insonnia

 


Fare le ore piccole danneggia la salute

Fare le “ore piccole” è dannoso, a lungo andare, per la salute. Lo conferma una ricerca pubblicata sulla rivista Advances in Nutrition da un gruppo di ricerca internazionale diretto da Suzana Almoosawi della Northumbria University di Newcastle upon Tyne (Regno Unito), secondo cui i nottambuli avrebbero maggiori probabilità di consumare cibi poco sani e di avere abitudini irregolari.

I nottambuli hanno maggiori probabilità di sviluppare diabete, malattie neurologiche, grastrointestinali e respiratori, con una mortalità precoce del 10 per cento maggiore rispetto a chi è mattiniero.

Andare a letto tardi mette a rischio la salute in molti più modi di quanti ne possiate immaginare. Di recente un nuovo studio ha ad esempio suggerito che gli adulti sani che dormono mediamente 6 ore a notte, o che vanno a letto tardi, tenderebbero a consumare più cibi del fast food e meno verdure.

Ma quali saranno gli altri rischi che chi va a letto tardi non dovrebbe mai sottovalutare?

-Aumenta il rischio di sviluppare malattie come diabete e obesità
-Aumenta la pressione sanguigna: la perdita di sonno stressa il corpo e la mente, e questo causa un aumento della pressione sanguigna
-Si indebolisce il sistema immunitario
-Aumenta lo stress e si tende ad avere un umore instabile: ebbene si, anche l’umore è a rischio per coloro che vanno a letto tardi e non dormono -abbastanza
-Peggiora la vita sessuale: quando si ha troppo sonno, la sfera intima finisce per essere messa in secondo piano
-Aumenta anche il girovita, perché si tende a mangiare alimenti poco sani e ipercalorici
-Anche la pelle ne risente, ed appare stanca e opaca
-Si perde facilmente la concentrazione e si rende meno al lavoro e nella vita quotidiana

Secondo gli esperti, un adulto, dovrebbe dormire 7/9 ore al giorno.



frutta

 


Frutta e verdura contro i cali di memoria

Il consumo di verdure a foglia verde, arance e verdure rosse nonché frutti di bosco è associato ad un minor rischio di perdita di memoria a lungo termine negli uomini secondo una ricerca apparsa su Neurology, la rivista dell’American Academy of Neurology.

La ricerca è stata condotta su 27.842 uomini di età media di 51 anni, professionisti della sanità (dentisti, optometristi ecc) seguiti per circa 20 anni e basato su 5 questionari (porzioni di frutta e verdura consumati) raccolti ogni 4 anni per 20 anni.

Una porzione di frutta è considerata una tazza di frutta o ½ tazza di succo di frutta. Una porzione di verdura è considerata una tazza di verdure crude o due tazze di verdure a foglia verde. I partecipanti hanno anche eseguito prove delle loro capacità di pensiero e memoria almeno quattro anni prima della fine dello studio, quando avevano un’età media di 73 anni. Il test è progettato per rilevare i cambiamenti che le persone possono notare su quanto bene stanno ricordando le cose, mentre prima tali cambiamenti sarebbero stati rilevati da test cognitivi oggettivi. I cambiamenti nella memoria riportati dai partecipanti sarebbero considerati precursori del deterioramento cognitivo lieve.

