cervello

 


La meditazione aiuta il cervello

Meditare fa bene allo spirito e al corpo, riduce lo stress e migliora la funzione immunitaria, e ha effetti positivi anche sulla struttura cerebrale: grazie alla meditazione, infatti, il cervello potrebbe elaborare più velocemente le informazioni apprese.

È quanto sostenuto da due ricercatori della University of Surrey (Regno Unito) in una ricerca pubblicata su Journal of Cognitive, Affective & Behavioral Neuroscience. Per dimostrare gli effetti che la meditazione può avere nel lungo periodo e quali meccanismi cerebrali sono coinvolti, gli scienziati hanno scelto la meditazione focused attention, caratterizzata dalla capacità di stabilire e mantenere l’attenzione su un oggetto sensoriale selezionato, ad esempio la respirazione

Allo studio hanno partecipato 35 individui divisi in tre gruppi: chi aveva più esperienza nella meditazione, chi si era avvicinato a questa pratica da minor tempo e chi invece non meditava per nulla.

Ognuno è stato posto davanti a uno schermo su cui erano mostrate tre coppie di immagini-stimolo, dei caratteri di un sistema di scrittura giapponese rappresentati, per semplificare, con le lettere AB, CD, EF. In una prima fase di addestramento, erano forniti dei feedback positivi o negativi per guidare il loro apprendimento e questo feedback era fornito in modo probabilistico. Ad esempio, scegliendo A nella coppia AB, l’80% delle volte si otteneva un feedback positivo mentre dalla scelta di B il feedback positivo arrivava il 20% delle volte. Al fine di massimizzare il punteggio, pertanto, i partecipanti avrebbero dovuto imparare a scegliere A su B, C su D ed E su F. Cosa che poteva essere raggiunta imparando a selezionare A, C ed E, o a evitare le altre lettere, o entrambe.

Nella fase dei test è stato chiesto ai partecipanti di scegliere il simbolo di grado superiore della coppia presentata senza fornire alcun feedback. Questa volta, però, le combinazioni erano inedite, ad esempio AC o BD, allo scopo di valutare quale tpo di feedback fosse stato più efficace nella fase di addestramento e quanto accurato fosse stato l’apprendimento. Dal momento che A dava più spesso feedback positivi e B feedback negativi i partecipanti avrebbero dovuto imparare a scegliere A ogni volta che questo si presentava in una nuova coppia e a evitare B all’interno di una nuova coppia.

Al termine dell’esperimento i due ricercatori hanno evidenziato che gli individui che meditavano riuscivano a selezionare più efficacemente le coppie ad alta probabilità, indicando dunque una tendenza a imparare da segnali positivi. Chi non meditava era stato invece guidato nell’apprendimento dai segnali negativi.

Nel corso dei test i partecipanti erano sottoposti a elettroencefalogramma. Si è visto che, in tutti e tre i gruppi, la risposta neurologica a feedback positivi era la stessa mentre quella a feedback negativi era maggiore nei gruppi che non meditavano: ciò dimostra che i feedback negativi lasciano un’impronta meno evidente nel cervello dei soggetti che meditavano e questo può essere il risultato di un’alterazione dei livelli di dopamina causata dalla meditazione.



piante

 


PIante d’appartamento: ecco quali fanno bene alla salute

Purificano l’aria delle stanze in cui viviamo, migliorano la salute e ci fanno anche la pelle più bella e idratata. Che sia un’edera, una dracena o un giglio della pace, le piante in casa migliorano la qualità dell’aria rendendola più umida e rivelandosi così un rimedio naturale contro la secchezza della pelle e delle vie respiratorie.

La conferma arriva da una nuova analisi degli scienziati inglesi dell’Università di Reading e della Royal Horticultural Society, che hanno condotto uno studio su varie piante e su come cambia l’aria intorno a loro. In particolare, hanno trovato che i gigli della pace (spathiphyllum) e l’edera (hedera) sarebbero le migliori perché in grado di assorbire quantità molto elevate di CO2 e acqua.

Secondo questa ricerca, le piante con alti tassi di traspirazione, ossia le piante “più assetate” che richiedono più acqua per crescere bene, sono anche in grado di fornire buoni benefici grazie all’umidità che generano. Maggiore umidità nell’aria, per esempio, significa che la pelle è più umida e ha meno probabilità di seccarsi.

