Il pesce? Toccasana per la mente degli anziani

Gli anziani dovrebbero mangiare più spesso piatti a base di pesce. Infatti, mangiare prodotti ittici almeno una volta a settimana rallenta il declino cognitivo e della velocità di ragionamento.

Lo rivela una ricerca condotta presso la Rush University Medical Center e l’Università di Wageningen in Olanda e pubblicata sulla rivista Neurology. I ricercatori hanno coinvolto 915 anziani di 81,5 anni in media e ne hanno seguito lo stato di salute e la riduzione delle abilità cognitive nel corso di alcuni anni.

All’inizio dello studio, le abilità cognitive (memoria, velocità di ragionamento, senso di orientamento) sono state analizzate in ciascun partecipante. Gli stessi test sono stati poi ripetuti a distanza di cinque anni per vedere se e in che misura gli anziani avevano sofferto di declino cognitivo nel tempo.

Il campione è stato diviso in gruppi a seconda dei livelli settimanali di consumo di pesce, ed è emerso che mangiare pesce almeno una volta a settimana preserva l’anziano dal declino in diverse facoltà tra cui la memoria e la velocità di ragionamento.

Gli effetti protettivi del pesce, ipotizzano i ricercatori, sono mediati dai grassi omega 3 che questa tipologia di alimento contiene (specie pesci come tonno, salmone).



Chi è ottimista vive più a lungo

 


Chi è ottimista vive più a lungo

Tonino Guerra aveva ragione quando, per uno spot pubblicitario recitava, “L’ottimismo è il profumo della vita”. La scienza è andata oltre è ha stabilito che pensare positivo allunga la vita.

Una ricerca dell’università di Boston pubblicata sulla rivista dell’Accademia americana delle scienze (Pnas) ha evidenziato che il segreto della longevità è l’ottimismo. Guardare al futuro in maniera serena, essere certi che accadranno solo cose positive potrebbe essere un ingrediente fondamentale per un invecchiamento salutare, almeno fino a 85 anni se non oltre.

È stata osservata una stretta relazione fra l’affrontare la vita in modo sempre positivo e la longevità, al punto che in media vedere il mondo in rosa allunga la durata della vita dell’11-15% in più rispetto ai non ottimisti.

Lo studio
Per questo studio sono stati valutati i dati di due ampie popolazioni, una femminile di 69744 individui e l’altra di 1429 uomini, arruolate in passato per precedenti ricerche. I membri del primo gruppo erano stati seguiti per dieci anni, quelli del secondo per trenta. Tutti avevano completato dei questionari per valutare il loro livello di ottimismo, ma anche le loro condizioni generali di salute e la presenza di abitudini come l’attività fisica, l’assuefazione dal fumo di sigaretta, il consumo di bevande alcoliche.
Nei questionari sulle attitudini psicologiche i partecipanti avevano dovuto assegnare un punteggio che indicava il grado di condivisione di affermazioni come “in tempi incerti di solito mi aspetto il meglio”, “sono sempre ottimista sul mio futuro”, “difficilmente mi aspetto che le cose vadano per il verso giusto”.

Fra gli over 85 sono più numerosi coloro che affrontano la vita in modo positivo, indipendentemente dallo stato socio-economico, le condizioni di salute, la depressione e lo stile di vita. Non solo dunque essere ottimisti protegge di più dalle malattie croniche e da una morte prematura, come hanno accertato precedenti studi, ma dà maggiori probabilità di avere anche un’eccezionale longevità.

Chi è ottimista tende ad aspettarsi solo buone notizie, lieti eventi, circostanze favorevoli. Si crede in un futuro roseo perché si pensa di essere in grado di controllare gli aspetti principali della propria vita. E questo potrebbe rappresentare uno dei fattori psicosociali in grado di incidere positivamente sulla durata della vita.
Non è chiaro cosa si nasconda dietro questa associazione, ma sono state avanzate diverse ipotesi: “Alcuni suggeriscono che le persone più ottimiste possono essere in grado di regolare le emozioni e il comportamento così come di riprendersi dallo stress e dalle difficoltà in maniera più efficace”, ricorda uno dei ricercatori Laura Kubzansky. D’altro lato gli ottimisti tendono a seguire uno stile di vita più attivo, a non fumare, ad esempio. “Il motivo che rende importante l’ottimismo rimane da scoprire ma la correlazione con la salute sta diventando sempre più evidente”, dice un altro specialista Fran Grodstein.



cuore

 


Il primo atlante del cuore che distingue cuori sani e malati

Grazie ad una ricerca molto importante sarà finalmente più facile distinguere un cuore sano da uno malato grazie al primo atlante del cuore umano, noto anche come proteoma cardiaco.