Le sei domande includono “Hai più problemi del solito ricordando una breve lista di articoli, come una lista della spesa?” E “Hai più problemi del solito dopo una conversazione di gruppo o una trama in un programma TV a causa della tua memoria?” Un totale del 55% dei partecipanti aveva buone capacità di pensiero e memoria, il 38% aveva capacità moderate e il 7% aveva scarsa capacità di pensare e di memoria. I partecipanti sono stati divisi in cinque gruppi in base al consumo di frutta e verdura. Per le verdure, il gruppo più alto mangiava circa sei porzioni al giorno, rispetto a circa due porzioni per il gruppo più basso. Per i frutti, il gruppo principale ha mangiato circa tre porzioni al giorno, rispetto alla metà di una porzione per il gruppo in basso. Gli uomini che consumavano più verdura avevano il 34% in meno di probabilità di sviluppare una scarsa capacità di pensiero rispetto agli uomini che consumavano la minor quantità di verdure. Un totale del 6,6% degli uomini nel gruppo superiore ha sviluppato una scarsa funzione cognitiva, rispetto al 7,9% degli uomini nel gruppo inferiore. Gli uomini che bevevano succo d’arancia ogni giorno avevano il 47% in meno di probabilità di sviluppare capacità di pensiero povere rispetto agli uomini che bevevano meno di una porzione al mese. Questa associazione è stata osservata principalmente per il consumo regolare di succo d’arancia tra gli uomini più anziani. Un totale del 6,9% degli uomini che hanno bevuto succo d’arancia ogni giorno ha sviluppato una scarsa funzione cognitiva, rispetto all’8,4% degli uomini che hanno bevuto succo d’arancia meno di una volta al mese. Questa differenza di rischio è stata aggiustata per l’età, ma non è stata aggiustata per altri fattori correlati ai cambiamenti riportati nella memoria. Gli uomini che mangiavano la maggior quantità di frutta ogni giorno avevano meno probabilità di sviluppare cattive capacità di pensiero, ma tale associazione era indebolita dopo che i ricercatori si erano adeguati ad altri fattori dietetici che potevano influenzare i risultati, come il consumo di verdure, succo di frutta, cereali raffinati, legumi e latticini.

I ricercatori hanno anche scoperto che le persone che mangiavano grandi quantità di frutta e verdura 20 anni prima avevano meno probabilità di sviluppare problemi di pensiero e memoria, indipendentemente dal fatto che continuassero a mangiare grandi quantità di frutta e verdura circa sei anni prima del test della memoria.

Lo studio non mostra che mangiare frutta e verdura e bere succo d’arancia riduce la perdita di memoria; mostra solo una relazione tra loro. Sicuramente però incoraggia a consumare maggiormente frutta e verdura.



cervello

 


I due orologi del cervello

Uno studio californiano ha scoperto che un gruppo di neuroni è responsabile del tempo e un altro del ritmo.

Gli scienziati sono giunti alla conclusione che il nostro cervello dispone di due orologi in grado di fare delle previsioni. Grazie a questi siamo in grado di anticipare alcuni eventi. I gruppi di neuroni sono disposti in aree opposte del cervello e espletano funzioni diverse.

Gli esperti hanno indicato due semplici esempi. Il primo: l’automobilista schiaccia l’acceleratore ancor prima che il semaforo sia diventato verde. Cioè, un automobilista con esperienza ha una memoria temporale e riesce a prevedere inconsciamente dopo quanto tempo arriverà il verde. Il secondo: finita una canzone, il conducente inconsciamente comincia tenere il tempo della canzone successiva con il piede o le dita. In entrambi i casi entrano in gioco abilità di previsione gestite dai due orologi.

Secondo gli autori dello studio, Assaf Breska e Richard Ivry, questo aiuterebbe l’uomo a capire cosa succederà dopo e a calcolare il tempo di esecuzione di un’azione, scrive la rivista Proceedings of the National Academy of Sciences.

Questi dati sono stati confermati da una serie di test pratici.

I neurobiologi hanno studiato due gruppi di persone. Quelle del primo gruppo soffrivano di Parkinson, cioè non riuscivano a focalizzare la propria attenzione. Quelle del secondo gruppo, invece, erano affette da degenerazione del cervelletto, organo responsabile della coordinazione motoria. Sono stati mostrati diversi colori ai due gruppi ed è stato chiesto loro di indicarne uno solo. Questo test è stato proposto con una certa periodicità. Alla fine, è stato scoperto che le persone del primo gruppo percepivano peggio i segnali ritmici, mentre nel secondo gruppo il cambiamento ritmico dei colori creava confusione.

Gli esperti sostengono che sia una scoperta importante che aiuterà i medici a curare i pazienti con patologie neurodegenerative. Al momento stanno elaborando un metodo per migliorare il lavoro di questi orologi neuronali senza l’impiego di farmaci pesanti. In tal senso potrebbero essere d’aiuto giochi o applicazioni che stimolino determinate aree del cervello.



insonnia

 


L’insonnia come causa della disidratazione del corpo

Secondo una recente ricerca effettuata da Penn State University (Stati Uniti) e pubblicata dalla rivista scientifica Sleep, dormire poche ore a notte sarebbe sintomo di un corpo non idratato correttamente.

