Scoperte proprietà antitumorali della mela

 


Scoperte proprietà antitumorali della mela

La mela è un concentrato di antiossidanti utili alla salute ma alcune molecole del frutto hanno anche proprietà antitumorali. Grazie a una nuova ricerca, conosciamo in che modo agiscono sulle cellule malate.

A firmare la scoperta, su Scientific Reports, un gruppo di ricerca coordinato dall’Istituto di scienze dell’alimentazione del Consiglio nazionale delle ricerche (Isa-Cnr) in collaborazione con il Dipartimento di chimica e biologia dell’Università di Salerno.

“Da diversi anni è riportato in letteratura che il succo di mela ha effetti di prevenzione sul cancro al colon retto, ma non è chiaro il meccanismo molecolare, ossia il modo in cui i polifenoli presenti nel succo operano in funzione antitumorale”, spiega Angelo Facchiano, ricercatore Isa-Cnr e tra gli autori del lavoro. “Noi abbiamo studiato per la prima volta in modo specifico proprio quali molecole antiossidanti vanno ad agire e su quali specifiche proteine della cellula”.

I ricercatori hanno analizzato tre tipi di mela – Annurca, Red Delicious, Golden Delicious – per identificare e quantificare i principali composti antiossidanti: “I polifenoli della mela ostacolano in particolare la replicazione ed espressione del DNA nelle cellule cancerose del colon, in particolare questo impedisce loro di duplicarsi e far crescere la massa tumorale”, prosegue Facchiano. “Inoltre, abbiamo scoperto che le proteine su cui i polifenoli potrebbero agire sono le stesse su cui agiscono alcuni farmaci antitumorali recentemente sviluppati.

L’ipotesi, su cui sarà necessario effettuare ulteriori studi, è quindi che alcuni composti presenti nelle mele abbiano un effetto preventivo agendo proprio sugli stessi meccanismi che vengono colpiti dai farmaci”. Sapere che un certo tipo di cellula è il bersaglio a cui mirare è importante, ma non è sufficiente. Per avere una visione completa e mettere a punto eventuali terapie è necessario conoscere quali sono i meccanismi molecolari e quali proteine sono coinvolte”, conclude il ricercatore dell’Isa-Cnr.



Asma e rinite in autunno sono più rischiose per gli anziani

 


Asma e rinite in autunno sono più rischiose per gli anziani

Occhi rossi, tosse, starnuti, naso gocciolante: è frequente nella stagione autunnale, trovarsi in questo stato, eppure non è primavera. In realtà l’autunno è una stagione propizia per l’insorgenza di patologie legate alle vie aree, in particolare di natura allergica, ma non solo: a fare la loro comparsa da fine settembre in poi, sono anche altre malattie dell’apparato respiratorio, come asma e rinite, da tenere sotto controllo con la massima attenzione se ad essere colpiti sono bambini o, soprattutto, anziani. In molti casi la colpa è di acari, pollini o sostanze inquinanti, ma non solo.

Asma e rinite riguardano organi differenti per struttura e funzionalità, e per questo sono stati classificati, come tutte le patologie che riguardano le vie aeree, in modo separato. Spesso però si presentano in coppia, ed è comunque stretta la correlazione tra le due malattie. Sono, in estrema sintesi, espressione di uno stato infiammatorio che si propaga dalle vie aeree superiori a quelle inferiori, per questo il loro rapporto è stretto.

Per rinite si intendono l’irritazione e l’infiammazione della mucosa nasale. Se ne distinguono diversi tipi:
– Allergica, stagionale o perenne
– Non allergica
– Vaso motoria
– Farmacologica
– Infettiva, virale o batterica
– Causata da ostruzione o fattori meccanici
– Causata da disturbi ormonali

La rinite allergica, la più comune, è come le altre un processo infiammatorio cronico della mucosa, caratterizzato da ostruzione nasale, starnuti, prurito al naso (a volte anche al palato e alle orecchie).

