lenticchie

 


Lenticchie: ecco i motivi per cui è bene mangiarle

Lo abbiamo sentito dire tante volte, mangiare le lenticchie fa bene.
Questo importante legume infatti rappresenta una buona fonte di proteine e di carboidrati complessi, è molto ricco di ferro, fosforo e vitamine e ha buone proprietà antiossidanti perché ricco di flavonoidi e niacina.

A tutto questo, oggi aggiungiamo anche la loro capacità di diminuire il livello di glucosio nel sangue.
Ad affermarlo uno studio pubblicato sulla rivista The Journal of Nutrition, dai ricercatori dell’Università di Guelph (Canada), che rivela che il consumo di lenticchie al posto del riso o delle patate potrebbe diminuire di oltre il 20% la presenza di zuccheri nel flusso sanguigno.

Per giungere a queste conclusioni, gli scienziati canadesi hanno chiesto a 24 adulti sani di consumare piatti solo di patate, solo di riso e piatti misti, di patate e lenticchie, e riso e lenticchie.
Al termine della sperimentazione, è emerso che in tutti i casi in cui le patate o il riso erano stati sostituiti da metà porzione da diversi tipi di lenticchie, i livelli di zucchero nel sangue dei partecipanti era significativamente più basso. Nello specifico, il consumo del legume al posto di metà piatto di riso aveva ridotto i livelli di glucosio ematico fino al 20%, mentre la sostituzione delle patate con le lenticchie aveva prodotto un calo ancor più rilevante, pari al 35%.

Secondo gli esperti questi risultati sarebbero dovuti al fatto che i legumi possono rallentare l’assorbimento e il rilascio nel flusso sanguigno degli zuccheri presenti negli amidi, riducendo così i livelli di glucosio nel sangue cosa non da poco visto che con il tempo avere alti livelli di glucosio nel sangue può portare ad una cattiva gestione della glicemia, che rappresenta l’elemento caratteristico del diabete di tipo due.

In definitiva volete che la vostra alimentazione sia sana? Prevedete abbondanti scorpacciate di lenticchie.
Il consiglio vale ancor di più per chi vive l’età d’argento.



donne

 


Uomini e donne, opposti anche nella felicità

Un recente sondaggio del Sistema Sanitario Nazionale Inglese ha rivelato una curiosa e scomoda verità, le donne iniziano ad essere felici dopo gli 85 anni – soprattutto se sono vedove, single o divorziate – invece gli uomini invecchiando affievoliscono il loro buonumore.

Secondo Kate Lovett, docente del Royal College of Psychiatrists, le donne generalmente sono meno felici degli uomini durante l’arco della vita matrimoniale perché si sentono gravate da maggiori responsabilità familiari e per questo durante  la vecchiaia, quando i figli sono ormai grandi e la pressione familiare, domestica e lavorativa diminuisce, recuperano il buonumore, mentre gli acciacchi dell’età fanno sentire il cosiddetto “sesso forte” più vulnerabile e chi ha più di 85 anni ed divorziato, vedovo o solo, è più facile che sviluppi sindromi depressive.

La ricerca ha raccolto l’esperienza di ottomila persone rivelando che tra i 16 e i 24 anni il 28% delle donne soffrono di ansia, depressione e disturbi del sonno rispetto al 16% degli uomini.
Le cose migliorano leggermente con il passare degli anni e tra i 45 e i 54 anni, durante la menopausa, ne soffre circa il 24% delle donne, dato che si riduce progressivamente, fino ad arrivare intorno al 14% dopo gli 85 anni.

Le donne cominciano troppo tardi a rilassarsi e godersi la vita e gli uomini si dimenticano che in ogni momento vale la pena essere felici anche e soprattutto con se stessi, prima ancora che con qualcuno accanto che riempi i loro spazi vuoti.

Almeno in tema di felicità uomini e donne dovrebbero sincronizzare gli orologi biologici e sentirsi complici, purtroppo però a quanto pare le cose stanno diversamente.



depressione

 


Smettere di guidare aumenta il rischio di depressione

Con l’invecchiamento, quando le funzioni cognitive e fisiche cominciano a declinare, risulta inevitabile smettere di guidare.

