stress

 


Lo stress può indebolire il sistema immunitario

È comune notare come, in periodi particolarmente stressanti, le persone tendano ad ammalarsi più facilmente. Ma come mai? Una riposta al quesito può essere trovata in uno studio pubblicato sulla rivista Journal of Leukocyte Biology da alcuni ricercatori statunitensi. Il team ha infatti spiegato come un recettore dello stress, noto come fattore di rilascio della corticotropina (Crf1), potrebbe influire sul modo in cui un particolare tipo di cellule immunitarie – i mastociti – difendono il nostro corpo, condizionando così il modo in cui questi reagiscono agli allergeni.

Gli scienziati hanno sottoposto a situazioni stressanti – allergiche e psicologiche – due gruppi di topi: i membri del primo erano normali, mentre gli altri avevano mastociti privi di Crf1. Lo studio ha mostrato come i roditori normali presentassero livelli elevati di istamina, una sostanza che aiuta ad eliminare gli allergeni ma che può causare gravi reazioni allergiche – come shock e problemi respiratori – se prodotta in grandi quantità, e avevano più probabilità di contrarre malattie, al contrario del secondo gruppo che, con bassi livelli di istamina, era più in salute e maggiormente protetta da entrambi i tipi di stress (rispettivamente col 54{5e7528207bbabd3d97c131453c4493725b8ac512835c5dbaca13fa301ec2884e} e il 63{5e7528207bbabd3d97c131453c4493725b8ac512835c5dbaca13fa301ec2884e} di probabilità in meno di ammalarsi rispetto agli altri topi che possedevano il recettore).

Il dottor Moeser – direttore della ricerca – ha spiegato che i mastociti si attivano in condizioni di stress; quando ciò accade, il fattore Crf1 inizia a rilasciare sostanze chimiche che possono provocare infiammazioni o allergie, quali ad esempio malattie autoimmuni come il lupus o l’asma.
La conclusione a cui è giunto il team di scienziati conferma ancora una volta l’influenza dello stress sul legame mente-corpo, esponendo a un maggiore rischio di ammalarsi, e rappresenta un ulteriore passo in avanti del perché di tutto ciò, fornendo un nuove soluzioni alle terapie che hanno l’obiettivo di migliorare il livello della vita di persone con patologie collegate allo stress.

È bene sottolineare che le conseguenze dello stress si avvertono in maniera maggiore nella terza età, dove l’organismo è più debole e di conseguenza  maggiormente soggetto allo sviluppo di patologie. Il consiglio per tutti è cercare di vivere serenamente allontanando quanto più possibile le fonti di stress e nervosismo.



alzheimer

 


Il colesterolo alto diminuisce il pericolo di sviluppare l’Alzheimer: è possibile?

Con l’età che avanza, il rischio di essere affetti da malattie neurodegenerative come l’Alzheimer aumenta. Tuttavia, sembrerebbe che gli anziani che soffrono di ipercolesterolemia siano meno esposti al pericolo di declino cognitivo.

Attraverso l’analisi di uno studio iniziato nel lontano 1948, due ricercatori di un istituto di medicina di New York (USA), Jeremy M. Silverman e James Schmeidler, hanno evidenziato come gli individui di età compresa tra gli 85 e i 94 anni con buone funzionalità cognitive che soffrono di colesterolo alto corrano un rischio notevolmente inferiore di essere colpiti da declino cognitivo negli anni successivi rispetto agli appartenenti alla stessa categoria ma di età inferiore, tra i 75 e gli 84 anni.

Ciò non significa, chiaramente, che le persone in età avanzata dovrebbero far accrescere il loro livello di colesterolo per prevenire la demenza. Tuttavia, i soggetti che presentano valori alti di colesterolo potrebbero aver sviluppato un fattore protettivo che, se individuati e studiati, sarebbero utili nella ricerca di cure e farmaci contro l’Alzheimer.

