben irrigate.

Cosa aspettate, allora? Sono belle, creano una avvolgente atmosfera e fanno arredo: aggiungete tra le mura domestiche una – o più di una – di queste piante d’appartamento, ecco le più efficaci nella depurazione dell’aria!

1. Clorofito

2. Potos

3. Dracena

4. Fico piangente

5. Giglio della pace

6. Ficus

7. Boston Fern

8. Pianta serpente

9. Aloe vera



sordità

 


Sordità e Depressione, uno studio mostra correlazione tra le patologie

Esisterebbe una connessione tra la perdita dell’udito (terza condizione cronica comune negli anziani) e lo sviluppo di un disturbo di natura depressiva. Lo ha dimostrato un recente studio della Columbia University (New York) condotto su 5239 persone con più di 50 anni.

Dallo studio è emerso che i partecipanti con una lieve perdita dell’udito avevano quasi il doppio delle probabilità di avere dei sintomi di depressione significativi, mentre nei casi in cui la perdita dell’udito era particolarmente grave, i partecipanti avevano una probabilità 4 volte maggiore rispetto alla media di sviluppare e manifestare sintomi depressivi. La connessione delle due patologie è semplice: chi ha problemi di udito, ha difficoltà a comunicare e tende all’isolamento sociale che può portare alla depressione.

Lo ha spiegato Justin S. Golub, il ricercatore che ha condotto le analisi alla base dello studio, che ha specificato che per quanto i risultati della ricerca – pubblicati sulla rivista scientifica Jama Otolaryngology-Head & Neck Surgery – siano significativi non bastano a dimostrare la correlazione tra perdita dell’udito e depressione e che sarebbero quindi necessari altri studi per confermarlo ufficialmente. In attesa di questi, per diminuire le probabilità di contrarre la patologia, gli studiosi consigliano quindi di effettuare controlli periodici dell’udito e di sottoporsi ai trattamenti che vengono raccomandati se necessari… Questo anche perché le persone anziane tenderebbero a sottovalutare i problemi connessi con la perdita dell’udito, esponendosi ad altri rischi che potrebbero invece essere evitati.



bilancia

 


Se non temi la bilancia vivi più a lungo

Il giusto peso allunga la vita… di circa quattro anni. A dirlo è uno studio pubblicato sulla rivista Lancet Diabets and Endocrinology dai ricercatori della London Schiil of Hygiene & Tropical Medicine (Regno Unito) secondi o quali avere l’IMC (indice di massa corporea) compreso tra i 21 e i 25 kg/m2 sarebbe associato a un minor rischio di morire per cancro e malattie cardiache.

E non si tratta solo di lottare contro l’obesità. La questione è avere il peso giusto, né troppo né troppo poco, né sovrappeso né sottopeso. Lo spiega il direttore dell’indagine Krishnan Bhaskaran: “L’IMC è un indicatore fondamentale dello stato di salute. E’ collegato al rischio di morte in generale, ma sorprendentemente sono state condotte poche ricerche sul suo legame con la mortalità associata. Abbiamo colmato questo vuoto di conoscenze per aiutare i ricercatori, i pazienti e i medici a capire meglio questa associazione con malattie respiratorie, epatiche o come il cancro”.

Ad essere esaminato è stato il rapporto tra l’IMC e la mortalità (in generale e connessa a cause specifiche) utilizzando i dati raccolti dal Clinical Practice Research Datalink (che ha incluso 3,6 milioni di persone e 367.512 decessi) attraverso le informazioni fornite dai medici di medicina generale che assistono il 9% della popolazione del Regno Unito e dal database sulla mortalità dell’Ufficio Nazionale Statistiche britannico. E’ emerso che a un IMC alto (e cioè superiore a 30kg/m2) era collegata una durata di vita inferiore di 4,2 anni negli uomini e 3,5 anni nelle donne: il peso eccessivo aumentava le probabilità di morire a causa delle due principali cause di morte (il cancro e le malattie cardiache), ma anche a causa di altre patologie (malattie respiratorie ed epatiche e diabete), mentre non influenzerebbe le probabilità di perdere la vita a causa di disturbi neurologici e/o correlati alla salute mentale. A un IMC basso, invece, è associato un maggior rischio di morte per cause diverse, come le malattie cardiovascolari e respiratorie, la demenza, l’Alzheimer e il suicidio; non è stata rilevata alcuna correlazione con le malattie epatiche (in particolare per cirrosi epatica).
Inoltre, i ricercatori hanno calcolato che il pericolo più basso di perdere la vita a causa di malattie cardiache si aveva con un IMC pari a 25 kg/m2 e che ogni aumento dell’IMC di 5 kg/m2 comporta un incremento del rischio del 29%. Il minor pericolo di morire a causa del cancro, invece, corrisponde a un IMC pari a 21 kg/m2, e ogni aumento di 5 kg/m2 accresce il rischio del 13%.