Questo evento non è da sottovalutare e da quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Journal of the American Geriatrics Society, da un team di ricercatori americani guidato da Guohua Li, professore di epidemiologia presso la Columbia University di New York, potrebbe nuocere alla salute e aumentare il rischio di depressione.

Dopo aver esaminato lo stato di salute di numerosi automobilisti di età pari o superiore a cinquantacinque anni i ricercatori hanno scoperto che smettere di guidare aveva prodotto in loro un declino fisico e cognitivo ed aveva finito per complicare i loro rapporti interpersonali.

La rinuncia all’auto aveva aumentato le probabilità che gli anziani venissero ricoverati presso strutture assistenziali a lungo termine incrementando cosi il rischio di mortalità.

Smettere di guidare può influenzare negativamente lo stato d’animo dell’anziano che si vede privato di un elemento fondamentale della vita quotidiana e di un mezzo indicatore di un forte autocontrollo, libertà personale e indipendenza.

La famiglia è fondamentale in questa fase e deve attuare una serie di accorgimenti per ridurre la necessità di guidare nell’anziano, ad esempio fargli visita regolarmente, portare la spesa, fargli un po’ di compagnia e aiutarlo nelle sue necessità.

Molto importante inoltre la presenza di un buon trasporto pubblico per ottenere generi alimentari, per farsi visitare dal medico, partecipare ad eventi sociali e svolgere le normali attività.

Quando arriva il momento è quindi importante ideare piani personalizzati per restare attivi e mantenere i rapporti sociali.



Demenza

 


Demenza, evitabile con approcci preventivi

Può accadere che tutto quello che si è acquisito nel corso della propria vita, cominci a poco a poco a perdersi all’interno della nostra memoria e gradualmente ci si dimentica di cosa fare, di cosa si conosce e perfino chi si è. Tutto questo è quello che i medici chiamano demenza.

La demenza senile è un problema che affligge oggi circa 47 milioni di persone in tutto il mondo e che potrebbe colpire 66 milioni di soggetti entro il 2030. Allarme che ha portato ad una grande attenzione sullo sviluppo di farmaci capaci di prevenire tale patologia.

Esistono fattori, soprattutto genetici purtroppo immodificabili, su tutti gli altri di contro è possibile intervenire, riducendo quindi le probabilità di sviluppare un quadro di demenza o ritardarne l’insorgenza.
Un importante studio pubblicato sulla rivista The Lancet dal gruppo di ricerca “Lancet Commission on Dementia Prevention and Care”, costituito da 24 esperti internazionali, evidenzia come un terzo dei casi di demenza risulta evitabile riducendo i principali fattori di rischio.

I ricercatori hanno identificato alcuni approcci preventivi che potrebbero ridurre del 20% l’incidenza della demenza: aumentare il grado di istruzione in giovane età, affrontare la perdita dell’udito, l’ipertensione e l’obesità durante la mezz’età.

Inoltre, smettere di fumare, curare la depressione, aumentare l’attività fisica, incrementare i rapporti sociali e gestire il diabete in età avanzata potrebbero diminuire di un ulteriore 15% l’incidenza del declino cognitivo.
L’efficacia della riduzione di questi fattori di rischio è più grande dell’effetto presunto degli attuali farmaci sperimentali.

Tale limitazione insieme ad uno stile di vita appropriato può ridurre addirittura di un terzo il carico globale di demenza.



Longevità

 


Longevità: è l’attività fisica il segreto

Attività fisica non è sinonimo solo di bellezza ma essenzialmente di salute, la più importante delle condizioni per l’uomo soprattutto nella fase della terza età.

Secondo uno studio pubblicato sulla rivista British Journal of Sports Medicinee svolto dai ricercatori della Norwegian School of Sports Sciences di Oslo (Norvegia) praticare tre ore a settimana di esercizio fisico potrebbe allungare la vita di cinque anni, perché non provare allora?