Lo studio ha permesso di evidenziare infine un parallelismo col modello del “sopravvissuto protetto”: gli individui in età molto avanzata con buone capacità cognitive che presentano elevati livelli di alcuni fattori di rischio possiedono fattori protettivi maggiori rispetto a quelli con meno rischi.



vitamine

 


L’invecchiamento e il rischio di riduzione delle vitamine

La metà degli individui oltre i 65 anni presenta una carenza di vitamina D; un quarto non possiede abbastanza vitamina B12 nel sangue. Ciò è emerso dallo studio di alcuni ricercatori di Norimberga (Germania), i quali hanno evidenziato come parte della popolazione over 65 mostri un deficit di questi micronutrienti.

Utilizzando i dati dell’indagine “Kora”, che per 30 anni ha monitorato la salute di migliaia di cittadini tedeschi, gli studiosi hanno esaminato i campionati ematici di quasi 1.100 anziani di età compresa tra i 65 e i 93 anni. Hanno così scoperto come la maggior parte dei volontari mostrasse livelli troppo bassi di vitamina D e vitamina B12, ma anche di ferro e acido folico (rispettivamente l’11 e il 9{5e7528207bbabd3d97c131453c4493725b8ac512835c5dbaca13fa301ec2884e} degli individui esaminati).

Gli autori della ricerca hanno spiegato come lo studio abbia confermato la situazione critica dell’ultima indagine nazionale tedesca sulla nutrizione, la quale ha appunto mostrato la carenza di assunzione di micronutrienti. Si tratta di risultati importanti, soprattutto considerando l’aumento dell’invecchiamento all’interno della popolazione.



yogurt

 


Basta uno yogurt a proteggere il cuore

Tra gli alimenti utili al nostro organismo, lo yogurt potrebbe essere un valido alleato per la prevenzione delle malattie cardiovascolari. Ciò sarebbe possibile, secondo alcune ipotesi, grazie alla sua appartenenza alla categoria dei latticini fermentati (i quali sembrerebbero avere appunto un’azione benefica).

Ancora una volta, è stato uno studio americano ad evidenziare questo dato.
Stando a quanto pubblicato sulla rivista American Journal of Hypertension, il consumo di due o tre vasetti la settimana di yogurt apporterebbe, nel lungo termine, numerosi benefici. La ricerca è stata condotta su 55.000 donne di età compresa tra i 30 e i 55 anni e 18.000 uomini con età tra i 40 e i 75 anni. I soggetti sono stati monitorati per circa 30 anni, al termine dei quali è emersa una diminuzione del rischio di infarto al miocardio del 30{5e7528207bbabd3d97c131453c4493725b8ac512835c5dbaca13fa301ec2884e} nelle donne e del 19{5e7528207bbabd3d97c131453c4493725b8ac512835c5dbaca13fa301ec2884e} tra gli uomini. Considerevole anche la riduzione del rischio di ictus, pari al 20{5e7528207bbabd3d97c131453c4493725b8ac512835c5dbaca13fa301ec2884e}.

Cifre notevoli, che mostrano come sia fondamentale prendersi cura del cuore anche attraverso un’alimentazione sana, varia ed equilibrata. Senza rinunciare al gusto.



demenza

 


Atteggiamento positivo riduce il rischio di sviluppare la demenza

Sorridi alla vita e la vita ti sorriderà! Questo potrebbe essere il motto perfetto dopo i risultati di uno studio condotto da alcuni ricercatori dell’Università di Yale di New Heaven (USA), guidati da Becca Levy, i quali hanno scoperto che avere un atteggiamento positivo nei confronti dell’invecchiamento potrebbe ridurre le probabilità di essere affetti da demenza anche nei soggetti che presentano elevati fattori di rischio.