insonnia

 


Fare le ore piccole danneggia la salute

Fare le “ore piccole” è dannoso, a lungo andare, per la salute. Lo conferma una ricerca pubblicata sulla rivista Advances in Nutrition da un gruppo di ricerca internazionale diretto da Suzana Almoosawi della Northumbria University di Newcastle upon Tyne (Regno Unito), secondo cui i nottambuli avrebbero maggiori probabilità di consumare cibi poco sani e di avere abitudini irregolari.

I nottambuli hanno maggiori probabilità di sviluppare diabete, malattie neurologiche, grastrointestinali e respiratori, con una mortalità precoce del 10 per cento maggiore rispetto a chi è mattiniero.

Andare a letto tardi mette a rischio la salute in molti più modi di quanti ne possiate immaginare. Di recente un nuovo studio ha ad esempio suggerito che gli adulti sani che dormono mediamente 6 ore a notte, o che vanno a letto tardi, tenderebbero a consumare più cibi del fast food e meno verdure.

Ma quali saranno gli altri rischi che chi va a letto tardi non dovrebbe mai sottovalutare?

-Aumenta il rischio di sviluppare malattie come diabete e obesità
-Aumenta la pressione sanguigna: la perdita di sonno stressa il corpo e la mente, e questo causa un aumento della pressione sanguigna
-Si indebolisce il sistema immunitario
-Aumenta lo stress e si tende ad avere un umore instabile: ebbene si, anche l’umore è a rischio per coloro che vanno a letto tardi e non dormono -abbastanza
-Peggiora la vita sessuale: quando si ha troppo sonno, la sfera intima finisce per essere messa in secondo piano
-Aumenta anche il girovita, perché si tende a mangiare alimenti poco sani e ipercalorici
-Anche la pelle ne risente, ed appare stanca e opaca
-Si perde facilmente la concentrazione e si rende meno al lavoro e nella vita quotidiana

Secondo gli esperti, un adulto, dovrebbe dormire 7/9 ore al giorno.



frutta

 


Frutta e verdura contro i cali di memoria

Il consumo di verdure a foglia verde, arance e verdure rosse nonché frutti di bosco è associato ad un minor rischio di perdita di memoria a lungo termine negli uomini secondo una ricerca apparsa su Neurology, la rivista dell’American Academy of Neurology.

La ricerca è stata condotta su 27.842 uomini di età media di 51 anni, professionisti della sanità (dentisti, optometristi ecc) seguiti per circa 20 anni e basato su 5 questionari (porzioni di frutta e verdura consumati) raccolti ogni 4 anni per 20 anni.

Una porzione di frutta è considerata una tazza di frutta o ½ tazza di succo di frutta. Una porzione di verdura è considerata una tazza di verdure crude o due tazze di verdure a foglia verde. I partecipanti hanno anche eseguito prove delle loro capacità di pensiero e memoria almeno quattro anni prima della fine dello studio, quando avevano un’età media di 73 anni. Il test è progettato per rilevare i cambiamenti che le persone possono notare su quanto bene stanno ricordando le cose, mentre prima tali cambiamenti sarebbero stati rilevati da test cognitivi oggettivi. I cambiamenti nella memoria riportati dai partecipanti sarebbero considerati precursori del deterioramento cognitivo lieve.