“Le piante domestiche possono essere un modo semplice e conveniente per ridurre la secchezza dell’aria all’interno e alleviare i sintomi della pelle secca, fornendo al contempo molti altri benefici per la psiche umana e la salute fisica”, spiega Tijana Blanusa, esperta dell’Università di Reading.

Allo stesso tempo, le piante assorbono anche CO2 dall’aria che le circonda, arricchendola con ossigeno vitale per il corpo umano: effetto che, secondo il parere dei ricercatori, potrebbe essere più pronunciato quando ci sono piante più grandi che vivono in condizioni ben illuminate e ben irrigate.

Cosa aspettate, allora? Sono belle, creano una avvolgente atmosfera e fanno arredo: aggiungete tra le mura domestiche una – o più di una – di queste piante d’appartamento, ecco le più efficaci nella depurazione dell’aria!

1. Clorofito

2. Potos

3. Dracena

4. Fico piangente

5. Giglio della pace

6. Ficus

7. Boston Fern

8. Pianta serpente

9. Aloe vera



dieta

 


La dieta ideale per gli Over65

A partire dai 65 anni iniziano a diventare evidenti i segni dell’invecchiamento sul nostro organismo e diversi fattori incidono sulle abitudini alimentari e, di conseguenza, sullo stato di nutrizione.

Ad ogni età la qualità dell’alimentazione svolge un ruolo fondamentale per mantenere in salute l’intero organismo. A fronte di un minor fabbisogno calorico generale dell’over sessantacinquenne, dovuto in gran parte alla fisiologica riduzione del metabolismo basale, occorre garantire nella dieta degli anziani un rigoroso equilibrio tra i vari nutrienti.

Prima di entrare nel merito della dieta ideale, è opportuno soffermarsi sul tema dell’acqua. Con il passare degli anni, l’organismo diminuisce lo stimolo della sete, inducendo la persona anziana a bere sempre meno. Questo non deve accadere, poiché l’acqua in età senile assume un ruolo centrale nell’aiutare a mantenere attiva la funzionalità renale e nel conservare una idratazione sufficiente dei tessuti.
Occorre quindi promuovere un’azione di incentivazione all’assunzione di liquidi i quali, è bene ricordarlo, possono derivare da numerose fonti diverse: latte, frutta, verdura, brodo di carne o vegetale, ecc. In termini quantitativi, rimane valido anche per gli anziani il riferimento comunemente accettato pari a circa 1,5-2,0 litri di acqua al giorno.

Ecco come si deve mangiare una volta passati i 60 anni per invecchiare bene.

I capisaldi della piramide alimentare della dieta mediterranea pensata per adulti dai 18 ai 65 anni valgono anche per gli anziani: quindi, i carboidrati devono rappresentare il 55-60% delle calorie assunte ogni giorno, le proteine il 15% circa e i grassi il 25-30%. Quello che cambia è l’apporto calorico quotidiano. Queste le linee guida dell’Istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione (Inran) per una persona sana che conduce una vita moderatamente sedentaria.
• Dai 65 ai 74 anni: 1.900 calorie per gli uomini e 1.600 per le donne.
• Oltre i 74 anni: 1.700 calorie per lui e 1.500 per lei.

Le calorie vanno suddivise nei tre pasti principali: colazione, pranzo e una cena frugale. Ammessi spuntini a metà mattina o a metà pomeriggio con un frutto fresco.

Carboidrati
Pane, pasta, riso e altri cereali possono essere consumati tutti i giorni, ma le quantità vanno ridotte nella dieta degli anziani rispetto a quella standard. Se fino a 65 anni la porzione standard di pasta è di 70 grammi per la donna e 80 per l’uomo, fino a 80 anni scende a 60 per lei e 70 per lui, mentre oltre gli 80 anni diminuisce a 50-60 grammi.

Proteine
La principale accortezza in vecchiaia è di aumentare la percentuale di proteine vegetali (legumi, anche quelli in lattina) rispetto a quella di proteine animali (carne, pesce, salumi, uova, formaggi): se fino ai 50 anni la proporzione è di 40% animali e 60% vegetali, negli anziani bisogna arrivare a 20 e 80%. Le proteine animali devono provenire da uova (fino a due la settimana), carni bianche come tacchino, pollo, coniglio (tre porzioni settimanali), pesce, soprattutto quello azzurro (due-tre porzioni), mentre carni rosse, salumi e formaggi non vanno consumati più di una volta la settimana. È vero che le donne in post menopausa hanno un fabbisogno di calcio elevato per scongiurare il rischio di osteoporosi, ma è preferibile assumere questo minerale tramite latte scremato e ricotta per non aumentare la possibilità di malattie cardiovascolari.