Era stato scoperto, in precedenza, che fra i portatori della cosiddetta mutazione Apoe ε4 – che costituisce un elevato fattore di rischio per la demenza – soltanto il 47{5e7528207bbabd3d97c131453c4493725b8ac512835c5dbaca13fa301ec2884e} veniva effettivamente colpito da declino cognitivo. Rimaneva sconosciuto come mai il restante 53{5e7528207bbabd3d97c131453c4493725b8ac512835c5dbaca13fa301ec2884e} non venisse invece affetto da demenza.

Gli scienziati hanno dunque monitorato per quattro anni le condizioni sanitarie di oltre 4.700 persone con età media di 72 anni – prive di demenza all’inizio dello studio – alcune delle quali portatrici della mutazione genetica. Al termine del periodo di ricerca, è stato evidenziato come i volontari con Apoe ε4 dotati di un’attitudine positiva riguardo all’invecchiamento avessero un rischio di sviluppare la demenza pari al 2,7 %, mentre coloro i quali possedevano un atteggiamento negativo, avessero invece oltre il 6% di probabilità di esserne colpiti.



Attività fisica

 


L’attività fisica è fondamentale quando si entra nella terza età

L’allenamento fisico è fondamentale per coloro che si apprestano ad entrare nella terza età. Infatti, uno studio dei ricercatori del Texas Health Presbyterian Hospital e della University of Texas Southwestern Medical Center di Dallas (Stati Uniti) pubblicato sulla rivista Circulation ha mostrato come l’esercizio fisico, eseguito in modo corretto e sotto i 65 anni, quando il cuore ha ancora una certa plasticità, può combattere i danni cardiaci dovuti all’invecchiamento.

La ricerca è stata svolta su un campione di 61 persone tra i 45 e i 64 anni in buona salute che conducevano una vita sedentaria. I soggetti sono stati suddivisi in due gruppi, ai quali sono stati affidati rispettivamente lo svolgimento di esercizi fisici moderati oppure di yoga ed equilibrio. Al termine dell’esperimento, durato due anni, gli individui del primo gruppo hanno mostrato un sensibile miglioramento delle condizioni del muscolo cardiaco rispetto a coloro i quali avevano praticato yoga.

Uno studio precedente, effettuato dallo stesso gruppo di scienziati, aveva evidenziato che due sole sessioni di attività fisica alla settimana non erano sufficienti per invertire i danni che la sedentarietà ha sul cuore. Invece, quattro o cinque sessioni settimanali, della durata di mezz’ora ciascuna, hanno determinato un miglioramento di oltre il 25{5e7528207bbabd3d97c131453c4493725b8ac512835c5dbaca13fa301ec2884e} dell’elasticità del ventricolo sinistro, il quale pompa il sangue ricco di ossigeno a tutto l’organismo.

Il coordinatore dell’indagine, Benjamin D. Levine, ha spiegato come una vita sedentaria porta all’irrigidimento di quell’area del cuore, aumentando il rischio di insufficienza cardiaca. Il ricercatore americano ha affermato come questo esercizio dovrebbe costituire parte integrante della vita, proprio come farsi una doccia o lavarsi i denti.



curcuma

 


Curcuma, migliora la memoria e riduce i disturbi depressivi

Chi credeva che l’unico modo per combattere la depressione fosse attraverso dosi di potenti farmaci, potrebbe essere costretto a ricredersi. Uno studio effettuato dai ricercatori dell’Università della California di Los Angeles e pubblicato sulla rivista American Journal of Geriatric Psychiatry ha dimostrato che l’assunzione di curcuma ha notevoli effetti benefici sull’organismo e in particolare sulle cellule cerebrali.

Per la ricerca sono stati selezionati adulti di età tra i 51 e gli 84 anni, i quali mostravano solo in qualche caso leggeri sintomi di depressione. Gli individui sono stati suddivisi in 2 gruppi, ai quali è stato chiesto di assumere quotidianamente per 18 mesi due porzioni di curcumina da 90 milligrammi, oppure un placebo. Il monitoraggio è stato effettuato sia per mezzo di test della memoria prima, durante, e al termine dello studio, che tramite l’esame Pet (tomografia a emissione di positroni).