Per quanto riguarda l’asma invece, si tratta di una patologia infiammatoria cronica delle vie aeree inferiori. È caratterizzata dall’ostruzione dell’albero bronchiale: a causa del processo infiammatorio i bronchi si contraggono, si riempiono di liquido e producono muco in grande quantità, riducendo gli spazi per la circolazione dell’aria. I sintomi più frequenti sono respiro sibilante, difficoltà nella respirazione, senso di costrizione toracica e tosse, in particolare durante la notte o nelle prime ore del mattino.

In autunno abbondano nell’aria diverse sostanze che provocano asma e riniti, in particolare quelle di natura allergica. Influiscono gli ambienti chiusi, che passata la bella stagione frequentiamo maggiormente, e l’umidità, ma anche i pollini tipici del periodo.

In sintesi sono questi gli agenti principali:

– Pollini e muffe: le piante che possono dare allergia in autunno variano, in Italia, da nord a sud, si tratta di specie tipiche del periodo ma, nelle zone con temperature più elevate, anche di varietà estive.

– Acari della polvere: la loro proliferazione avviene principalmente nei mesi di ottobre e novembre, favorita dal clima caldo-umido che si crea in questo periodo negli ambienti chiusi.

– Inquinanti di origine urbana o industriale: l’accensione dei riscaldamenti domestici, specie al Nord, aumenta di molto l’inquinamento atmosferico, con il conseguente rischio di irritazione delle vie respiratorie.

– Nebbie: cominciano a comparire in questo periodo in alcune parti della penisola: le goccioline di cui sono composte si aggregano intorno alle particelle di solfati e nitrati che, una volta inalate, tendono a irritare le vie respiratorie.

I rimedi contro queste patologie

Le terapie, com’è evidente vista la diversa natura delle patologie, cambiano a seconda della malattia. La più efficace è la prevenzione, che tuttavia non è sempre possibile. Per gli attacchi acuti è possibile ricorrere a farmaci in grado di alleviare i sintomi: antistaminici e cortisonici per la rinite, broncodilatatori e cortisonici, spray o a somministrazione orale, per l’asma.

Le patologie respiratorie legate alle allergie aumentano con l’invecchiamento: rinite e asma colpiscono con una certa frequenza gli over 65. L’asma, in particolare, spesso insorge proprio con l’avanzare degli anni, creando problemi per via della necessità di assumere farmaci e aggiungerli ad altre terapie in corso; così è anche per la rinite, che in passato si pensava non potesse insorgere in vecchiaia ma oggi si osserva colpire sempre più questa fascia di età, e in particolare durante l’autunno.

In generale l’impatto sugli over 65 di un problema fisico è più alto rispetto a quanto avviene in altre fasi, e questo vale anche per asma e rinite. Per questo è fondamentale riconoscere il disturbo e rivolgersi subito a un medico, che sappia consigliare la terapia più adatta e meno invasiva possibile.



 


Cosa mangiare durante la stagione fredda?

A tavola non solo per nutrirsi ma anche per curarsi e prevenire i malanni invernali.
Ecco cosa mangiare durante i mesi di freddo invernale.

Alimentazione non vuol dire soltanto mangiare,ma significa anche curarsi, proteggersi, difendersi, volersi bene. Ancor di più per gli anziani che hanno un fisico più delicato e a rischio. L’inverno infatti oltre al bellissimo clima natalizio porta con sè, influenza, raffreddori e malanni di stagione.
La dottoressa nutrizionista Chiara Rega consiglia di evitare diete drastiche, restrittive, con poche calorie e pochi grassi. Queste tipologie sono sconsigliate nei periodi freddi perchè rallentano la capacità di regolare la temperatura corporea.

Poi ancora, evitare o ridurre al minimo il consumo di vino e bevande alcoliche. Dopo una iniziale vasodilatazione che determina sensazione di calore, lasciano in spazio ad una vasocostrizione che induce molto freddo. Bere tanta acqua invece, non è un consiglio valido solo in estate. L’acqua è fondamentale per l’organismo umano. Un corretto livello di idratazione, infatti, riduce il rischio di sviluppare disturbi e malattie (dalle infezioni alle vie urinarie ai calcoli renali) e migliora sia il metabolismo che la salute cardiovascolare.

