vasi sanguigni

 


Nuovi vasi sanguigni per rallentare la perdita di massa muscolare

Per contrastare l’imparziale capacità di resistenza fisica, tipica dell’invecchiamento, alcuni ricercatori del Massachusetts Institute of Technology di Boston (USA) sono riusciti a promuovere la crescita di nuovi vasi sanguigni in un gruppo di topi anziani. Lo studio si inserisce in un filone di ricerca che dura da oltre vent’anni, guidato, tra gli altri, da Leonard Guarente.

In quest’ultimo studio, il team si è concentrato sul ruolo di una particolare classe di proteine, le sirtuine, nelle cellule che rivestono l’interno dei vasi sanguigni. Gli studiosi hanno eseguito gli studi su un gruppo di roditori di 6 mesi, cancellando il gene SIRT1 che codifica la sirtuina, notando così che la densità capillare delle cavie era ridotta e che essi non erano in grado di correre come gli animali loro coetanei su cui non erano intervenuti.

Successivamente, è stato studiato cosa accade nei topi dai 18 ai 32 mesi (paragonabili agli 80 anni nel genere umano) aumentando i livelli di sirtuina. Per fare ciò, è stato somministrato loro per due mesi un attivatore di queste proteine, il sulfido di idrogeno, e un composto naturale chiamato NMN che attiva il gene SIRT1 e i cui livelli, in genere, si riducono con l’avanzare dell’età. Al termine dell’esperimento, la densità capillare dei topi era ai livelli di quella dei roditori più giovani con le cavie che, inoltre, beneficiavano di un miglioramento della loro capacità di resistenza dal 56% all’80%.

Come ha spiegato il biologo americano “invecchiando il numero di vasi sanguigni decresce, e così si riduce la loro capacità di portare nutrienti e ossigeno ai tessuti, come i muscoli, contribuendo al loro declino”. Nel corso della ricerca invece, l’attività di SIRT1 nelle cellule endoteliali si è rivelata essenziale per veicolare gli effetti dell’esercizio fisico che nei giovani topi stimola la crescita di nuovi vasi sanguigni e rinforza i muscoli.

Se i risultati ottenuti verranno confermati anche dai test eseguiti sull’uomo, vorrebbe dire che l’attività fisica – specialmente l’utilizzo di pesi – è in grado di far recuperare massa muscolare agli anziani.



diabete

 


Una dieta ricca di fibre per combattere il diabete

Una dieta ricca di fibre potrebbe aiutare a contrastare il diabete di tipo 2. Ad affermarlo è uno studio pubblicato sulla rivista Science da diversi scienziati cinesi dell’Università Jiao Tong di Shanghai (Cina) e della Rutgers University di New Brunswick (Usa), coordinati da Liping Zhao. Essi sostengono infatti come l’assunzione di queste sostanze favorisca la proliferazione di 15 batteri intestinali che aiutano a tenere sotto controllo i livelli di glicemia e lipidi, gettando quindi delle potenziali basi per il trattamento dei pazienti diabetici.

I ricercatori hanno sottoposto all’indagine due gruppi di soggetti affetti da diabete di tipo 2, dando ai primi delle comuni raccomandazioni dietetiche e sanitarie, mentre i secondi sono stati invitati a seguire una dieta ricca di diverse fibre che comprendeva cereali integrali e cibi medicinali della tradizione cinese, che contengono prebiotici – sostanze che stimolano la crescita dei batteri intestinali che producono acidi grassi a catena corta. A tutti è stato detto di assumere il farmaco acarbosio, per regolare il livello di glucosio nel sangue.

Dopo 12 settimane, i membri del secondo gruppo avevano perso complessivamente più peso rispetto agli altri, i loro livelli di glicemia a digiuno erano diminuiti e hanno mostrato una riduzione maggiore dell’emoglobina glicata – che misura la concentrazione plasmatica media del glucosio negli ultimi tre mesi.

Fra gli oltre 140 ceppi di batteri intestinali, il consumo di fibre ne ha stimolato soltanto 15, facendoli diventare quelli dominanti e aiutando a rafforzare la formazione di due acidi grassi, l’acetato e il butirrato. Essi hanno creato un ambiente intestinale moderatamente acido, riducendo così la proliferazione dei batteri dannosi e aumentando la produzione di insulina. Gli scienziati hanno quindi concluso che la creazione di un microbiota intestinale sano potrebbe rappresentare un nuovo ed efficace approccio per gestire il diabete 2.



cervello

 


Meno calorie fanno bene al cervello

Un’alimentazione povera di grassi e un apporto calorico ridotto potrebbero rallentare l’invecchiamento del cervello. Questa è la conclusione a cui sono giunti alcuni ricercatori di un’università olandese in uno studio pubblicato sulla rivista Frontiers in Molecular Neuroscience, secondo cui questo regime alimentare sarebbe in grado di prevenire l’infiammazione delle cellule cerebrali immunitarie, dette microglia, tipica dell’età avanzata.