I risultati hanno mostrato un miglioramento delle prestazioni mnemoniche e della concentrazione pari al 28{5e7528207bbabd3d97c131453c4493725b8ac512835c5dbaca13fa301ec2884e} in 18 mesi nelle persone appartenenti al primo gruppo. Ma le proprietà di questa spezia ormai ampiamente diffusa in Occidente non finiscono qui. La curcuma è stata infatti paragonata anche ad un antidepressivo, in grado di migliorare l’umore, ridurre l’ansia e i sintomi della depressione. Inoltre, i suoi effetti potrebbero estendersi anche alla protezione delle cellule cerebrali, al fine di prevenire malattie neurodegenerative quali l’Alzheimer.

Come affermato dal direttore dello studio americano Gary W. Small, sebbene non sia ancora chiaro in che modo la curcuma eserciti i suoi effetti, nel corso degli anni i suoi benefici (in gran parte appunto scientificamente dimostrati) potrebbero essere considerevoli, fornendo un nuovo potenziale alleato al nostro cervello.



 


Il tè caldo fa bene? Sì ma senza esagerare

È noto che bere del buon tè caldo ha notevoli benefici per la salute, ma esagerare non va bene. L’assunzione frequente di tè bollente potrebbe, infatti, aumentare fino a cinque volte il rischio di tumore all’esofago tra le persone che fumano e consumano troppi alcolici.

Ad affermarlo una ricerca pubblicata sulla rivista Annals of Internal Medicine dagli scienziati cinesi della National Natural Science Foundation of China e del National Key Research and Development Program, secondo cui l’incidenza di questo tumore sarebbe particolarmente elevata fra la popolazione maschile della Cina, dove sono numerosi gli uomini che bevono tè caldo e consumano prodotti del tabacco e molte bevande alcoliche.

Gli autori hanno monitorato per 9 anni lo stato di salute di circa 450,000 persone di età compresa fra 30 e 79 anni. L’indagine ha permesso d’individuare l’esistenza di un’associazione tra l’assunzione regolare di tè caldo, il consumo frequente ed eccessivo di alcol, il fumo e il rischio di tumore esofageo. In particolare, è emerso che i partecipanti che fumavano e bevevano spesso tè bollente e alcolici correvano un pericolo cinque volte maggiore di sviluppare questa malattia rispetto ai volontari che non lo facevano.

È importante però sottolineare che le probabilità d’incorrere nel tumore all’esofago non risultavano elevate tra i soggetti che bevevano il tè caldo, ma non avevano l’abitudine di fumare o consumare troppe bevande alcoliche. Pertanto, il problema dell’assunzione di tè a temperature troppo elevate riguarda maggiormente chi fuma e/o tende a bere spesso alcolici.



nonni e nipoti

 


Nonni e nipoti: l’eccessiva indulgenza rappresenta un pericolo per la salute dei piccoli

Uno studio pubblicato sulla rivista Plos One da un gruppo di ricercatori britannici rivela che nonni troppo indulgenti possono nuocere alla salute dei nipoti.

Lo evidenziano i ricercatori dell’Università di Glasgow, secondo cui la tendenza a viziare i nipotini a lungo potrebbe finire per danneggiarli. A quanto pare, infatti, spesso i nonni nutrirebbero i bambini con alimenti poco salutari e permetterebbero loro di trascorrere molto tempo davanti alla tv, senza praticare attività fisica. Inoltre, sarebbero meno attenti dei genitori a fumare in presenza dei piccoli. Gli esperti sottolineano che tutti questi fattori, rappresentano un pericolo per i nipoti, aumentando il rischio che una volta divenuti adulti i nipoti sviluppino diverse malattie, compresi tumori, cardiopatie e diabete.