Per quanto riguarda frutta e verdura, l’ideale sarebbe consumare verdure di stagione come spinaci, cicoria, zucca, rape, carote, broccoli che forniscono sali minerali e vitamine antiossidanti che aiutano a combattere lo stress fisico legato al freddo. Una cosa che non tutti sanno è che la frutta secca è utile per combattere il raffreddore e l’influenza. Noci, mandorle e nocciole sono ottimi alleati durante i mesi freddi perché contengono grassi buoni che aiutano il fisico a reagire e ad avere sempre a disposizione delle energie per i momenti più impegnativi. Meglio se mangiate a metà mattinata o a metà pomeriggio, come merenda.

Inoltre, sempre più studi dimostrano la straordinaria efficacia della vitamina C come antibiotico naturale per le vie respiratorie, per tutto l’apparato digerente e per l’intestino. I kiwi sono i più ricchi, a seguire gli agrumi. Tra le verdure i cavoli ne contengono discrete quantità. Frutti di bosco come mirtilli e lamponi ne contengono sufficientemente. Infine, il melograno ne è molto ricco. Attenzione però, la vitamina C si distrugge a contatto con l’aria, con il calore del fuoco e con la conservazione, per cui la frutta va consumata fresca. Evitate quella già preparata o i succhi di frutta che ne sono privi. Una bella spremuta d’arancia o qualche kiwi la mattina sono un ottimo modo di cominciare la giornata.



 


Castagne: valori nutrizionali, consumo e benefici

Le castagne sono tra i più noti frutti autunnali. Il periodo della loro raccolta comincia a fine settembre ed esse possono essere consumate sia fresche, opportunamente cotte, che essiccate e sotto forma di farina. Ricche di fibre e carboidrati, un tempo erano conosciute come “il pane dei poveri”, perché impiegate anche nella panificazione; sono un alimento molto energetico, ma con un basso indice glicemico.

Il Castagno europeo, è un albero imponente e piuttosto longevo (può arrivare a 25 metri d’altezza e vivere fino a 500 anni) e appartiene alla famiglia delle Fagaceae, come i faggi e le querce. Oltre a quella diffusa nel nostro continente, ne esistono altre specie del Nord America, Cina e Giappone. Il suo frutto, è una noce che matura all’interno di un riccio, spinoso e inizialmente di colore verde. I ricci si trovano sui rami, raggruppati; cadono dall’albero e si aprono nel periodo autunnale, quando le castagne sono mature.

Se si prendono in considerazione le castagne crude, il contenuto calorico è di 165 kcal per 100 g (con l’84% carboidrati, il 7% proteine, il 9% lipidi). Questo frutto, però, viene consumato soltanto cotto, poiché crudo non ha un sapore e una consistenza gradevoli e, soprattutto, potrebbe causare problemi gastrointestinali. I valori nutrizionali cambiano a seconda del tipo di cottura:

  • Arrostite: circa 190 kcal per 100 g;
  • Bollite: circa 120 kcal per 100 g;
  • Essiccate: 287 kcal per 100 g.

100 g di castagne cotte arrosto, inoltre, contengono: 42,4 g di acqua, 41,8 g di carboidrati, 10,7 g di zuccheri, 3,7 g di proteine, 2,4 g di grassi, 0 g di colesterolo. In quelle bollite c’è una maggiore componente acquosa, con minore presenza di grassi e proteine, che invece aumentano quando il frutto viene essiccato.

Essendo un alimento ricco di carboidrati e quindi molto energetico, aiutano a combattere lo stress e la stanchezza che possono accompagnare il cambio di stagione, in autunno. Non bisogna, però, eccedere nel consumo, che è sconsigliato in pazienti sovrappeso e obesi, così come per chi soffre di colite.

