Le pupille come ‘spia’ del rischio di Alzheimer

Un contributo alla diagnosi precoce del morbo di Alzheimer potrebbe arrivare anche dagli occhi.
La diversa dilatazione delle pupille, durante i test per valutare la funzione cognitiva, potrebbe fornire informazioni sulle probabilità di sviluppare la patologia in soggetti che hanno ereditato dei geni correlati all’Alzheimer. Se ne sono occupati dei ricercatori della University of California San Diego (Stati Uniti) in uno studio pubblicato su Neurobiology of Aging.

Grazie alla ricerca è stato possibile associare dei geni all’insorgenza della malattia di Alzheimer, che colpisce prevalentemente dopo i 65 anni. Il gene più comunemente correlato è l’alipoproteina. Altri aspetti riguardano una delle proteine tossiche che si accumulano nel cervello e che verosimilmente contribuiscono a causare la malattia. Tra i neuroni, infatti, si formano dei depositi di due proteine: beta-amiloide e dei grovigli di tau. L’accumulo di queste proteine è uno dei fenomeni precoci della malattia che interessano il cervello molti anni prima che siano evidenti i sintomi dell’Alzheimer. Il risultato finale è il danneggiamento e la morte dei neuroni.

La proteina tau, associata alla cognizione, è il primo marcatore noto dell’Alzheimer. Inizialmente fa la sua comparsa in un insieme di neuroni ben delineato che forma il “locus coeruleus”, detto punto blu. Questo nucleo svolge un ruolo centrale nella modulazione dell’attenzione, il risveglio, la memoria. È la principale fonte di norepinefrina, sostanza che agisce come ormone e neurotrasmettitore e che partecipa a diversi processi come l’assunzione di cibo, il sonno e la veglia, il controllo dell’emotività.

Il punto blu però guida anche la risposta delle pupille, cioè la variazione del loro diametro: più i test sono complicati, più le pupille si dilatano: per questo rappresentano un possibile punto di osservazione per la valutazione del rischio. Infatti, con ulteriori sviluppi potrebbe essere possibile misurare la velocità della dilatazione durante lo svolgimento dei test in individui con geni correlati alla malattia. Secondo i ricercatori sarebbe un metodo a basso costo e poco invasivo per aiutare a monitorare il rischio prima che si manifesti la malattia.

In lavori di ricerca pubblicati in precedenza i ricercatori avevano riferito che gli adulti con declino cognitivo lieve, che spesso precede l’Alzheimer, mostravano uno sforzo cognitivo maggiore e delle pupille più dilatate degli individui sani.