Grassi e condimenti
L’olio extravergine d’oliva è la fonte principale di grassi, cui si aggiungono gli omega 3 del pesce e della frutta secca (da mangiare una volta la settimana). Meglio evitare burro e margarina, ridurre l’uso di sale, mentre si può condire liberamente con aceto, limone, erbe aromatiche e spezie.

Dolci
Vanno ridotti al minimo, anche perché dopo i 50 anni cresce in modo significativo l’incidenza di malattie metaboliche, in particolare il diabete. Quindi, concessa una fettina (non una fettona) di torta la domenica, meglio a colazione. Da evitare di sera, quando l’organismo fa fatica a smaltirla.
Bevande. L’acqua non deve mai mancare, come già detto sopra.Banditi gli alcolici, fatta eccezione per un bicchiere di vino rosso a pranzo per lui, mezzo per lei.



sordità

 


Sordità e Depressione, uno studio mostra correlazione tra le patologie

Esisterebbe una connessione tra la perdita dell’udito (terza condizione cronica comune negli anziani) e lo sviluppo di un disturbo di natura depressiva. Lo ha dimostrato un recente studio della Columbia University (New York) condotto su 5239 persone con più di 50 anni.

Dallo studio è emerso che i partecipanti con una lieve perdita dell’udito avevano quasi il doppio delle probabilità di avere dei sintomi di depressione significativi, mentre nei casi in cui la perdita dell’udito era particolarmente grave, i partecipanti avevano una probabilità 4 volte maggiore rispetto alla media di sviluppare e manifestare sintomi depressivi. La connessione delle due patologie è semplice: chi ha problemi di udito, ha difficoltà a comunicare e tende all’isolamento sociale che può portare alla depressione.

Lo ha spiegato Justin S. Golub, il ricercatore che ha condotto le analisi alla base dello studio, che ha specificato che per quanto i risultati della ricerca – pubblicati sulla rivista scientifica Jama Otolaryngology-Head & Neck Surgery – siano significativi non bastano a dimostrare la correlazione tra perdita dell’udito e depressione e che sarebbero quindi necessari altri studi per confermarlo ufficialmente. In attesa di questi, per diminuire le probabilità di contrarre la patologia, gli studiosi consigliano quindi di effettuare controlli periodici dell’udito e di sottoporsi ai trattamenti che vengono raccomandati se necessari… Questo anche perché le persone anziane tenderebbero a sottovalutare i problemi connessi con la perdita dell’udito, esponendosi ad altri rischi che potrebbero invece essere evitati.



mente

 


Le performance cerebrali in terza età dipendono da quanto si è allenata la mente

Esercitare la mente risolvendo enigmi potrebbe migliorare le capacità mentali, ma non servirebbe a proteggere dal declino cognitivo. Garantirebbe, insomma, di avere un “punto di partenza” più alto dal quale potrebbe partire il declino cognitivo correlato all’avanzare dell’età.

Allenare la mente con rompicapo come Sudoku e parole crociate potrebbe aiutare a mantenere o a migliorare le performance cerebrali durante la terza età. Sono tanti gli studi ad avere ipotizzato che leggere, prendere parte a giochi da tavolo e di società, suonare strumenti musicali potrebbe ridurre il rischio di demenza. Ma i dati storici a conferma di queste ipotesi sono pochi e addirittura oggi unno studio dell’Università di Aberdeen (Regno Unito) sostiene che se non ci si è dedicati a questo genere di attività durante le diverse fasi della vita, nessuna di queste attività può prevenire il declino cognitivo.

Il punto, infatti, sarebbe un altro. Chi ha tenuto allenato il proprio cervello con queste attività fin dalla giovane età potrebbe però avere accresciuto le proprie capacità mentali, consentendo di partire da un “punto cognitivo superiore” per il declino correlato all’invecchiamento.

Per verificare l’associazione tra impegno intellettuale e abilità mentali in terza età, i ricercatori britannici ha no reclutato 498 persone (classe 1936) che nel 1947 avevano partecipato allo Scottish Mental Health Survey, che prevedeva lo svolgimento del test di intelligenza Moray House.