Tra le vitamine contenute in questo frutto, le più importanti e abbondanti sono la A, quelle del gruppo (compreso l’acido folico, che le rende adatte al consumo in gravidanza), la C e la D. Per quanto riguarda i minerali, troviamo potassio, fosforo e sodio, che supportano, rispettivamente, i muscoli, le cellule nervose, la digestione, ma anche lo zolfo, che entra in gioco nei processi di ossificazione, il magnesio, il calcio e il cloro.

In virtù della totale assenza di colesterolo e del contenuto di fibra, le castagne possono essere inserite nell’alimentazione di chi soffre di ipercolesterolemia; esse sono inoltre utili per riequilibrare la flora batterica dell’intestino.

Il valore nutrizionale delle castagne è molto simile a quello dei cereali. Per questo motivo, poiché esse sono naturalmente prive di glutine, possono costituire una valida alternativa per chi soffre di celiachia, anche sotto forma di farina e suoi derivati.

La castagne possono essere essiccate e macinate per ottenere la farina, che un tempo era molto utilizzata soprattutto dalla fascia più povera della popolazione: l’albero del castagno era infatti detto “albero del pane”. È impiegata in molte ricette della tradizione, come il castagnaccio o la polenta dolce, ma per via dell’elevato apporto calorico (343 kcal per 100 g) il suo consumo non è adatto a tutti.

Oltre a ricordare che le castagne sono un cibo energetico, quindi non adatto per essere consumato da persone in sovrappeso, obese, o affette da diabete, bisogna sottolineare che le castagne contengono degli allergeni. In particolare, essi possono scatenare delle reazioni crociate, con il lattice e con i pollini di alcune piante, per questo motivo chi soffre di un’allergia alla gomma naturale o ai pollini deve consumare le castagne con molta attenzione, sia che si tratti del frutto, sia della farina e dei suoi derivati.



 


La coppia più longeva del mondo ha 221 anni (in due)

John Henderson e la moglie Charlotte sono entrati di diritto nel Guinnes World Records come gli sposi più longevi al mondo. Ma non per via del prossimo festeggiamento degli 80 anni di matrimonio, quanto perché in due fanno 211 anni: Charlotte ha 105 anni e John ne ha compiuti 106.

I due si sono conosciuti nel 1934 all’università del Texas e da lì iniziò la lunga storia d’amore che li porterà il 15 dicembre a festeggiare 80 anni di matrimonio. Secondo quanto raccontato dalla coppia, per il viaggio di nozze, nel 1939, furono spesi (appena) 7 dollari per affittare una stanza d’hotel. Ai tempi dell’università, Charlotte studiava per diventare insegnante, mentre John era uno sportivo e adesso è il più anziano ex giocatore di football americano vivente.

Entrambi in salute, i due “nonnini” vivono oggi a Longhorn Village, una comunità senior associata a un gruppo di ex studenti dell’università del Texas.

Il segreto della longevità? Secondo John Henderson è “vivere la vita con moderazione e gentilezza verso il proprio coniuge”.



 


Over 65, vaccinarsi è una “mossa vincente”

Della vaccinazione degli adulti si parla ancora poco, nonostante essa sia una “mossa vincente” per gli over 65, non solo per prevenire l’influenza ma anche per tenere lontane altre infezioni rischiose come la polmonite e l’herpes zoster (Fuoco di Sant’Antonio).

“Disinformazione, pregiudizi e luoghi comuni restano i maggiori ostacoli”, sostiene Roberto Bernabei, geriatra presidente di Italia Longeva. “Nemmeno la gratuità dell’offerta vaccinale per gli over 65 basta ad aumentare i livelli di copertura. Una possibile strada per contrastare la disaffezione alla vaccinazione è quella di investire sulla comunicazione ai cittadini: la televisione e i social, per la loro accessibilità e capacità di fare leva sull’aspetto emozionale e sulla forza delle immagini, sono un ottimo mezzo per arrivare dritti alle persone con messaggi positivi e incisivi sulla vaccinazione”.