Le sei domande includono “Hai più problemi del solito ricordando una breve lista di articoli, come una lista della spesa?” E “Hai più problemi del solito dopo una conversazione di gruppo o una trama in un programma TV a causa della tua memoria?” Un totale del 55% dei partecipanti aveva buone capacità di pensiero e memoria, il 38% aveva capacità moderate e il 7% aveva scarsa capacità di pensare e di memoria. I partecipanti sono stati divisi in cinque gruppi in base al consumo di frutta e verdura. Per le verdure, il gruppo più alto mangiava circa sei porzioni al giorno, rispetto a circa due porzioni per il gruppo più basso. Per i frutti, il gruppo principale ha mangiato circa tre porzioni al giorno, rispetto alla metà di una porzione per il gruppo in basso. Gli uomini che consumavano più verdura avevano il 34% in meno di probabilità di sviluppare una scarsa capacità di pensiero rispetto agli uomini che consumavano la minor quantità di verdure. Un totale del 6,6% degli uomini nel gruppo superiore ha sviluppato una scarsa funzione cognitiva, rispetto al 7,9% degli uomini nel gruppo inferiore. Gli uomini che bevevano succo d’arancia ogni giorno avevano il 47% in meno di probabilità di sviluppare capacità di pensiero povere rispetto agli uomini che bevevano meno di una porzione al mese. Questa associazione è stata osservata principalmente per il consumo regolare di succo d’arancia tra gli uomini più anziani. Un totale del 6,9% degli uomini che hanno bevuto succo d’arancia ogni giorno ha sviluppato una scarsa funzione cognitiva, rispetto all’8,4% degli uomini che hanno bevuto succo d’arancia meno di una volta al mese. Questa differenza di rischio è stata aggiustata per l’età, ma non è stata aggiustata per altri fattori correlati ai cambiamenti riportati nella memoria. Gli uomini che mangiavano la maggior quantità di frutta ogni giorno avevano meno probabilità di sviluppare cattive capacità di pensiero, ma tale associazione era indebolita dopo che i ricercatori si erano adeguati ad altri fattori dietetici che potevano influenzare i risultati, come il consumo di verdure, succo di frutta, cereali raffinati, legumi e latticini.

I ricercatori hanno anche scoperto che le persone che mangiavano grandi quantità di frutta e verdura 20 anni prima avevano meno probabilità di sviluppare problemi di pensiero e memoria, indipendentemente dal fatto che continuassero a mangiare grandi quantità di frutta e verdura circa sei anni prima del test della memoria.

Lo studio non mostra che mangiare frutta e verdura e bere succo d’arancia riduce la perdita di memoria; mostra solo una relazione tra loro. Sicuramente però incoraggia a consumare maggiormente frutta e verdura.



cervello

 


I due orologi del cervello

Uno studio californiano ha scoperto che un gruppo di neuroni è responsabile del tempo e un altro del ritmo.

Gli scienziati sono giunti alla conclusione che il nostro cervello dispone di due orologi in grado di fare delle previsioni. Grazie a questi siamo in grado di anticipare alcuni eventi. I gruppi di neuroni sono disposti in aree opposte del cervello e espletano funzioni diverse.

Gli esperti hanno indicato due semplici esempi. Il primo: l’automobilista schiaccia l’acceleratore ancor prima che il semaforo sia diventato verde. Cioè, un automobilista con esperienza ha una memoria temporale e riesce a prevedere inconsciamente dopo quanto tempo arriverà il verde. Il secondo: finita una canzone, il conducente inconsciamente comincia tenere il tempo della canzone successiva con il piede o le dita. In entrambi i casi entrano in gioco abilità di previsione gestite dai due orologi.

Secondo gli autori dello studio, Assaf Breska e Richard Ivry, questo aiuterebbe l’uomo a capire cosa succederà dopo e a calcolare il tempo di esecuzione di un’azione, scrive la rivista Proceedings of the National Academy of Sciences.

Questi dati sono stati confermati da una serie di test pratici.

I neurobiologi hanno studiato due gruppi di persone. Quelle del primo gruppo soffrivano di Parkinson, cioè non riuscivano a focalizzare la propria attenzione. Quelle del secondo gruppo, invece, erano affette da degenerazione del cervelletto, organo responsabile della coordinazione motoria. Sono stati mostrati diversi colori ai due gruppi ed è stato chiesto loro di indicarne uno solo. Questo test è stato proposto con una certa periodicità. Alla fine, è stato scoperto che le persone del primo gruppo percepivano peggio i segnali ritmici, mentre nel secondo gruppo il cambiamento ritmico dei colori creava confusione.

Gli esperti sostengono che sia una scoperta importante che aiuterà i medici a curare i pazienti con patologie neurodegenerative. Al momento stanno elaborando un metodo per migliorare il lavoro di questi orologi neuronali senza l’impiego di farmaci pesanti. In tal senso potrebbero essere d’aiuto giochi o applicazioni che stimolino determinate aree del cervello.