Il coordinatore dello studio Bart J. L. Eggen ha osservato come l’obesità e l’invecchiamento sono in crescita in tutto il mondo; pertanto, lo studio da lui diretto è stato volto al fine di comprendere se una dieta a basso o elevato contenuto di grassi, insieme ad una regolare attività fisica e restrizione alimentare, avesse qualche effetto sull’invecchiamento delle cellule della microglia (che si occupano della principale difesa immunitaria attiva nel sistema nervoso centrale) nei topi. I ricercatori hanno infatti esaminato l’influenza di queste diete sull’infiammazione delle cellule di una particolare area del cervello, l’ipotalamo, nei roditori di 6 mesi. Hanno inoltre sottoposto dei topi di 2 anni ai due tipi di regime alimentare, facendo svolgere esercizio fisico (presenza di una ruota) ad alcuni, o una riduzione del 40{5e7528207bbabd3d97c131453c4493725b8ac512835c5dbaca13fa301ec2884e} delle calorie assunte quotidianamente.

Al termine dell’esperimento è emerso che il cervello dei topi a cui era stata imposta una dieta con limitato contenuto di calorie e grassi era più giovane di quello degli altri. Il dottor Eggen ha sottolineato come sia fondamentale combinare un ridotto apporto calorico con una dieta povera di grassi, in quanto quest’ultima, da sola, non è sufficiente.

Questo regime alimentare, secondo alcuni studi, sarebbe anche più efficace dell’attività fisica – mentre invece secondo altri mantenersi attivi aiuta a contrastare diverse malattie. I ricercatori hanno affermato che serviranno ulteriori indagini per confermare i risultati, ma che quest’indagine presenta comunque dei dati molto importanti. Lo scienziato ha infatti concluso che “solo quando il contenuto di grassi e l’apporto calorico sono limitati è possibile prevenire i cambiamenti indotti dall’invecchiamento nelle cellule della microglia”.



cuore

 


Mangiare troppa liquirizia può danneggiare il cuore

Golosi di liquirizia state all’erta: un consumo eccessivo può mandare in tilt il ritmo del cuore. A lanciare l’avvertimento è l’FDA, Food and Drug Administration, l’ente statunitense che si occupa della regolamentazione nei settori alimentare e farmaceutico.

Sebbene gli esperti consiglino di non fare un’overdose di liquirizia indipendentemente dall’età, a prestare maggiore attenzione dovrebbero essere gli over 40: il consumo di 57 grammi di liquirizia al giorno per almeno due settimane potrebbe addirittura costringerli a cure sanitarie. In caso di aritmia e debolezza muscolare, è consigliato fermare l’assunzione di liquirizia e rivolgersi ad un medico; se si assumono altri farmaci, consultare uno specialista in merito a possibili interazioni tra i dolciumi che contengono liquirizia e i medicinali o supplementi vari.

A rendere così “pericolosa” la liquirizia sarebbe la glicirrizina, il dolcificante contenuto nella radice che farebbe diminuire i livelli di potassio nell’organismo. Quando accade ciò, si potrebbero verificare alterazione del ritmo cardiaco, pressione alta, edema, letargia o scompenso cardiaco. In questi casi, basta sospendere il consumo di liquirizia per far rientrare i livelli di potassio nella norma ed evitare qualunque problema di salute.



paura

 


Chi dorme meglio è meno propenso a provare paura

Un sonno di buona qualità potrebbe scacciare la paura. Ad affermarlo è un’indagine pubblicata sulla rivista JNeurosci dagli scienziati della Rutgers University di Newark (Usa), secondo cui le persone che riposano bene sono meno esposte al rischio di sperimentare emozioni come spavento o timore. Potrebbe inoltre esserci un collegamento tra le caratteristiche individuali del sonno e il disturbo post-traumatico da stress (Ptsd).

Le persone affette da Ptsd sono soggette a disturbi del sonno ma, nonostante sia stato già indagato in passato il rapporto tra le notti di sonno e la conservazione di ricordi paurosi già consolidati, pochissimi studi avevano fatto una verifica sulle normali abitudini notturne.

