Gli apparecchi acustici salvano il cervello?

Frank Robert Lin, ricercatore presso la Johns Hopkins University di Baltimora, ha lanciato un appello durante il convegno della Società americana per l’avanzamento delle scienze, affinché i sistemi sanitari intervengano per facilitare l’accesso dei pazienti alle protesi uditive, ancora molto costose e conseguentemente non facilmente abbordabili da tutti.

L’appello deriva da un suo studio che dimostrerebbe che l’uso degli apparecchi acustici può salvare il mondo dall’epidemia globale di demenza, considerato che il declino cognitivo nel 36% dei casi è legato alla perdita dell’udito. Non è ancora chiaro il legame tra le due condizioni, ma già ricerche precedenti hanno dimostrato che non sentire bene accelera l’invecchiamento del cervello portando addirittura alla perdita di materia grigia. Sembra, infatti, che lo sforzo per capire suoni e voci generi un forte stress emotivo e cerebrale e impoverisca quelle aree che sono legate al linguaggio e alla memoria operativa, le stesse coinvolte nell’insorgenza dell’Alzheimer.

La parola d’ordine allora è intervenire: «Molti medici – ha spiegato Lin – non intervengono perché considerano la perdita dell’udito come una conseguenza inevitabile dell’invecchiamento. Ma intervenire precocemente potrebbe ridurre in maniera significativa il rischio di declino cognitivo e di demenza».

Adesso però serve dimostrarlo. E il ricercatore ha già avviato un ampio studio che coinvolge circa 800 pazienti anziani (che verranno seguiti per 5 anni). Fra questi, un gruppo riceverà un trattamento d’avanguardia per recuperare l’udito, mentre il secondo gruppo fungerà da controllo perché continuerà a condurre la sua vita regolarmente.