I numeri delle malattie evitabili con la vaccinazione basterebbero da soli a far comprendere l’importanza dell’immunizzazione. In Italia nelle ultime stagioni influenzali l’eccesso di mortalità direttamente attribuibile all’influenza è stato, in media, di 17mila decessi ogni anno.

“Abbiamo a disposizione uno strumento semplice ed efficace per evitare le morti, che per il 90% riguardano gli anziani, ma serve maggiore consapevolezza da parte dei cittadini su quanto sia importante vaccinarsi a partire dai 65 anni, quando le patologie croniche e la diminuzione delle funzioni del sistema immunitario rendono più vulnerabili alle infezioni”, spiega Paolo Bonanni, ordinario di Igiene all’Università di Firenze e coordinatore scientifico del Calendario per la vita.

“Nel caso della vaccinazione antinfluenzale – continua – le società scientifiche sostengono un abbassamento progressivo dell’età dell’offerta attiva e gratuita, prima a 60 e poi a 50 anni, perché circa 1/5 degli over 50 è già affetto da almeno una malattia cronica. Oltre ai vaccini per difendersi dai tre avversarì più temibili, non vanno dimenticati i richiami per tetano, difterite e pertosse, anch’essi inseriti nel Calendario per la vita”.

Le politiche di immunizzazione dell’adulto ci sono, come la vaccinazione anti-pneumococcica e quella anti-Zoster che, infatti sono state inserite, in regime di gratuità, all’interno del Piano di prevenzione vaccinale 2017-2019. “Tuttavia, la soglia di copertura raccomandata del 75% resta ancora lontana dall’essere raggiunta”, afferma Claudio D’Amario, direttore generale della prevenzione sanitaria del ministero della Salute. “Serve la collaborazione fra tutti gli attori coinvolti per rilanciare l’adesione alla vaccinazione, mettendo in campo una forte azione di sensibilizzazione a tutela della salute di tutti i cittadini”.

Infine, conclude Claudia Cricelli, presidente della Società italiana di medicina generale: “Il nostro contributo non si limita alla vaccinazione antinfluenzale, ma è finalizzato alla realizzazione di una vera e propria presa in carico vaccinale, che parte dalla lotta alla disinformazione, dalla rassicurazione sulla sicurezza dei vaccini e dalla diffusione di una maggiore conoscenza sugli strumenti di prevenzione a disposizione degli over 65”.



 


Il pesce? Toccasana per la mente degli anziani

Gli anziani dovrebbero mangiare più spesso piatti a base di pesce. Infatti, mangiare prodotti ittici almeno una volta a settimana rallenta il declino cognitivo e della velocità di ragionamento.

Lo rivela una ricerca condotta presso la Rush University Medical Center e l’Università di Wageningen in Olanda e pubblicata sulla rivista Neurology. I ricercatori hanno coinvolto 915 anziani di 81,5 anni in media e ne hanno seguito lo stato di salute e la riduzione delle abilità cognitive nel corso di alcuni anni.

All’inizio dello studio, le abilità cognitive (memoria, velocità di ragionamento, senso di orientamento) sono state analizzate in ciascun partecipante. Gli stessi test sono stati poi ripetuti a distanza di cinque anni per vedere se e in che misura gli anziani avevano sofferto di declino cognitivo nel tempo.

Il campione è stato diviso in gruppi a seconda dei livelli settimanali di consumo di pesce, ed è emerso che mangiare pesce almeno una volta a settimana preserva l’anziano dal declino in diverse facoltà tra cui la memoria e la velocità di ragionamento.

Gli effetti protettivi del pesce, ipotizzano i ricercatori, sono mediati dai grassi omega 3 che questa tipologia di alimento contiene (specie pesci come tonno, salmone).



