studiare

 


Vivere più a lungo? Si può, basta studiare

Secondo uno studio austriaco condotto da Wolfgang Lutz e Endale Kebede (due ricercatori dell’International Institute for Applied systems Analysis di Laxenburg) e pubblicato sulla rivista Population and Development Review, la longevità è strettamente correlata alla formazione culturale e non al reddito di un individuo.

Dall’analisi effettuata su alcuni studi, risulta infatti che, l’aspettativa di vita è strettamente collegata al livello culturale di ciascun individuo, non alla situazione economica.

I risultati della ricerca ribaltano quelli degli studi condotti finora che eleggevano il reddito a fattore determinante in grado di garantire una vita più lunga.

Ebbene sì sembra proprio che sia il grado d’istruzione a influenzare la longevità di un individuo. Come afferma il Dottor Lutz: “Questo studio è più radicale rispetto alle precedenti analisi perché sfida la convinzione onnipresente che il reddito e gli interventi medici siano i fattori che influenzano maggiormente la salute. La nostra ricerca dimostra che l’associazione empirica tra reddito e salute è in gran parte errata”.

Ma da cosa dipende la correlazione tra la formazione culturale e la longevità?
Secondo quanto appreso dagli esperti, le persone con un elevato grado d’istruzione dispongono di maggiore conoscenza e di conseguenza fanno scelte più salutali per la loro vita.
Non solo, spesso un’elevata formazione comporta anche un lavoro più stabile e più remunerativo, con conseguente probabilità di curarsi qualora ce ne fosse bisogno.

Ovviamente da questo si deduce che la disponibilità di reddito rimane comunque tra i fattori più importanti per uno stile di vita sano, a di certo non l’unico e non quello determinante.

Leggere, studiare, conoscere nuove nozioni quindi non solo mantengono attivo il nostro cervello ma ci aiutano a vivere più a lungo.



insonnia

 


Insonnia: ecco come combatterla

Quante volte è capitato di svegliarsi in piena notte e non riuscire più a dormire, girarsi e rigirarsi nel letto senza poter trovare nessuna soluzione.

Non è un caso infatti se una persona su tre, soffre saltuariamente di insonnia, un disturbo che colpisce molte persone senza fare distinzioni d’età.

Quando questi episodi capitano con più frequenza, rendendoci nervosi e ripercuotendosi negativamente nella giornata, allora bisogna trovare rimedio.
Come? Facile, mettendo a punto alcune semplice soluzioni: evitare piccoli “pisolini” durante la giornata, magari da rimpiazzare con delle belle e lunghe passeggiate, evitare cene troppo pesanti difficile da digerire, equilibrare il nostro orologio biologico, andando a letto sempre alla stessa ora e infine evitare l’uso di strumenti tecnologici (radio, tv, internet, giochi) almeno un’ora prima di andare a dormire, in maniera tale che il cervello riposi e si tranquillizzi, anzi se è possibile prima di dormire bisognerebbe dedicarsi a delle attività rilassanti come, un bel bagno caldo, leggere un libro o bere una tisana dalle proprietà calmanti.

Se tutto questo non dovesse bastare e si continua a star svegli tutte le notti è opportuno invece l’intervento di uno specialista. A volte infatti dietro a questo problema si nascondono cause più significative come la depressione o i disturbi d’ansia. In particolare, c’è un rapporto bidirezionale tra insonnia e depressione clinica (si presentano contemporaneamente nel 90 per cento dei casi), e la presenza di insonnia è un fattore di rischio, nonché di aggravamento dei disturbi depressivi, specialmente nella terza età.

Se è vero, infatti, che l’insonnia non è una malattia, è altrettanto vero che il suo insorgere rappresenta un campanello d’allarme che ci avverte che il nostro benessere psico-fisico non è equilibrato. La mancanza di sonno infatti genera effetti negativi sul corpo: indebolisce il sistema immunitario, impedisce al cervello di elaborare esperienze già vissute e creare nuovi ricordi, può causare squilibri ormonali che regolano il senso di sazietà e l’aumento/diminuzione di peso. Bisogna trovare l’origine del problema e cercare di porvi rimedio.
La psicoterapia in questo senso, grazie a strumenti psico educativi (igiene del sonno), psicoterapeutici (lavoro sui vissuti e sulla storia individuale) e farmacologici può rivelarsi molto utile.



libri

 


La Terza Età nei libri: Le Solite Sospette di John Niven

Leggere fin da piccoli e continuare anche da anziani senza smettere mai, non solo mantiene giovane il cervello ma aiuta anche a mantenere alta capacità di concentrazione.