All’inizio dello studio i partecipanti avevano compito circa 64 anni e nei 15 anni successivi sono stati sottoposti a diversi test mnemonici e cognitivi, quindi i dati sono stati confrontati con i compiti svolti nel 1947 (quando avevano circa 11 anni) ed è emerso che impegnarsi in attività intellettualmente stimolanti su base regolare è associato a prestazioni mentali superiori in tarda età, ma non hanno effetto sul declino cognitivo associato all’invecchiamento. L’influenza positiva di un regolare allenamento mentale avrebbe influenza, quindi, sulle performance cerebrali nell’arco dell’intera vita.



bilancia

 


Se non temi la bilancia vivi più a lungo

Il giusto peso allunga la vita… di circa quattro anni. A dirlo è uno studio pubblicato sulla rivista Lancet Diabets and Endocrinology dai ricercatori della London Schiil of Hygiene & Tropical Medicine (Regno Unito) secondi o quali avere l’IMC (indice di massa corporea) compreso tra i 21 e i 25 kg/m2 sarebbe associato a un minor rischio di morire per cancro e malattie cardiache.

E non si tratta solo di lottare contro l’obesità. La questione è avere il peso giusto, né troppo né troppo poco, né sovrappeso né sottopeso. Lo spiega il direttore dell’indagine Krishnan Bhaskaran: “L’IMC è un indicatore fondamentale dello stato di salute. E’ collegato al rischio di morte in generale, ma sorprendentemente sono state condotte poche ricerche sul suo legame con la mortalità associata. Abbiamo colmato questo vuoto di conoscenze per aiutare i ricercatori, i pazienti e i medici a capire meglio questa associazione con malattie respiratorie, epatiche o come il cancro”.

Ad essere esaminato è stato il rapporto tra l’IMC e la mortalità (in generale e connessa a cause specifiche) utilizzando i dati raccolti dal Clinical Practice Research Datalink (che ha incluso 3,6 milioni di persone e 367.512 decessi) attraverso le informazioni fornite dai medici di medicina generale che assistono il 9% della popolazione del Regno Unito e dal database sulla mortalità dell’Ufficio Nazionale Statistiche britannico. E’ emerso che a un IMC alto (e cioè superiore a 30kg/m2) era collegata una durata di vita inferiore di 4,2 anni negli uomini e 3,5 anni nelle donne: il peso eccessivo aumentava le probabilità di morire a causa delle due principali cause di morte (il cancro e le malattie cardiache), ma anche a causa di altre patologie (malattie respiratorie ed epatiche e diabete), mentre non influenzerebbe le probabilità di perdere la vita a causa di disturbi neurologici e/o correlati alla salute mentale. A un IMC basso, invece, è associato un maggior rischio di morte per cause diverse, come le malattie cardiovascolari e respiratorie, la demenza, l’Alzheimer e il suicidio; non è stata rilevata alcuna correlazione con le malattie epatiche (in particolare per cirrosi epatica).
Inoltre, i ricercatori hanno calcolato che il pericolo più basso di perdere la vita a causa di malattie cardiache si aveva con un IMC pari a 25 kg/m2 e che ogni aumento dell’IMC di 5 kg/m2 comporta un incremento del rischio del 29%. Il minor pericolo di morire a causa del cancro, invece, corrisponde a un IMC pari a 21 kg/m2, e ogni aumento di 5 kg/m2 accresce il rischio del 13%.



terza età

 


Ciao ciao Terza età. La vecchiaia inizia molto dopo i 60 anni

Salute di ferro. Vita attiva. Anima tecnolgica e sportiva.
E’ questa la carta d’identità dei giovani anziani, gli over 55, che sulla soglia dell’età considerata l’ingresso ufficiale nella terza età sono in formissima, autonomi, pieni di interessi e di vita… E una risorsa fondamentale per le famiglie.

A dirlo sono i risultati di un’indagine Ipsos – condotta su oltre 6 mila over 55 italiani, americani, australiani, tedeschi e francesi – che dovrebbe obbligarci a rivedere i termini in cui si considera la vecchiaia.
Degli over 55 italiani, l’80% è soddisfatto della propria vita, per nulla solitaria (soprattutto per quei fortunati – il 50% – che possono dedicare gran parte del proprio tempo ai nipoti), e anche al passo con i tempi (il 75% utilizza internet ogni giorno, ha un account su uno o più social network, gestiscono casa e finanze in maniera autonoma). Ed è proprio la famiglia a segnare la differenza fra i giovani anziani italiani e gli over 55 degli altri Paesi interessati dalla ricerca, perché in Italia gli anziani sono un vero e proprio pilastro della società considerato l’aiuto che portano in famiglia nella gestione di figli e nipoti, ma anche di altri familiari anziani che hanno bisogno di assistenza domiciliare.