 


Problemi di vista dopo i 50 anni? Ecco come capire se si tratta di maculopatia

Con l’avanzare dell’età possono insorgere disturbi fisici di varia natura, alcuni dei quali coinvolgono la salute degli occhi. Tra questi rientra la maculopatia degenerativa senile, una problematica della vista che si sviluppa nella macula compromettendo così la capacità di vedere correttamente. Questo tipo di maculopatia, in Italia, colpisce circa un milione di individui over 50 e, nei casi più gravi, può condurre alla cecità.

La macula è il punto dell’occhio che permette alla luce di essere “registrata” e trasformata in immagini: nello specifico, si tratta della zona centrale della retina, dove i fotorecettori, coni e bastoncelli, si occupano della trasmissione degli impulsi. Le patologie che la colpiscono causano un danneggiamento della visione centrale dell’occhio.

Le maculopatie possono essere conseguenza di altre patologie della vista che si aggravano fino a compromettere la macula (dette maculopatie “acquisite”), o possono invece avere natura genetica.
Le principali tipologie individuate sono:

– maculopatie ereditarie, tra cui la distrofia maculare giovanile, la distrofia vitelliforme, la distrofia maculare pseudo-infiammatoria di Sorsby, la distrofia maculare North Carolina, la distrofia maculare tipo Butterfly e l’edema maculare cistoide dominante;

– maculopatie acquisite, ovvero la maculopatia miopica, l’edema maculare cistoide, maculopatia diabetica, il foro maculare idiopatico e la maculopatia degenerativa legata all’età

Detto cio, è importante evidenziare in particolare l’incidenza delle maculopatie acquisite a seguito di problemi di salute abbastanza frequenti: ad esempio l’edema maculare cistoide può essere una complicanza dei danni che un’esposizione al sole troppo intensiva provoca agli occhi. La maculopatia miopica, poi, si presenta come conseguenza della miopia patologica, a sua volta caratterizzata da un aumento della lunghezza assiale dell’occhio superiore a 26 mm e da una miopia superiore alle 6 diottrie, che si aggrava fino a danneggiare la macula stessa. La maculopatia diabetica è invece la più grave complicazione della retinopatia diabetica, patologia degenerativa legata al diabete mal compensato.

La maculopatia degenerativa senile è la più frequente tra quelle acquisite e insorge generalmente dopo i 50 anni. Ne esistono due forme, secca ed essudativa.

La maculopatia secca (o atrofica) è la più frequente: si considera che colpisca circa l’80% delle persone affette dalla patologia (dati ISS). È legata proprio all’assottigliamento della retina che avviene con l’avanzare dell’età: le cellule vive smettono di funzionare, e pian piano scompaiono. La retina diventa così sottile da non riuscire più a svolgere le proprie funzioni e si atrofizza (da qui il nome atrofica), causando la compromissione della macula.
I sintomi che possono far presagire la presenza di maculopatia secca sono principalmente: affaticamento nella lettura, con visione di alcune lettere sfocate; presenza di scotomi, aree scure o vuote al centro del campo visivo; metamorfopsie, ovvero la visione distorta o spezzata di linee dritte. Circa nel 10%-15% dei casi (dati ISS), la maculopatia secca può trasformarsi nella forma umida.

La maculopatia umida (o essudativa) è la meno frequente, ma anche la più invalidante: è la conseguenza della formazione di vasi sanguigni anomali(i cosiddetti neovasi), che si sviluppano a partire dalla membrana più interna dell’occhio e crescono al centro della retina. I neovasi sono molto sottili e proprio per questo possono rompersi: il sangue può quindi essudare e compromettere la macula, danneggiando la vista. Il calo della vista è tempestivo e il soggetto percepisce le immagini ondulate o distorte, con vuoti nelle aree centrali dell’area visiva.

In generale, il sintomo che caratterizza la maculopatia è proprio la perdita della visione centrale, infatti, essendo coinvolta la macula, al centro della retina, potranno apparire chiari ad esempio i contorni di un viso, ma non i tratti del volto, o la sagoma dell’orologio, ma non la posizione delle lancette. Per comprendere se sta insorgendo una maculopatia degenerativa senile, è indispensabile effettuare alcuni esami di controllo.