In particolare leggere libri che stimolano la fantasia, anche usando dispositivi digitali per la lettura,  produce un effetto positivo nel contrastare l’invecchiamento del cervello.

Oggi abbiamo scelto di parlarvi di un libro di John Niven, autore assolutamente fuori dagli schemi, che ha come protagonisti degli anziani, o comunque dei non più giovanissimi.

Le solite sospette – questo il titolo – parla di  Susan, una donna che vive una vita apparentemente normale, fino a quando non rimane vedova scoprendo di avere un marito, maniaco del sesso, che l’ha lasciata sul lastrico. Insieme ad alcune amiche, Julie, Jill e Ethel, sceglierà di fare una rapina per poi rifugiarsi in Costa Azzurra. Queste quattro donne sono lo spaccato dell’universo femminile.
Susan è una donna che vive per questo marito che l’aveva mollata, mentalmente, ancora prima di morire, Julie lavora come inserviente in un ospizio, Ethel di anni ne ha quasi novanta e vive proprio in quell’ospizio di cui sopra, Jill ha vent’anni di meno e ha bisogno di risollevare le sorti della sua famiglia per aiutare il suo nipotino gravemente malato.

Le avventure che vivranno queste donne saranno incredibili. Vi ritroverete, ad un tratto, magari ad immaginarvele come delle vostre coetanee, solo con qualche risposta in più sui modi in cui va la vita. Ad avere la fortuna di incontrarle sarà Vanessa, una quindicenne che ad un tratto della sua vita si ritrova senza sapere che strada imboccare e che potrà fare tesoro dei consigli saggi di queste donne.



tempo

 


Invecchiamento? A ciascuno la propria velocità

Vi siete mai chiesti come sia possibile che per alcune persone il tempo sembri non passare mai?
In realtà, potremmo dire che il tempo per loro passa più lentamente, più in generale che l’invecchiamento non ha per tutti lo stesso ritmo. Vale a dire che l’età biologica e quella anagrafica viaggiano su binari diversi (e non necessariamente paralleli).

Lo ha dimostrato un recente studio americano condotto dalla Duke University, e pubblicato su Proceedings of the National Academy of Science, su un migliaio di soggetti di 38 anni dei quali sono stati verificati alcuni marcatori biologici come la pressione sanguigna, il colesterolo, la funzionalità epatica e renale, la salute cardiovascolare e la lunghezza dei telomeri (quelle “codine” dei cromosomi la cui lunghezza si è dimostrata essere un importante segnale della longevità delle persone).

Ne è emerso che a volte si è coetanei solo in apparenza: non sempre quindi all’età anagrafica corrisponde l’età biologica. Ciascun marcatore è stato valutato sullo stesso soggetto alle età di 26, 32 e 38 anni per potere studiare il ritmo di invecchiamento per ciascuno dei partecipanti allo studio. Giovani o anziani dentro e fuori? I trentottenni hanno mostrato età biologiche comprese tra i 28 e i 61 anni per un risultato che si mostra non solo esteriormente (dei soggetti è stato valutato anche l’aspetto fisico sottoponendo le loro foto a un gruppo di studenti perché ne indovinassero la reale età) ma anche dal punto di vista intellettuale e fisico (in compiti come la coordinazione, test di problem solving… o anche nel semplice salire le scale).

Le cause sono molteplici. Ci sono fattori di natura genetica e altri di natura ambientale. E si sta continuando a esaminare il database Dunedin (dal nome della città neozelandese da cui proviene il campione) per comprendere come lo stile di vita e la storia familiare possano influenzare la rapidità con cui invecchiamo, in modo da poter imparare a intervenire per tempo e contrastare così l’invecchiamento precoce con terapie mirate.



gatti

 


I gatti fanno bene alla salute

Sono i cani i migliori amici dell’uomo. Sì è vero, ma i gatti non sono da meno e fanno anche bene alla salute.

A suggerirlo è un’indagine effettuata qualche anno fa da Cats Protection (organizzazione per la difesa dei gatti del Regno Unito) che rivela che chi trascorre del tempo con i piccoli felini presenta uno stato d’animo calmo e rilassato.
I felini infatti amano giocare, scorazzare per casa, saltare e arrampicarsi portando il buonumore in casa e consentendo di tenere a bada lo stress.

Ma c’è di più, a quanto pare gli effetti positivi di questi amici a quattro zampe non avviene solo direttamente ma anche tramite il web. Attraverso i dati raccolti l’indagine infatti sostiene che anche guardare i video dei comportamenti bizzarri dei gatti e le loro buffe espressioni riescono a strappare un sorriso e a trasmettere il buonumore, allontanando sentimenti negativi come l’ansia e la tristezza. Nn è un caso se il fenomeno dei video dei felini domestici sul web nel 2015 è stato al centro di una ricerca della Indiana University (Usa).