L’esercizio fisico potenzia i muscoli che gestiscono nel miglior modo l’ossigeno portato dal sangue il quale arriva dritto al cuore agevolando la dilatazione dei vasi e riducendo cosi il rischio di malattie cardio-circolatorie.
L’attività motoria migliora non solo l’aspetto fisico ma anche psichico dell’anziano infatti una della problematiche psicologiche più diffuse tra gli anziani è la sensazione di solitudine e lo sport in ogni sua forma è anche un ottimo mezzo di socializzazione e di crescita dell’autostima.

Tenere attivi e in ottima salute testa e cuore diminuisce il rischio di mortalità per qualsiasi malattia.
L’attività fisica non è sinonimo di fatica e ai sacrifici, non svolgete una vita sedentaria e con i consigli del vostro medico intraprendete il programma fisico più adatto al vostro stato di salute e con l’aiuto di un professionista darete certamente qualche centimetro in più nel il vostro sorriso.



birra

 


Bere birra fa male? Non sempre, se assunta nelle giuste quantità

La premessa più importante da fare è che il consumo eccessivo di qualsiasi bevanda alcolica è senza dubbio dannoso per il nostro organismo ma oggi grazie ad uno studio internazionale pubblicato sulla rivista Nutrition, metabolism and cardiovascular diseases, diretto dai ricercatori italiani del Dipartimento di Epidemiologia e prevenzione dell’I.r.c.c.s. Neuromed di Pozzilli (IS), sappiamo che bere l’equivalente di una lattina di birra al giorno riduce del 25% malattie cardiovascolari, emorragie celebrali e diabeti.

I 7 buoni motivi per inserire la birra alla vostra abituale dieta salutare sono:
– alti livelli di silicio che rendono le nostra ossa più forti;
– innalzamento dei livelli dell’HDL (cosiddetto “colesterolo buono”) che evita l’ostruzione delle arterie;
– l’alto contenuto di acqua della birra aiuta a far lavorare continuamente i reni ed il luppolo della birra riduce del 40% il rischio di formazione di calcoli renali;
– far marinare la carne con la birra riduce del 70% gli agenti cancerogeni che si producono con la frittura della carne (chiamati ammine eterocicliche);
– alto contenuto di vitamine B6, B12 e acido folico;
– l’alcol aumenta la sensibilità dell’insulina che ci protegge dal diabete;
– ed infine chi consuma birra ha una minor probabilità di soffrire di problemi di pressione arteriosa alta, un fattore che è spesso la causa di infarti.

Bere una fresca lattina di birra accompagnata da un pasto sano e perché no, da una buona compagnia , potrebbe migliorare la qualità della vostra vita.



donne

 


Verdure e ortaggi i più grandi amici delle donne nella terza età

Verdure, broccoli e soprattutto cavoli, grandi amici delle donne della terza età.

Secondo uno studio australiano pubblicato su Journal of the American Heart Association le crucifere (cavolo, cavolfiore, cavoletti di Bruxelles e broccoli) contengono dei componenti bioattivi che rallenterebbero la progressione dell’aterosclerosi, principale causa delle malattie cardiovascolari.

Lo studio condotto su circa mille donne con almeno 70 anni d’età ha portato ad una associazione tra l’aterosclerosi e l’apporto totale di ortaggi, oltre a quello di crucifere.

L’aterosclerosi è la condizione caratterizzata dall’accumulo di depositi di colesterolo e altro materiale lungo le pareti delle arterie che ostruiscono la circolazione sanguigna e possono staccarsi andando a formare un trombo in un processo che può portare all’insorgenza di un infarto del miocardio o di un ictus.

E’ emerso che le donne che mangiano più verdure, soprattutto più crucifere, hanno arterie carotidi più sane infatti Lauren Blekkenhorst, della University of Western Australia di Perth, tra gli autori della ricerca, afferma che: “Ci sono moltissime evidenze che correlano le diete ricche di verdure con un minor rischio di malattia cardiaca e ictus”.

