attività fisica

 


Terza età: l’attività fisica è fondamentale

E’ emerso da uno studio condotto dai ricercatori olandesi dell’Accademic Medical Centre di Amsterdam e da quelli britannici del Medical Research Council Epidemology Unit di Cambridge che, soprattutto in età avanzata, condurre qualsiasi tipo di attività fisica risulta uno stile di vita migliore rispetto a quella sedentaria, in quanto fa bene al cuore e riduce il rischio di malattie cardiovascolari.

A condurre lo studio è stato condotto dalla dottoressa Sangeeta Lachman, la quale consiglia di praticare 150 minuti settimanali di attività fisica ad intensità moderata o 75 minuti settimanali di attività aerobica ad alta intensità, perché utile proprio alla prevenzione di malattie cardiovascolari.

La ricerca è stata effettuata su soggetti di età compresa tra i 39 ed i 79 anni, i quali sono stati monitorati per molti anni, in modo da poter capire quali effetti si riscontrassero su coloro che conducevano più attività fisica, rispetto a chi non ne conduceva per niente. Il risultato che è emerso indicava che, le persone anziane moderatamente inattive corrono rischi di malattie cardiache più bassi rispetto a chi è completamente inattivo.

Quindi l’ulteriore consiglio che gli studiosi hanno dato è stato quello di condurre attività fisiche non troppo intense per gli anziani, come camminare o fare giardinaggio, in modo da poter ottenere i giusti benefici.



Declino cognitivo

 


Declino cognitivo: giocare ai videogiochi 3D aiuta a rallentarlo

Una ricerca condotta dagli scienziati dell’Università di Montréal e della McGill University di Verdun, afferma che giocare ai videogiochi 3D durante la terza età aiuta a rallentare il declino cognitivo, anche più efficacemente di imparare a suonare uno strumento musicale.

L’indagine ha coinvolto 33 individui di età compresa tra i 55 e i 75 anni, i quali sono stati divisi in tre gruppi: al primo gruppo è stato assegnato di giocare ai viedogame 3D per mezz’ora al giorno per cinque giorni a settimana; al secondo gruppo invece è stato assegnato il compito di imparare a suonare il pianoforte, con le stesse modalità del primo; al terzo non è stato assegnato nessun compito particolare.
I volontari, prima e dopo l’esperimento, sono stati sottoposti ad un test che aveva lo scopo di misurare la quantità di materia grigia e ad una risonanza che aveva lo scopo di studiare tre particolari aree del cervello: corteccia prefrontale, cervelletto e ippocampo (centro della memoria spaziale ed episodica).

I risultati che sono emersi hanno dimostrato che, l’aumento del volume di materia grigia, e il miglioramento della memoria a breve termine, è avvenuto maggiormente nei soggetti a cui era stato detto di giocare ai videogiochi 3D; in quantità minore l’aumento si è verificato anche in coloro che dovevano imparare a suonare il pianoforte e invece non vi è stato alcun cambiamento in coloro a cui non era stato assegnato alcun compito.

Questo perché, a detta Gregory L. West (conduttore dell’indagine), i videogiochi 3D creano una mappa cognitiva o una rappresentazione dell’ambiente virtuale che aiuta l’ippocampo ad aumentare sia la sua attività funzionale, sia il volume della materia grigia evitando dunque di andare incontro alla sua atrofia.



memoria

 


Scoperto un nuovo meccanismo di memoria cellulare

Uno studio pubblicato sulla rivista Brain afferma che, grazie alle ricerche condotte dall’Istituto Telethone un team di ricercatori di Igb-Cnr, con a capo Elvira Leonibus, è stato scoperto un nuovo meccanismo di memoria cellulare – attivato dall’apprendimento motorio – il quale viene alterato durante le fasi iniziali della malattia di Parkinson.

E’ noto che la memoria motoria – processo che richiede una certa costanza nell’allenamento prima di rendere qualsiasi tipo di movimento automatico- sia strettamente legata al corpo striato (una struttura del cervello situata sotto la corteccia celebrale).

Ma non era chiaro come le cellule di quest’ultimo riuscissero a riconoscere i movimenti appresi in precedenza e a perfezionarli, così sono stati esaminati alcuni modelli di animali a cui sono stati somministrati inizialmente degli stimoli nervosi per verificare la riconoscibilità dei movimenti e successivamente la proteina alfa-sinonucleica, in grandi quantità, per capire se quest’ultima svolgesse un ruolo importante sul processo degenerativo di perdita della memoria motoria.

Ne è venuto fuori che, quando al corpo striato non viene somministrato un determinato quantitativo di dopamina, elemento dovuto alla morte delle apposite cellule trasportatrici in mancanza del quale è impedito il corretto scambio di informazioni tra i neuroni dopaminergici, a causa di un eccessiva produzione di alfa-sinonucleica, la memoria motoria viene meno e si manifesta la malattia di Parkinson, che oltre a tremori porta in maniera progressiva, ad eseguire sempre con maggiore difficoltà i movimenti più semplici e automatici.

Questo risultato ha rappresentato per gli scienziati la speranza di avere l’opportunità di poter eseguire delle diagnosi precoci della malattia e magari di sviluppare terapie utili alla prevenzione o rallentamento della morte dei neuroni.



gusti culinari

 


Dopo tanti anni insieme i coniugi sviluppano gli stessi gusti culinari

Condividere l’amore con una persona, e passarci la vita insieme, influenza i gusti culinari.

Ad affermarlo è la rivista Appetite, la quale ha pubblicato uno studio secondo cui passare tanti anni con una persona con cui si ha una relazione di basi solide e durature modifica le nostre percezioni sensoriali.

Gli studiosi hanno incentrato la loro ricerca sul rapporto tra il periodo di tempo trascorso insieme da una coppia e il grado di affinità riguardanti il gusto e l’olfatto.

Sono state analizzate diverse coppie – le cui relazioni duravano dai 3 mesi ai 45 anni – alle quali sono state fatte assaggiare ed annusare fragranze diverse ed è venuto fuori che il grado di affinità tra i gusti dei due aumentava in relazione al tempo trascorso insieme: più una relazione era lunga più le preferenze di entrambi i coniugi risultavano piuttosto simili.

Lo studio consente di concludere che consumando insieme i pasti per molti anni si finisce a mangiare le stesse cose e a sviluppare gli stessi gusti.