L’insonnia quindi sarebbe strettamente correlata ad una cattiva idratazione del corpo.

Lo studio effettuato su un campione di adulti negli Stati Uniti ed in Cina, ha preso in esame le urine dei partecipanti per valutare la relazione tra la durata del sonno e i biomarcatori dell’idratazione.

Dai dati è emerso che, coloro che avevano dormito poche ore per notte, avevano presentavano urine ben più concentrate rispetto ai partecipanti che invece godevano di almeno otto ore di sonno. Più del 59% di queste persone infatti presentava scarsi livelli di idratazione rispetto a chi aveva riposato di più nell’arco della notte.

Qual è il motivo di questa correlazione? La risposta è nel sistema ormonale, ed in particolare nella vasopressina, ormone antidiuretico responsabile del riassorbimento dell’acqua nei reni che influenza il volume dei reni e non permette un’eliminazione adeguata dell’acqua.

Come spiega Asher Rosinger, uno degli autori dello studio: “La vasopressina è rilasciata più velocemente e tardi nel corso del ciclo di sonno. Pertanto, se ci si sveglia presto, si potrebbe perdere quella finestra in cui buona parte dell’ormone è rilasciato determinando un turbamento nello stato di idratazione del corpo”.

Un sonno non ristoratore può avere quindi effetti sull’intero sistema ormonale, facendoci sentire stanchi e nervosi la mattina, invece di rilasciare l’energia necessaria per permetterci di affrontare la giornata. Sarebbe opportuno quindi bere durante l’arco della giornata almeno 2 litri d’acqua, svolgere attività fisica, unita ad una sana alimentazione e dormire almeno 8 ore a notte, affinché il corpo riequilibri l’intero sistema ormonale e la mattina ci si svegli sani e riposati.

Per combattere l’insonnia infine è bene evitare di assumere caffè, di seguire un’alimentazione poco salutare e di utilizzare smartphone e computer prima di andare a dormire.



salute ossea

 


Salute ossea? Tutto parte dall’alimentazione

Il nostro sistema scheletrico è composto da oltre 200 ossa grandi e piccoli su cui poggia l’intero corpo.

Il tessuto osseo è molto dinamico e va incontro a molti cambiamenti della propria struttura nel corso di tutte le età della vita per questo è molto importante prendersene cura.

Secondo uno studio condotto da alcuni ricercatori dell’Università del Michigan di Ann Arbor (Usa) e pubblicato su PLOS One, per mantenere in maniera sana ed attiva il nostro sistema osseo bisogna attenzionare l’alimentazione, più che praticare dell’esercizio fisico.

Lo studio, effettuato su un gruppo di topi di laboratorio, ha riscontrato come i topi sottoposti ad un’alimentazione ricca di calcio e fosforo, avessero una maggiore massa e forza ossea rispetto ai topi a cui veniva sottoposto solo dell’esercizio fisico. Questo perché come spiega il Dott. David H. Kohn: “Seguire una dieta arricchita di minerali per un lungo periodo non solo aumenta la massa e la forza ossea, ma anche la capacità di mantenere questi benefici dopo aver smesso di allenarsi. Questo è stato osservato nei topi, ma se si prende in considerazione l’uomo, si osserva che con il passare degli anni si tende a interrompere l’esercizio, mentre la dieta è più facile da seguire anche in età avanzata”. Inoltre “I dati – conclude il Dottor Kohn – suggeriscono che il consumo a lungo termine di una dieta arricchita con i minerali potrebbe aiutare a prevenire l’indebolimento delle ossa associato all’età, anche se non si pratica attività fisica”.

L’esperimento ha così evidenziato che la dieta arricchita di minerali da sola ha prodotto effetti benefici sulle ossa dei roditori, anche quando gli animali non si allenavano.

Il tessuto osseo è costituito da una sostanza organica fondamentale, l’osseina, e da sali minerali, soprattutto fosfato di calcio e carbonato di calcio, per questo un’alimentazione adeguata comporterebbe un impatto maggiore per la salute ed il benessere del nostro sistema scheletrico.



chip

 


Endoscopia? No grazie, basta un chip.