Nonostante tutto è ancora poco chiaro quali siano i componenti bioattivi che possano rallentare la progressione dell’aterosclerosi, l’ipotesi è che la ricchezza di nutrienti e di composti fitochimici come i polifenoli , con la loro possibile azione antiossidante contro il colesterolo che si infiltra nelle pareti delle arterie e il sulforafano, un composto del gruppo degli isotiocianati che rallenta lo stress ossidativo, riducano il rischio di malattie vascolari.

In attesa di ulteriori studi e ricerche sarà sempre un’ottima soluzione consumare cibi con poco apporto di calorie come verdure, crucifere e ortaggi.



suonare

 


Terza età: suonare uno strumento migliora i tempi di reazione

I musicisti hanno un miglior tempo di risposta agli stimoli sensoriali. A sostenerlo è uno studio pubblicato sulla rivista Brain and Cognition da alcuni ricercatori canadesi, coordinati da Simon P. Landry, il quale sostiene che grazie alla conoscenza dell’impatto della musica sui processi sensoriali di base può essere possibile applicare la formazione musicale ai soggetti che hanno una reazione più lenta agli stimoli, come gli anziani.
Durante la terza età, infatti, i riflessi rallentano, e suonare uno strumento in questa fase della vita può rivelarsi molto importante.

Gli scienziati hanno sottoposto ad alcuni test 19 studenti che non sapevano suonare alcuno strumento e 10 giovanissimi musicisti che invece ne suonavano uno da almeno 7 anni. L’esperimento consisteva nel restare seduti in una stanza tranquilla e ben illuminata, tenendo una mano sopra il mouse di un computer e il dito indice dell’altra mano su un dispositivo vibro-tattile, costituito da una scatolina che vibrava in modo intermittente. Per evitare che sentissero il ronzio emesso dalla scatola vibrante, i volontari dovevano indossare una cuffia. Durante il test i soggetti dovevano fare un clic col mouse ogni qual volta sentivano un suono emesso dagli altoparlanti di fronte a loro (stimolo sonoro), quando la scatola emetteva una vibrazione (stimolo tattile) o al verificarsi di entrambi questi eventi (stimolo sonoro-tattile).
Ebbene, al termine della ricerca è stato evidenziato come i musicisti avessero tempi di risposta decisamente più rapidi a tutti e tre i tipi di stimoli.

Secondo gli scienziati la scoperta potrebbe aiutare a prevenire alcuni disturbi legati all’invecchiamento. Il dottor Landry ha osservato che questi risultati suggeriscono per la prima volta come la formazione musicale, nel lungo termine, riduca i tempi di reazione agli stimoli multisensoriali.



Ipertensione

 


Ipertensione: il genere e l’età fattori che incidono

La pressione elevata è causata da fattori differenti a seconda del genere e dell’età dei pazienti. Questo è quanto è stato evidenziato da un team di ricercatori canadesi diretto da Catriona Syme, del The Hospital for Sick Children (SickKids) di Toronto durante un convegno americano sull’ipertensione e le malattie cardiovascolari, tenutosi lo scorso settembre a San Francisco.

La dottoressa Syme ha spiegato che la pressione sanguigna è determinata principalmente da tre fattori: la frequenza cardiaca; la gittata sistolica, che è il volume di sangue pompato dal ventricolo sinistro ad ogni contrazione ventricolare; e la resistenza incontrata dal flusso sanguigno nel passaggio attraverso i vasi sanguigni, chiamata resistenza periferica totale. “L’aumento di uno di questi tre fattori può provocare l’incremento della pressione sanguigna. Il punto di partenza di questo studio è che il principale responsabile della pressione sanguigna è la gittata sistolica nelle donne giovani e di mezza età, mentre negli uomini è la resistenza vascolare”. Nelle persone della terza età questa differenza sarebbe meno rilevante.