Nella prima visita, il medico farà un check oculistico completo, una valutazione del segmento anteriore dell’occhio e un esame del fondo dell’occhio per vedere lo stato della retina. Se da questo controllo iniziale si evidenziano delle problematiche, si proseguirà con test specifici di approfondimento.

Esiste inoltre un test di autovalutazione che può essere utile per rendersi conto se si stanno sviluppando problematiche retiniche: si tratta del Test di Amsler, costituito da un riquadro contenente un pallino nero che deve essere osservato secondo indicazioni specifiche.

Purtroppo, non esiste una vera e propria cura per fronteggiare questa problematica: essendo una condizione generativa, è importante fare il possibile per limitare i danni e rallentarne il decorso. In particolare, è possibile intervenire sulla tipologia essudativa, per esempio: con cure farmacologiche dedicate ai vasi sanguigni anomali che provocano il sanguinamento; con terapie fotodinamiche nelle quali si utilizza un raggio laser per stimolare i vasi sanguinanti alla ricezione del farmaco che poi renderà possibile la loro chiusura.

Si consiglia, inoltre, una particolare attenzione alle persone che dopo i 50 anni soffrono di patologie come diabete, disturbi legati alla circolazione e miopie elevate. Inoltre, la salute degli occhi passa dal controllo della pressione sanguigna, da una sana alimentazione e dall’esercizio fisico costante, che permette di mantenere il corpo in un buono stato generale.



 


Praticare nuoto da anziani: tutti i benefici psico-fisici che ne derivano

Da parecchi anni le più accreditate accademie scientifiche internazionali raccomandano la pratica regolare di un’attività sportiva a tutte le età.

Per l’anziano in particolare è auspicabile uno stile di vita in cui lo sport abbia un ruolo significativo per contribuire a combattere i naturali processi fisiologici di invecchiamento e parte dei più comuni e quasi ineluttabili stati patologici della vecchiaia come osteoporosi ed artrosi.

L’attività motoria, diventa una buona terapia per prevenire il decadimento della forza muscolare, infatti oggi è ampiamente dimostrato che la forza è in qualche modo “allenabile “ anche a 80 anni. Anche il mantenimento dell’articolarità e l’elasticità dei muscoli e dei tendini sono garantiti dall’attività fisica. Inoltre, soggetti affetti da malattie diffuse come diabete, ipertensione, disturbi del metabolismo dei grassi, alcune cardiopatie, alcune malattie respiratorie, osteoporosi, osteoartrosi e perfino la depressione traggono beneficio dallo sport con rilevanti risultati.

Le regole importanti per un buon approccio all’attività sportiva nell’anziano sono:

– eseguire periodicamente degli accurati controlli medici specialistici

– alimentarsi adeguatamente con una dieta ricca e completa come quella “ mediterranea “

– praticare sport in gruppo e socializzanti

– mantenere la regolarità di una frequenza di almeno 3 volte la settimana per sedute di allenamento di almeno 1 ora con una discreta intensità di impegno

– dormire sufficientemente

In particolare il nuoto è tra le discipline più scelte dagli anziani ed è praticato dal 25% dei soggetti di quella fascia di età che fanno sport.

I vantaggi ed i benefici indotti dal nuoto sono molteplici. Nelle malattie dell’apparato muscolo-scheletrico (rigidità, osteoporosi, osteoartrosi) consente di superare adeguati carichi di allenamento proteggendo le giunture e la colonna vertebrale grazie all’esercizio in assenza di gravità dovuto al galleggiamento nell’acqua ed alla protezione che il fluido stesso determina intorno al corpo del soggetto. Inoltre, il movimento regolare e ritmico del collo, delle braccia e degli arti inferiori in immersione diventa un vero toccasana per migliorare gli stati di rigidità.