Durante la ricerca, gli scienziati hanno chiesto a persone di entrambi i sessi di monitorare il loro sonno attraverso l’uso di fasce così da analizzare le onde cerebrali. Successivamente gli studenti sono stati sottoposti a un esperimento di neuroimaging, volto a far apprendere la paura, in cui veniva mostrata un’immagine neutra a cui era associata una leggera scossa elettrica.

Al termine dell’indagine è emerso che i giovani che dormivano meglio, specialmente quelli che trascorrevano più tempo nella fase Rem – quella in cui si sogna – erano meno propensi a sperimentare timore. Secondo gli studiosi la spiegazione di tutto si troverebbe nel sonno Rem capace di ridurre i livelli cerebrali di un neurotrasmettitore chiamato norepinefrina e di diminuire quindi la suscettibilità agli stimoli paurosi.
In pratica chi dorme meglio sarà più propenso a non lasciarsi sopraffare dal timore.



menopausa

 


Menopausa e mal di schiena: esiste un collegamento?

Il calo degli estrogeni, tipico della menopausa, potrebbe essere un fattore di rischio nella degenerazione dei dischi invertebrali lombari.
E’ quanto concludono alcuni ricercatori cinesi in uno studio pubblicato sulla rivista scientifica della North American Menopause Society.
Per verificare queste ipotesi il team ha sottoposto oltre 1500 donne e circa 1380 uomini a risonanza magnetica.

Il gruppo di controllo ha evidenziato come, in età avanzata, tanto gli uomini quanto le donne andassero incontro a questa degenerazione dei dischi della colonna vertebrale. In età meno avanzate, gli uomini erano invece più soggetti rispetto alle donne loro coetanee. Tuttavia, è stato evidenziato come le donne in pre- o perimenopausa, e specialmente nei primi 15 anni dall’uscita dal periodo fertile, abbiano una maggiore tendenza a sviluppare una notevole degenerazione discale, in confronto agli uomini della stessa età.

Gli autori sostengono dunque il collegamento tra il calo degli estrogeni e la degenerazione dei dischi, così come una terapia ormonale per contrastare i possibili danni alla colonna vertebrale. Sono comunque necessarie ulteriori ricerche per capire se effettivamente sia la menopausa oppure l’età a giocare un ruolo maggiore nella degenerazione della spina dorsale.



stress

 


Lo stress può indebolire il sistema immunitario

È comune notare come, in periodi particolarmente stressanti, le persone tendano ad ammalarsi più facilmente. Ma come mai? Una riposta al quesito può essere trovata in uno studio pubblicato sulla rivista Journal of Leukocyte Biology da alcuni ricercatori statunitensi. Il team ha infatti spiegato come un recettore dello stress, noto come fattore di rilascio della corticotropina (Crf1), potrebbe influire sul modo in cui un particolare tipo di cellule immunitarie – i mastociti – difendono il nostro corpo, condizionando così il modo in cui questi reagiscono agli allergeni.

Gli scienziati hanno sottoposto a situazioni stressanti – allergiche e psicologiche – due gruppi di topi: i membri del primo erano normali, mentre gli altri avevano mastociti privi di Crf1. Lo studio ha mostrato come i roditori normali presentassero livelli elevati di istamina, una sostanza che aiuta ad eliminare gli allergeni ma che può causare gravi reazioni allergiche – come shock e problemi respiratori – se prodotta in grandi quantità, e avevano più probabilità di contrarre malattie, al contrario del secondo gruppo che, con bassi livelli di istamina, era più in salute e maggiormente protetta da entrambi i tipi di stress (rispettivamente col 54{5e7528207bbabd3d97c131453c4493725b8ac512835c5dbaca13fa301ec2884e} e il 63{5e7528207bbabd3d97c131453c4493725b8ac512835c5dbaca13fa301ec2884e} di probabilità in meno di ammalarsi rispetto agli altri topi che possedevano il recettore).

Il dottor Moeser – direttore della ricerca – ha spiegato che i mastociti si attivano in condizioni di stress; quando ciò accade, il fattore Crf1 inizia a rilasciare sostanze chimiche che possono provocare infiammazioni o allergie, quali ad esempio malattie autoimmuni come il lupus o l’asma.
La conclusione a cui è giunto il team di scienziati conferma ancora una volta l’influenza dello stress sul legame mente-corpo, esponendo a un maggiore rischio di ammalarsi, e rappresenta un ulteriore passo in avanti del perché di tutto ciò, fornendo un nuove soluzioni alle terapie che hanno l’obiettivo di migliorare il livello della vita di persone con patologie collegate allo stress.