I problemi allo stomaco e all’intestino sono molto comuni, circa il 10% della popolazione infatti soffre per disturbi legati all’alterazione della funzione intestinale.

A volte, basta un esame come l’endoscopia per capirne le cause, purtroppo però è si tratta di un esame invasivo e poco piacevole.
Le cose però presto potrebbero cambiare. Dall’Università del Massachussettes infatti arriva un chip in grado di rivelare il sanguinamento gastrointestinale in maniera più semplice. Una capsula contenente un batterio e studiata in ogni dettaglio da un team di ricercatori, che una volta ingerita a contatto con un componente del sangue si illumina e invia un segnale ad un device esterno.

Il dispositivo di forma cilindrica è lungo circa 3,8 cm e funziona con una batteria da 2,7 volt ed è in grado di individuare un’infiammazione intestinale. La quantità di luce prodotta dalle cellule batteriche viene misurata da un fototransistor che invia ad un microprocessore esterno che può essere collegato ad un semplice smartphone o computer.

“Combinando sensori biologici ingegnerizzati con dispositivi elettronici a bassissima potenza possiamo rilevare, quasi in tempo reale, i segnali biologici nel corpo rendendo possibili nuove capacità diagnostiche” spiega il dottor Timothy Lu. Il chip infatti contiene un ceppo probiotico di Escherichia coli modificato che emette un segnale luminoso una volta che rileva l’eme (un composto ferroso dell’emoglobina).

L’esperimento ha avuto finora successo solo con gli animali, in particolare è stato testato sui maiali, per poter essere utilizzato anche sull’uomo è necessario ridimensionare le sue dimensioni e individuare quanto tempo necessario le cellule al suo interno possono sopravvivere all’interno del nostro intestino.

La ricerca è in fase di completamento e i ricercatori lavorano sul perfezionamento del dispositivo per permettere di individuare malattie molto più complesse come il Morbo di Crohn e altre infiammazioni intestinali.



Intelligenza

 


Intelligenza? Dipende dall’età

Secondo uno studio pubblicato su Psychological Science dai ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (MIT) e dal Massachusetts General Hospital di Cambridge (Usa), l’intelligenza di ogni individuo varia in base all’età.

L’esperimento, condotto su un campione di circa 48.000 persone di età compresa tra i 10 e i 89 anni, comportava l’esecuzione di alcuni esercizi presenti in due siti web, GamesWithWords.org (messo in rete dal MIT) e TestMyBrain.org (realizzato dall’Università di Harvard).
Questi test erano diretti a misurare il quoziente intellettivo, la memoria, le competenze linguistiche e l’intelligenza emotiva.

Dallo studio è emerso che a seconda delle diverse competenze richieste, il picco intellettivo veniva raggiunto in età differenti. In particolar modo i ventenni erano più bravi a codificare e risolvere problemi inerenti simboli, i quarantenni negli esercizi mnemonici, mentre chi si avvicinava alla soglia della cinquantina, era più bravo a ricordare e riconoscere le emozioni attraverso la visualizzazione di alcune immagini.

L’intelligenza umana quindi non è statica nel corso della vita di un individuo ma varia a seconda l’età e l’esperienza di vita.

Come spiega il dott. Joshua K. Hartshorne che ha guidato la ricerca “Abbiamo smentito tutte le teorie esistenti in materia, abbiamo analizzato le facoltà cognitive per capire quando manifestassero un picco, invece abbiamo scoperto che non esisteva un momento in cui tutte le abilità erano più elevate. Abbiamo riscontrato picchi di abilità in tutte le età esaminate”.



Demenza

 


Demenza: l’inquinamento atmosferico potrebbe essere una delle cause

La demenza è uno dei disturbi più gravi che colpisce un numero importante di anziani e non solo.

Questa brutta patologia comporta la perdita di alcune facoltà acquisite in precedenza come: la memoria, il linguaggio, la capacità di scrivere e comunicare in maniera chiara e precisa, l’orientamento spazio- temporale.

Le cause spesso sono da associare all’avanzamento dell’età,  ma anche a fattori genetici.

Una ricerca recentemente condotta da un team di ricercatori britannici, e diretta dal professor Iain Carey dell’Università di Londra, afferma però che tra le cause alla base dell’insorgere di questa malattia vi sarebbe anche l’inquinamento atmosferico. Secondo gli eesperti infatti chi vive nelle aree più inquinate correrebbe più il 40% di rischio di ammalarsi.