Tutto questo è anche grazie al fatto che questa fetta di popolazione gode di una salute di ferro (il 90% si dichiara in buona salute, fa sport regolarmente e si sottopone a controlli regolari, il 12% è anche molto attento all’alimentazione). Certo, però, qualche problemino resta: il 39% soffre di ipertensione, il 32% ha il colesterolo alto… E più che in altri Paesi (il 17%) ha deficit dell’udito e di questi solo uno su quattro utilizza l’apparecchio acustico (contrariamente a quanto accade negli unici altri due paesi con una diffusione dei problemi di udito paragonabile a quella italiana – la Germania e l’Australia – dove a indossare l’apparecchio acustico sono rispettivamente il 70% e il 63%)… Una stranezza visto che 8 italiani su 10 dichiarano di essere interessati ad apparecchi acustici avanzati, che siano – per esempio regolabili dallo smartphone, o che siano in grado di adattarsi alle caratteristiche sonore degli ambienti in cui ci si trova.



insonnia

 


Fare le ore piccole danneggia la salute

Fare le “ore piccole” è dannoso, a lungo andare, per la salute. Lo conferma una ricerca pubblicata sulla rivista Advances in Nutrition da un gruppo di ricerca internazionale diretto da Suzana Almoosawi della Northumbria University di Newcastle upon Tyne (Regno Unito), secondo cui i nottambuli avrebbero maggiori probabilità di consumare cibi poco sani e di avere abitudini irregolari.

I nottambuli hanno maggiori probabilità di sviluppare diabete, malattie neurologiche, grastrointestinali e respiratori, con una mortalità precoce del 10 per cento maggiore rispetto a chi è mattiniero.

Andare a letto tardi mette a rischio la salute in molti più modi di quanti ne possiate immaginare. Di recente un nuovo studio ha ad esempio suggerito che gli adulti sani che dormono mediamente 6 ore a notte, o che vanno a letto tardi, tenderebbero a consumare più cibi del fast food e meno verdure.

Ma quali saranno gli altri rischi che chi va a letto tardi non dovrebbe mai sottovalutare?

-Aumenta il rischio di sviluppare malattie come diabete e obesità
-Aumenta la pressione sanguigna: la perdita di sonno stressa il corpo e la mente, e questo causa un aumento della pressione sanguigna
-Si indebolisce il sistema immunitario
-Aumenta lo stress e si tende ad avere un umore instabile: ebbene si, anche l’umore è a rischio per coloro che vanno a letto tardi e non dormono -abbastanza
-Peggiora la vita sessuale: quando si ha troppo sonno, la sfera intima finisce per essere messa in secondo piano
-Aumenta anche il girovita, perché si tende a mangiare alimenti poco sani e ipercalorici
-Anche la pelle ne risente, ed appare stanca e opaca
-Si perde facilmente la concentrazione e si rende meno al lavoro e nella vita quotidiana

Secondo gli esperti, un adulto, dovrebbe dormire 7/9 ore al giorno.



frutta

 


Frutta e verdura contro i cali di memoria

Il consumo di verdure a foglia verde, arance e verdure rosse nonché frutti di bosco è associato ad un minor rischio di perdita di memoria a lungo termine negli uomini secondo una ricerca apparsa su Neurology, la rivista dell’American Academy of Neurology.

La ricerca è stata condotta su 27.842 uomini di età media di 51 anni, professionisti della sanità (dentisti, optometristi ecc) seguiti per circa 20 anni e basato su 5 questionari (porzioni di frutta e verdura consumati) raccolti ogni 4 anni per 20 anni.

Una porzione di frutta è considerata una tazza di frutta o ½ tazza di succo di frutta. Una porzione di verdura è considerata una tazza di verdure crude o due tazze di verdure a foglia verde. I partecipanti hanno anche eseguito prove delle loro capacità di pensiero e memoria almeno quattro anni prima della fine dello studio, quando avevano un’età media di 73 anni. Il test è progettato per rilevare i cambiamenti che le persone possono notare su quanto bene stanno ricordando le cose, mentre prima tali cambiamenti sarebbero stati rilevati da test cognitivi oggettivi. I cambiamenti nella memoria riportati dai partecipanti sarebbero considerati precursori del deterioramento cognitivo lieve.