È bene sottolineare che le conseguenze dello stress si avvertono in maniera maggiore nella terza età, dove l’organismo è più debole e di conseguenza  maggiormente soggetto allo sviluppo di patologie. Il consiglio per tutti è cercare di vivere serenamente allontanando quanto più possibile le fonti di stress e nervosismo.



alzheimer

 


Il colesterolo alto diminuisce il pericolo di sviluppare l’Alzheimer: è possibile?

Con l’età che avanza, il rischio di essere affetti da malattie neurodegenerative come l’Alzheimer aumenta. Tuttavia, sembrerebbe che gli anziani che soffrono di ipercolesterolemia siano meno esposti al pericolo di declino cognitivo.

Attraverso l’analisi di uno studio iniziato nel lontano 1948, due ricercatori di un istituto di medicina di New York (USA), Jeremy M. Silverman e James Schmeidler, hanno evidenziato come gli individui di età compresa tra gli 85 e i 94 anni con buone funzionalità cognitive che soffrono di colesterolo alto corrano un rischio notevolmente inferiore di essere colpiti da declino cognitivo negli anni successivi rispetto agli appartenenti alla stessa categoria ma di età inferiore, tra i 75 e gli 84 anni.

Ciò non significa, chiaramente, che le persone in età avanzata dovrebbero far accrescere il loro livello di colesterolo per prevenire la demenza. Tuttavia, i soggetti che presentano valori alti di colesterolo potrebbero aver sviluppato un fattore protettivo che, se individuati e studiati, sarebbero utili nella ricerca di cure e farmaci contro l’Alzheimer.

Lo studio ha permesso di evidenziare infine un parallelismo col modello del “sopravvissuto protetto”: gli individui in età molto avanzata con buone capacità cognitive che presentano elevati livelli di alcuni fattori di rischio possiedono fattori protettivi maggiori rispetto a quelli con meno rischi.



vitamine

 


L’invecchiamento e il rischio di riduzione delle vitamine

La metà degli individui oltre i 65 anni presenta una carenza di vitamina D; un quarto non possiede abbastanza vitamina B12 nel sangue. Ciò è emerso dallo studio di alcuni ricercatori di Norimberga (Germania), i quali hanno evidenziato come parte della popolazione over 65 mostri un deficit di questi micronutrienti.

Utilizzando i dati dell’indagine “Kora”, che per 30 anni ha monitorato la salute di migliaia di cittadini tedeschi, gli studiosi hanno esaminato i campionati ematici di quasi 1.100 anziani di età compresa tra i 65 e i 93 anni. Hanno così scoperto come la maggior parte dei volontari mostrasse livelli troppo bassi di vitamina D e vitamina B12, ma anche di ferro e acido folico (rispettivamente l’11 e il 9{5e7528207bbabd3d97c131453c4493725b8ac512835c5dbaca13fa301ec2884e} degli individui esaminati).

Gli autori della ricerca hanno spiegato come lo studio abbia confermato la situazione critica dell’ultima indagine nazionale tedesca sulla nutrizione, la quale ha appunto mostrato la carenza di assunzione di micronutrienti. Si tratta di risultati importanti, soprattutto considerando l’aumento dell’invecchiamento all’interno della popolazione.



yogurt

 


Basta uno yogurt a proteggere il cuore

Tra gli alimenti utili al nostro organismo, lo yogurt potrebbe essere un valido alleato per la prevenzione delle malattie cardiovascolari. Ciò sarebbe possibile, secondo alcune ipotesi, grazie alla sua appartenenza alla categoria dei latticini fermentati (i quali sembrerebbero avere appunto un’azione benefica).

Ancora una volta, è stato uno studio americano ad evidenziare questo dato.
Stando a quanto pubblicato sulla rivista American Journal of Hypertension, il consumo di due o tre vasetti la settimana di yogurt apporterebbe, nel lungo termine, numerosi benefici. La ricerca è stata condotta su 55.000 donne di età compresa tra i 30 e i 55 anni e 18.000 uomini con età tra i 40 e i 75 anni. I soggetti sono stati monitorati per circa 30 anni, al termine dei quali è emersa una diminuzione del rischio di infarto al miocardio del 30{5e7528207bbabd3d97c131453c4493725b8ac512835c5dbaca13fa301ec2884e} nelle donne e del 19{5e7528207bbabd3d97c131453c4493725b8ac512835c5dbaca13fa301ec2884e} tra gli uomini. Considerevole anche la riduzione del rischio di ictus, pari al 20{5e7528207bbabd3d97c131453c4493725b8ac512835c5dbaca13fa301ec2884e}.

Cifre notevoli, che mostrano come sia fondamentale prendersi cura del cuore anche attraverso un’alimentazione sana, varia ed equilibrata. Senza rinunciare al gusto.