Infine, un’ultima ricerca, condotta nel 2008 dalla University of Minnesota (Usa), ha rilevato nei padroni dei gatti un rischio ridotto di essere colpiti da un attacco cardiaco e di soffrire di solitudine nella terza età.



sauna

 


La sauna per combattere ictus e pressione alta

Amate fare la sauna? Da oggi fatelo ancora più frequentemente.
Il perché ce lo spiega uno studio recentemente pubblicato sulla rivista Neurology dai ricercatori dell’Università di Bristol (Regno Unito), diretti da Setor Kunutsor.

La ricerca, condotta in Finlandia, ha monitorato per circa 15 anni lo stato di salute di 1.628 persone di età compresa tra 53 e 74 anni, che non erano mai state colpite da ictus.

All’inizio dello studio i volontari sono stati sottoposti a diversi esami (come la misurazione dei livelli di colesterolo, della pressione sanguigna e di altri fattori che potrebbero influenzare il rischio di cardiopatie) e sono stati incaricati di compilare dei questionari riguardanti le loro abitudini, che comprendevano domande su quanto spesso facessero la sauna, praticassero attività fisica e bevessero alcolici.
Durante il periodo di monitoraggio sono stati registrati 155 casi di ictus che hanno colpito con maggiore frequenza i partecipanti meno avvezzi alla sauna, rispetto a chi praticava quest’attività quasi quotidianamente.
Analizzando attentamente i dati si è scoperto che chi faceva la sauna regolarmente è esposto ad un rischio di ictus inferiore del 60% rispetto a quelli che la facevano soltanto una sauna a settimana.

Lo stesso Kunutsor afferma che i risultati ottenuti dalla ricerca sono emozionanti, perché suggeriscono che quest’attività, che le persone praticano per rilassarsi, è in grado di avere effetti positivi sulla salute vascolare.

Ma perché fare la sauna è in grado di portare questi benefici? La risposta è tanto semplice quanto immediata: perché abbassa la pressione sanguigna, determinando così l’effetto benefico sul rischio di ictus.

Come sempre però c’è sempre il rovescio della medaglia ed è bene precisare che ci sono casi in cui è meglio non esagerare con la sauna. Questo vale per chi ha subito un recente attacco di cuore, per chi soffre di angina instabile o di dolore toracico e per gli anziani che hanno la pressione bassa.



lenticchie

 


Mangiare lenticchie abbassa i livelli di glucosio nel sangue

Mangiando lenticchie è possibile ridurre i livelli di glucosio nel sangue di oltre il 20%. A rivelarlo è uno studio dell’Università di Guelph (Canada) pubblicato sul The Journal of Nutrition.

A 24 adulti sani è stato chiesto di consumare uno dei seguenti piatti: riso bianco, riso bianco e lenticchie verdi grandi (50%+50%), riso bianco e lenticchie verdi piccole 850%+ 50%), riso bianco e lenticchie rosse spaccate (50% + 50%). Quindi sono stati misurati i livelli di glucosio nel sangue prima del pasto e a distanza di due ore. Successivamente i ricercatori canadesi hanno ripetuto l’esperimento utilizzando al posto del riso bianco le patate bianche nelle stesse combinazioni.

Il consumo del legume aveva ridotto i livelli di glucosio ematico fino al 20% (se le lenticchie erano consumate con il riso) e fino al 35% (se le lenticchie erano consumate con le patate). Il consumo di legumi quindi rallenterebbe l’assorbimento e il rilascio nel flusso sanguigno degli zuccheri presenti negli amidi, riducendo così i livelli di glucosio nel sangue.

Questo rallentamento fa sì che non si verifichino picchi di glicemia che rappresenta l’elemento caratteristico del diabete di tipo 2.



frutta

 


Mangiare frutta e verdura allunga i telomeri (e quindi la vita)

Se appartenete a quella categoria di persone che diffida della roba verde nel piatto, adesso avete un altro buon motivo per decidervi a cambiare rotta. Il consumo regolare di frutta, verdura e cereali integrali, infatti, potrebbe essere in grado di rallentare l’invecchiamento cellulare nelle donne. Questo in particolar modo se inserito all’interno di una dieta che preveda un consumo contenuto di sodio, zuccheri aggiunti e carni lavorate.

A dirlo è uno studio della statunitense University of Michigan School of Public Health di Ann Arbor diretto da Cindy W. Leung. E pubblicato dalla rivista American Journal of Epidemiology.