Molti esercizi e certi gradi di allenamento che diversamente non si potrebbero mantenere per il sovraccarico determinato in condizioni di gravità, risultano invece possibili in acqua. La coordinazione del movimento ritmato combinata con un corretta respirazione non trovano paragoni in altri sport e da un grande beneficio agli apparati respiratorio e cardiovascolare. Il tipo di esercizio eseguito (definito aerobico) dà notevoli effetti benefici al sistema cardio-respiratorio, ma anche sul metabolismo dei grassi e degli zuccheri: ecco quindi l’indicazione per soggetti ipertesi, per quelli con tassi di trigliceridi e di colesterolo elevati e per i diabetici.

Poi ancora, l’acqua esercita sul corpo in movimento una pressione ed un massaggio che migliorano il tono della pelle e producono notevoli effetti benefici sia sulla macrocircolazione (patologie delle arterie e delle vene), sia sul microcircolo e quindi su tutti i tessuti.

Invece l’esercizio del tuffo nell’acqua anche semplicemente dal bordo vasca, risulta essere un buon allenamento per controllare l’equilibrio e per prevenire le cadute.

Infine, non si deve dimenticare anche gli effetti benéfici dell’ambiente caldo umido della piscina per i soggetti affetti da asma.



Progettati “pantaloni” anti-cadute per gli anziani

 


Progettati “pantaloni” anti-cadute per gli anziani

Novità in arrivo dal programma di ricerca italo-americana: dei pantaloni tecnologici per ‘tenere in piedi‘ gli anziani. L’obiettivo è contrastare l’instabilità, cioè la prima causa di cadute fra gli anziani che aumenta il rischio di fratture, disabilità e costi sanitari correlati. L’invecchiamento fisiologico modifica, infatti, il controllo muscolare e la percezione del corpo nello spazio, condizionando la postura e la stabilità durante la marcia.

La prevenzione delle cadute è uno degli obiettivi delle politiche sociosanitarie per la promozione dell’invecchiamento attivo, per questo motivo, il ministero degli Affari esteri ha finanziato l’università di Padova in collaborazione con la Harvard Medical School per il progetto “Prevenzione delle cadute nella popolazione anziana”. L’obiettivo è quello di rispondere a questa necessità, sviluppando un innovativo controllore neuromuscolare integrato in esoscheletro soft (un robot morbido indossabile) per gli arti inferiori, con integrazione di biosegnali muscolari e cerebrali per ridurre l’instabilità della marcia.

Il progetto di ricerca vedrà appunto la collaborazione di due gruppi: l’Harvard University, ideatore dell’attuale prototipo di “exosuit” (i pantaloni anticaduta), con esperienza nell’analisi del cammino e segnale muscolare, e l’università degli Studi di Padova, dove è forte il campo dell’analisi dei segnali cerebrali, dell’analisi del movimento e dei software intelligenti per la robotica, già applicati a un progetto europeo tuttora in corso. “Il programma si articola in due fasi consecutive – spiega Alessandra Del Felice del Dipartimento di Neuroscienze UniPd – Acquisiremo nel laboratorio di analisi del movimento, unità di Riabilitazione, la cinematica articolare in soggetti anziani sani, cioè le modalità del cammino di ciascun individuo, associate all’attività cerebrale e muscolare. Potremo così mappare il controllo del cammino e utilizzare queste informazioni per controllare un dispositivo innovativo per la prevenzione delle cadute nell’anziano. Il Laboratorio di Harvard ha infatti prodotto un esoscheletro morbido che si configura come un capo di abbigliamento, dei pantaloni nello specifico, nel quale sono integrati dei piccoli motori meccanici che possono supportare il movimento”.

Prosegue l’esperta: “Nel nostro caso, nella seconda parte del progetto i segnali cerebrali e muscolari saranno integrati nell’esoscheletro morbido che, individuando dei segni di instabilità, invieranno un segnale a questi attuatori per prevenire la caduta. La collaborazione tra Padova e Stati Uniti porterà allo sviluppo e alla potenziale commercializzazione di una strumentazione con un ampio mercato, rinforzando la collaborazione stessa tra queste due università di spicco”.