Gli studiosi sono giunti a queste conclusioni analizzando i dati del Saguenay Youth Study, un’indagine canadese che ha coinvolto 1.347 persone – 911 adolescenti e 426 adulti tra i 36 e 65 anni. I ricercatori hanno misurato la pressione sanguigna battito per battito, la frequenza cardiaca, la gittata sistolica e la resistenza periferica totale di tutti i partecipanti, durante situazioni che simulavano la realtà quotidiana, come il riposo, il cambio di posizione e in presenza di un fattore stressante. Terminato l’esperimento, gli scienziati hanno osservato che la gittata sistolica spiega il 55% della variazione nella pressione sanguigna nel sesso femminile, rispetto al 35% nel sesso maschile; la resistenza periferica totale, invece, è causa della variazione nella pressione sanguigna sistolica nel 47% degli uomini, rispetto al 30% tra le donne.

Questi risultati suggeriscono che è opportuno svolgere terapie specifiche nel trattamento dell’ipertensione basati sull’età e sul genere. L’esperta ha dunque concluso “Noi riteniamo che le donne in pre-menopausa e gli uomini di età simile possano avere la pressione sanguigna alta per motivi differenti, e pertanto potrebbero avere bisogno di ricevere cure diverse. Dopo la menopausa, quando la produzione di ormoni sessuali femminili diminuisce, le cause dell’ipertensione possono essere più simili tra gli uomini e le donne”.



cadute

 


Terza età: ecco come prevenire le cadute all’aperto

Quasi un individuo su tre, fra gli over 65, va incontro ad una caduta nel corso dell’anno. Il fenomeno, piuttosto frequente, causa non pochi problemi e disagi all’anziano. Purtroppo la maggior parte delle raccomandazioni per evitare questi spiacevoli accadimenti riguarda le cadute dentro casa ma non quelle all’aperto.

Lo ha evidenziato un gruppo di ricercatori dell’Università di New York in uno studio pubblicato sulla rivista Archives of Gerontology and Geriatrics, secondo cui quasi il 50% delle cadute che avvengono tra gli individui più anziani e fino al 72% di quelle che interessano gli adulti di mezz’età si verificherebbero proprio fuori casa.

La ricerca è stata condotta intervistando 120 cittadini newyorkesi di età superiore ai 55 anni, per capire se fossero mai caduti e quale conoscenza avessero sulla prevenzione delle cadute. 85 di loro hanno ammesso di essere caduti fuori casa, riportando lesioni di lieve, moderata o grave entità, come graffi e contusioni, indolenzimento e dolori duraturi o addirittura fratture o rotture che richiedevano un intervento chirurgico. Le ripercussioni sono state anche a livello psicologico, hanno dichiarato i volontari, come provare imbarazzo o avere paura di cadere di nuovo.

Diverse sono state le cause delle cadute: fattori ambientali, come rami e radici degli alberi, oggetti in metallo o pietre presenti sul percorso, così come il fatto di camminare su un terreno irregolare o sdrucciolevole, oppure inciampare su scalini poco visibili; altri intervistati hanno invece ammesso di essere caduti durante una passeggiata al parco o mentre portavano in giro il cane. Per altri ancora il motivo della caduta è stato la loro disattenzione, come aver indossato calzature inadeguate, non aver prestato attenzione a dove andavano o aver camminato troppo in fretta. Infine, spesso le cadute sono state provocate da una combinazione di fattori, come percorrere un sentiero ghiacciato o irregolare in maniera poco attenta.

L’indagine ha dunque mostrato delle profonde lacune conoscitive in materia di prevenzione del problema, probabilmente a causa della scarsa educazione che viene impartita al riguardo. Sarebbe quindi opportuno informare le persone anziane dell’importanza d’indossare occhiali da sole e calzature adeguate quando escono, istruirle sui rischi presenti nei parchi, nei garage e nei parcheggi, che rappresentano i luoghi dove spesso avvengono cadute. Anche un “allenamento anti caduta” potrebbe essere utile, al fine di insegnare agli anziani la giusta attenzione durante attività di routine come salire e scendere le scale, trasportare oggetti pesanti, aprire e chiudere le porte. Ancora, gli studiosi affermano l’utilità di promuovere l’apprendimento di strategie dirette a muoversi all’aperto in modo sicuro: per esempio, evitare distrazioni e camminare più lentamente e con prudenza sulle superfici inclinate.