L’esperimento è stato condotto su un campione di circa 131 mila cittadini londinesi, residenti nelle aree metropolitane di Londra, d’età compresa tra i 50 e i 79 anni, ed ha riscontrato che i soggetti che vivevano nelle aree più inquinate presentavano un rischio di demenza più elevato, rispetto a chi viveva in aree meno inquinate.

Ma perché l’insorgere della demenza potrebbe essere associata all’inquinamento atmosferico? Sembra che quest’ultimo favorisca provochi infiammazioni di varia natura e l’alterazione di alcune risposte del sistema immunitario che condurrebbero alla neuro-degenerazione del cervello umano. In quest’ottica, dunque, l’inquinamento potrebbe rappresentare un problema molto serio, non solo per l’ambiente, ma anche per la nostra salute.



vitamina d

 


Diabete: emerge una correlazione con la carenza di Vitamina D

Il diabete è una delle malattie più diffuse che purtroppo colpisce moltissime persone.

Lo sviluppo e la sua evoluzione dipendono da diversi fattori tra i quali: uno stile di vita sano, una predisposizione genetica ed abitudini alimentari errate.

Tra i fattori in grado di provocare la comparsa di questa malattia, però, pare ci sia anche la carenza di vitamina D nel nostro organismo.

È quanto emerso da uno studio condotto dai ricercatori del Seoul National University College of Medicine di Seul (Sud Corea) e dell’Università della California di San Diego (Usa) e pubblicato sulla rivista Plos One.

Secondo gli esperti le probabilità di essere colpiti dalla malattia, sarebbero cinque volte maggiori quando i livelli della vitamina D nell’organismo scendono sotto i 30 nanogrammi per millilitro (ng/ml).

Da un’analisi effettuata su un gruppo di campioni, è emerso che, gli individui che avevano livelli ematici di vitamina D superiori a 30 ng/ml avevano un terzo delle probabilità di essere colpiti dal diabete, mentre quelli che avevano livelli superiori a 50 ng/ml avevano un quinto delle possibilità di sviluppare la malattia.

Ma da cosa dipende la correlazione tra il diabete e la vitamina D?
Il diabete è una malattia causata da un’infiammazione, la vitamina D riesce ad agire nel sangue come anti-infiammatorio, riequilibrando i livelli di glucosio nel sangue.

Ad oggi, la ricerca è in fase di completamento, non risultano ancora studi completi in grado di affermare con estrema sicurezza che la carenza di vitamina D sia strettamente correlata ad una possibile comparsa di diabete ma con



immortalità

 


Immortalità: non piace a nessuno

Solo una persona su cinque accetterebbe di diventare immortale se gliene venisse offerta la possibilità. E’ l’inatteso e sorprendente risultato di un sondaggio condotto dalla Sapio Research (e rilanciata da New Scientist) su un campione di 2026 adulti nel Regno Unito.

E se la domanda resta ancora solo ipotetica, in realtà oggi non è più del tutto infondata. E non serviranno né patti con il diavolo né tanto meno elisir di vita eterna. I gerontologi, infatti, ritengono che l’allungamento della vita (che non significa propriamente immortalità, ma tant’è che oggi diventare centenari non è più un miraggio) sia oggi una possibilità concreta: negli ultimi 200 anni l’aspettativa di vita media nell’uomo è infatti raddoppiata. Complici di questa opportunità sono certamente cure e interventi sanitari fino a soli pochi anni fa ritenuti impensabili, ma anche diete migliori, la sanità pubblica e l’istruzione.

Eppure, l’entusiasmo a riguardo è fiacco. Chi ha partecipato al sondaggio si è dimostrato più preoccupato che ottimista… E solo una persona su cinque vorrebbe vivere per sempre. Addirittura al 58% del campione che si dice lieto della notizia dell’allungamento medio della vita, fa da contraltare il 44% che ritiene più importante sapere accettare i limiti che ci impone la natura.
Curioso? In realtà a chi nella storia della letteratura ha tentato di raggiungere l’immortalità non è andata benissimo e in fondo quell’immortalità di cui cantavano i Queen… Era tutta un’altra storia!