Lo studio ha coinvolto 4758 persone di età compresa tra i 20 e i 65 anni che non soffrivano di patologie croniche e che avevano preso parte al National health and nutrition examination surveys (tra il 1999 e il 2002). In particolare i ricercatori ne hanno esaminato i regimi alimentari confrontando la dieta di ciascun partecipante con la lunghezza dei telomeri (le molecole situate nella parte terminale dei cromosomi considerate come un indicatore di longevità visto che la loro lunghezza si riduce con il passare degli anni).

E’ emerso che le donne che seguivano una dieta più sana (povera di sali e zuccheri aggiunti, con un più baso apporto di carni processate e ricca, invece, di proteine vegetali, frutta e verdura e di sostanze antiossidanti e anti-infiammatorie) avevano telomeri significativamente più lunghi. L’ambiente biochimico generato da questa dieta aiuterebbe quindi a mantenere le cellule sane e giovani e a prevenire lo sviluppo di malattie croniche, come le cardiopatie, il diabete e alcune forme di cancro. Puntare quindi alla qualità complessiva della dieta piuttosto che sui singoli alimenti o sulle singole sostanze nutritive può aiutare a migliorare il nostro stato di salute complessivo. Proprio per questo, negli uomini il dato è meno rilevante. Gli uomini, infatti, tenderebbero a seguire un’alimentazione meno sana e a consumare quantità più elevate di bevande zuccherate e carni processate, alimenti già precedentemente collegati – in altre ricerche – a telomeri più corti.



insonnia

 


Il rimedio contro l’insonnia? Mangiare pesce

Una ricerca condotta dai ricercatori dell’Università della Pennsylvania di Philadelphia e pubblicata sulla rivista Scientific Reports ha consentito di scoprire che durante l’infanzia, mangiare pesce almeno una volta a settimana migliora la qualità del sonno e le facoltà cerebrali.

Lo studio è stato effettuato su 541 ragazzi di età compresa tra 9 e 11 anni residenti in Cina. Il 54% dei partecipanti era formato da maschi, mentre il 46% da femmine. Ai partecipanti è stato chiesto d’indicare la frequenza dei pasti di pesce negli ultimi mesi. Inoltre, sono stati invitati a svolgere la versione cinese del test che misura il quoziente intellettivo (Qi), chiamato“Wechsler Intelligence Scale for Children-Revised”, e che esamina le abilità verbali e non verbali delle persone. I genitori dei ragazzini sono stati infine incaricati di fornire informazioni sulle abitudini e sulla qualità del sonno dei figli, che comprendevano anche la frequenza con cui i bambini si svegliavano durante la notte e la loro predisposizione a sperimentare sonnolenza diurna.

Cosa hanno rivelato i risultati?
Analizzando i risultati i ricercatori hanno scoperto che chi tende a consumare pesce con maggiore frequenza infatti è più incline a riposare meglio e ad avere un quoziente intellettivo più alto di circa 4 punti, rispetto a chi lo mangia soltanto raramente o rispetto a chi non lo consuma mai.



tennis

 


Giocare a tennis è l’elisir di lunga vita

Uno studio effettuato di recente (e non è il primo di questo genere) dal Saint Luke’s Mid America Heart Institute di Kans e pubblicato sulla rivista Mayo Clinic Proceedings, ha individuato l’elisir di lunga vita nel giocare a tennis.
Già proprio così, tra tutti gli sport sembra essere il tennis quello che ha effetti positivi maggiori sul corpo umano.

La ricerca ha messo in relazione sport e longevità focalizzandosi su 8.600 cittadini di Copenaghen, in Danimarca. Per 25 anni, dal 1991 al 2017, i ricercatori hanno monitorato la loro salute e il loro stile di vita attraverso lunghi questionari sul loro stile di vita. Oltre a confermare quello che si sapeva già, e cioè che lo sport in generale allunga la vita, i risultati dello studio sono scesi nei dettagli delle varie discipline
Quello che ne è venuto fuori è che niente fa vivere più a lungo del tennis, sport che regala ben 9,7 anni in più rispetto a chi non pratica attività fisica.
Secondo nella classifica della longevità c’è il badminton, che fa guadagnare 6,2 anni. Terzo gradino del podio per il calcio, 4,7 anni.
Fuori dal podio si collocano il ciclismo(3,7 anni in più), il nuoto (3,4 anni in più), la corsa (3,2 anni in più).
L’ultima posizione di questa singolare classifica se la aggiudica il fitness, l’attività in palestra infatti fa guadagnare appena un anno e mezzo in più di vita. 1,5 anni guadagnati.

Queste associazioni riguardano indipendentemente tutti gli uomini e le donne, a prescindere dal livello di istruzione, dallo stato socio-economico e dall’età.

Non vi resta che andare a comprare una racchetta e… buona partita!