Un cuore sano compie circa due miliardi di battiti nell’arco di una vita, e oltre diecimila di proteine sono coinvolte nel processo. L’atlante è stato realizzato grazie alla ricerca degli studiosi tedeschi del Max Planck Institute of Biochemistry di Martinsried e del German Heart Centre at the Technical University di Monaco, che hanno determinato tutti i tipi e le quantità di proteine presenti in tutti i tipi di cellule del cuore.

Nella ricerca pubblicata sulla rivista Nature Communications gli scienziati hanno mostrato come, analizzando e studiando i profili proteici delle cellule (valvole e camere cardiache e valvole sanguigne principali) e la composizione proteica di tre diversi tipi di cellule del cuore in particolare (fibroblasti cardiaci, cellule muscolari lisce e cellule endoteliali), si sia potuta tracciare una mappatura delle proteine nelle varie regioni cardiache. In particolare, durante più di sessanta interventi chirurgici, hanno prelevato ed esaminato più di centocinquanta campioni di tessuti cardiaci, estraendo poi i vari tipi di cellule presenti attraverso metodi elaborati di coltura cellulare. Infine, utilizzando la spettrometria di massa hanno individuato gli undicimila tipi di proteine e il proteoma cardiaco.
Sophia Doll, direttrice della ricerca, ha affermato che dall’osservazione dell’atlante è possibile individuare i cuori sani per il fatto che lavorano tutti in modo molto simile. Si riscontrano pure poche differenze tra le composizioni proteiche. La sorpresa è stato invece rilevare quanto siano simili la metà destra e quella sinistra del cuore, sebbene abbiano funzioni opposte: la metà destra infatti pompa nei polmoni il sangue povero di ossigeno, viceversa la sinistra pompa sangue ricco di ossigeno dai polmoni verso l’organismo.

I ricercatori hanno inoltre verificato come i dati di un cuore sano possano servire all’individuazione di uno malato, confrontando i valori ottenuti con i proteomi cardiaci di pazienti affetti da fibrillazione atriale. In questo modo si sono scoperte le cause della malattia: le proteine per l’approvvigionamento energetico presenti nei tessuti dei cuori malati si sono rivelate significativamente diverse rispetto a quelle nei tessuti cardiaci di cuori sani.

Importante da notare è che anche se è stata effettuata una modifica delle proteine coinvolte nel metabolismo energetico in tutti i malati, i cambiamenti che si sono riscontrati erano diversi da persona a persona. Come infatti osserva il coordinatore dell’indagine Markus Krane, nonostante i pazienti presentino sintomi simili, si verifica una disfunzione molecolare diversa per ogni caso. Questo, conclude Krane, evidenzia l’importanza della medicina personalizzata, specialmente per quella cardiaca, che merita una maggiore attenzione per imparare a riconoscere e trattare le differenze e i casi particolari dei singoli individui.



mente

 


Religione, famiglia e legame con la propria terra: così il cervello resta giovane

Ci si chiede spesso quale sia il segreto di chi riesce a mantenere la mente attiva anche raggiunti i cento anni.

Ebbene, grazie ad un articolo pubblicato dalla International Psychogeriatrics, sembra proprio che sia possibile venirne a capo. Secondo questo studio infatti, condotto dall’Università degli Studi Roma “La Sapienza” e dagli studiosi dell’Università di San Diego (California), il segreto che permette agli anziani di mantenere una mente “giovane” è un profondo legame con la famiglia, con la loro terra e con la religione.

I soggetti analizzati erano tutti di età compresa tra i 90 e i 100 anni, molto credenti, legati alla famiglia e alla propria terra.
Tramite interviste in cui i partecipanti al test raccontavano della propria personalità e degli eventi significativi della propria vita risultati hanno dimostrato che questi anziani sono più spigliati, testardi, vivaci e fiduciosi in se stessi rispetto a soggetti più giovani. Questo perché, sembra che il forte legame che unisce questi soggetti alla famiglia, alla religione e alla propria terra, dà loro una motivazione per andare avanti, uno scopo. Non è un caso se molti di loro infatti, non volendo sprecare nemmeno un secondo della propria vita, continuano a lavorare la terra nonostante l’età avanzata.

Il suggerimento dunque è quello di continuare a coltivare i legami familiari e non solo per mantenere sempre un cervello giovane e non perdere mai la voglia di vivere.