Le sei domande includono “Hai più problemi del solito ricordando una breve lista di articoli, come una lista della spesa?” E “Hai più problemi del solito dopo una conversazione di gruppo o una trama in un programma TV a causa della tua memoria?” Un totale del 55% dei partecipanti aveva buone capacità di pensiero e memoria, il 38% aveva capacità moderate e il 7% aveva scarsa capacità di pensare e di memoria. I partecipanti sono stati divisi in cinque gruppi in base al consumo di frutta e verdura. Per le verdure, il gruppo più alto mangiava circa sei porzioni al giorno, rispetto a circa due porzioni per il gruppo più basso. Per i frutti, il gruppo principale ha mangiato circa tre porzioni al giorno, rispetto alla metà di una porzione per il gruppo in basso. Gli uomini che consumavano più verdura avevano il 34% in meno di probabilità di sviluppare una scarsa capacità di pensiero rispetto agli uomini che consumavano la minor quantità di verdure. Un totale del 6,6% degli uomini nel gruppo superiore ha sviluppato una scarsa funzione cognitiva, rispetto al 7,9% degli uomini nel gruppo inferiore. Gli uomini che bevevano succo d’arancia ogni giorno avevano il 47% in meno di probabilità di sviluppare capacità di pensiero povere rispetto agli uomini che bevevano meno di una porzione al mese. Questa associazione è stata osservata principalmente per il consumo regolare di succo d’arancia tra gli uomini più anziani. Un totale del 6,9% degli uomini che hanno bevuto succo d’arancia ogni giorno ha sviluppato una scarsa funzione cognitiva, rispetto all’8,4% degli uomini che hanno bevuto succo d’arancia meno di una volta al mese. Questa differenza di rischio è stata aggiustata per l’età, ma non è stata aggiustata per altri fattori correlati ai cambiamenti riportati nella memoria. Gli uomini che mangiavano la maggior quantità di frutta ogni giorno avevano meno probabilità di sviluppare cattive capacità di pensiero, ma tale associazione era indebolita dopo che i ricercatori si erano adeguati ad altri fattori dietetici che potevano influenzare i risultati, come il consumo di verdure, succo di frutta, cereali raffinati, legumi e latticini.

I ricercatori hanno anche scoperto che le persone che mangiavano grandi quantità di frutta e verdura 20 anni prima avevano meno probabilità di sviluppare problemi di pensiero e memoria, indipendentemente dal fatto che continuassero a mangiare grandi quantità di frutta e verdura circa sei anni prima del test della memoria.

Lo studio non mostra che mangiare frutta e verdura e bere succo d’arancia riduce la perdita di memoria; mostra solo una relazione tra loro. Sicuramente però incoraggia a consumare maggiormente frutta e verdura.



amore

 


L’amore si deteriora con l’età? Niente affatto

Secondo un nuovo studio pubblicato sulla rivista Emotion dopo tanti anni di convivenza le coppie tenderebbero a litigare di meno.
I conflitti e le tensioni verrebbero con il tempo sostituiti da umorismo, tenerezza ed affetto.

“Considerati i legami tra emozioni positive e salute, i nostri risultati sottolineano l’importanza delle relazioni intime per le persone anziane, e i potenziali benefici per la salute associati al matrimonio. Inoltre, sono coerenti con gli studi che suggeriscono che quando invecchiamo ci concentriamo maggiormente sugli aspetti positivi della vita” queste le parole di Alice Verstaen direttrice della ricerca.

Secondo i ricercatori, questi risultati smentiscono l’idea che le emozioni si appiattiscano o si deteriorino in tarda età: al contrario, sembrerebbe che le coppie sposate da molto tempo siano più affiatate.

“I nostri risultati fanno luce su uno dei grandi paradossi della tarda età – spiega Robert W. Levenson, l’autore senior dello studio -. Nonostante sperimentino la perdita di amici e familiari, le persone anziane che hanno un matrimonio stabile sono relativamente felici e presentano bassi tassi di depressione e ansia. Il matrimonio è positivo per la loro salute mentale”.