Nel corso della ricerca, sono stati analizzati i risultati di 56 studi condotti in 18 paesi diversi, che avevano esaminato l’assistenza e le cure fornite dai nonni ai nipoti. Al termine dell’indagine, è emerso che in molti casi le abitudini dei nonni potrebbero influenzare negativamente la salute dei piccoli.

Gli autori osservano che finora la ricerca si è concentrata principalmente sul ruolo svolto dai genitori, tralasciando l’analisi del potenziale effetto di chi, come i nonni, si prende spesso cura dei piccoli. Si tratta, invece, di un aspetto da non trascurare, anche perché molti comportamenti che verranno adottati per il resto della vita, nella maggior parte dei casi, vengono appresi fin dalla tenera età dai membri della propria famiglia.

Gli studiosi evidenziano infine che i rischi associati al comportamento dei nonni sono comunque involontari e che sotto molti altri aspetti il tempo trascorso con i nonni ha un effetto benefico per i bambini, perché ne migliorano il benessere sociale ed emotivo, per cui sarebbe sbagliato limitare il tempo che trascorrono insieme ma semplicemente “correggere” gli eventuali errori dei nonni.



apnee

 


Apnee notturne, una sindrome sempre più diffusa che danneggia la salute

Un recente studio ha permesso di scoprire che la sindrome delle apnee ostruttive nel sonno (Osas) è molto diffusa e i numeri delle persone colpite sono paragonabili a quelli che riguardano il diabete.

Secondo la ricerca, durata due anni (2016-2017), ed effettuata sulla più ampia popolazione italiana mai studiata per questa patologia – 11mila autotrasportatori italiani maschi – sarebbe soprattutto la popolazione maschile tra i 40 e i 70 anni ad essere colpita e si stima che circa 6 milioni di uomini in età lavorativa siano affetti da Osas.
Rifacendosi ad uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine, gli esperti hanno anche stimato che anche il 2{5e7528207bbabd3d97c131453c4493725b8ac512835c5dbaca13fa301ec2884e} delle donne tra 30 e 60 anni ne soffre e che con l’inizio della menopausa il gentilsesso tende ad esserne ancora più esposto.

Alcuni sintomi come sonnolenza diurna o russamento associati alle apnee notturne sono spesso imputati ad una semplice nottataccia per questo l’Osas risulta una malattia subdola e difficile da riconoscere. Loreta Di Michele – pneumologa affiliata all’ospedale San Camillo di Roma – sottolinea che il sintomo frequente del disturbo da apnee notturne è la necessità di urinare durante la notte: il cuore, in conseguenza delle ripetute apnee, produce un ormone diuretico responsabile della nicturia spesso attribuita a problemi di prostata. Altri sintomi sono la cefalea mattutina, che solitamente passa entro un’ora dal risveglio, e la bocca asciutta.
Un altro aspetto importante dell’Osas è la sua associazione alle più comuni patologie croniche, come obesità, sindrome metabolica, diabete, infarto, ictus, ed insufficienza respiratoria.

Le terapie utilizzate per controllare questo disturbo sono numerose: il Cpap, dispositivo a pressione positiva, la chirurgia otorinolaringoiatrica, la terapia con Mad (Dispositivo di avanzamento mandibolare) o ancora terapie posizionali e dimagrimento quando necessario. Molte sono anche le ricerche sperimentali che stanno via via rivelando come questo disturbo possa riguardare non solo problematiche anatomiche – come il collasso delle alte vie respiratorie che determina la chiusura del passaggio dell’aria – ma anche meccanismi neurofisiopatologici e muscolari. “Per questo motivo” – afferma Loreta Di Michele – “è necessaria la fenotipizzazione del paziente, un’indagine approfondita che ci dica qual è il meccanismo o i meccanismi determinanti dell’evento ostruttivo così da trattare la malattia nel miglior modo possibile”.