libri

 


La Terza Età nei libri: Le Solite Sospette di John Niven

Leggere fin da piccoli e continuare anche da anziani senza smettere mai, non solo mantiene giovane il cervello ma aiuta anche a mantenere alta capacità di concentrazione.

In particolare leggere libri che stimolano la fantasia, anche usando dispositivi digitali per la lettura,  produce un effetto positivo nel contrastare l’invecchiamento del cervello.

Oggi abbiamo scelto di parlarvi di un libro di John Niven, autore assolutamente fuori dagli schemi, che ha come protagonisti degli anziani, o comunque dei non più giovanissimi.

Le solite sospette – questo il titolo – parla di  Susan, una donna che vive una vita apparentemente normale, fino a quando non rimane vedova scoprendo di avere un marito, maniaco del sesso, che l’ha lasciata sul lastrico. Insieme ad alcune amiche, Julie, Jill e Ethel, sceglierà di fare una rapina per poi rifugiarsi in Costa Azzurra. Queste quattro donne sono lo spaccato dell’universo femminile.
Susan è una donna che vive per questo marito che l’aveva mollata, mentalmente, ancora prima di morire, Julie lavora come inserviente in un ospizio, Ethel di anni ne ha quasi novanta e vive proprio in quell’ospizio di cui sopra, Jill ha vent’anni di meno e ha bisogno di risollevare le sorti della sua famiglia per aiutare il suo nipotino gravemente malato.

Le avventure che vivranno queste donne saranno incredibili. Vi ritroverete, ad un tratto, magari ad immaginarvele come delle vostre coetanee, solo con qualche risposta in più sui modi in cui va la vita. Ad avere la fortuna di incontrarle sarà Vanessa, una quindicenne che ad un tratto della sua vita si ritrova senza sapere che strada imboccare e che potrà fare tesoro dei consigli saggi di queste donne.



Superati i 105 anni il rischio di mortalità non aumenta

 


Superati i 105 anni il rischio di mortalità non aumenta

Secondo un nuovo studio il tasso di mortalità degli esseri umani, dopo aver superato i 105 anni di età, limite entro il quale lo stesso tasso raggiungerebbe il suo picco, resta sostanzialmente lo stesso di anno in anno e non tende più ad aumentare.

Questo significa che una persona di 105 anni ha le stesse probabilità di morire, durante il corso dell’anno seguente, di una persona di 115 anni.
Questa conclusione potrebbe lasciar pensare che gli stessi esseri umani non abbiano ancora raggiunto il limite massimo per quanto riguarda la durata della vita e che i record di longevità sono destinati ad essere superati ancora più volte in futuro.
Quello della longevità umana è comunque ancora un argomento ampiamente controverso anche perché spesso si basa sui ricerche di coorte, a volte non considerate affidabili al 100%.

Gli studiosi hanno valutato i dati di 3836 ultracentenari tra il 2009 e il 2015. Si tratta, per l’esattezza, di semi-supercentenari, ovvero individui con un’età superiore a 105 anni ma che non hanno ancora raggiunto i 110 anni, nati fra il 1896 e il 1910.
Secondo i risultati, il rischio di morire aumenta esponenzialmente fino a quando non si raggiungono gli 80 anni. Superata questa età, questo rischio inizia a rallentare fino a raggiungere una linea piatta intorno ai 105 anni.
Superato questo ulteriore limite, il tasso di mortalità non aumenta (e naturalmente non diminuisce) restando sostanzialmente lo stesso.
Una delle limitazioni dello studio è relativa per al fatto che solo 463 persone dell’intero gruppo di 3800 italiani erano maschi. Ciò è dovuto al fatto, comunque noto, che le donne sopravvivono di più rispetto agli uomini.

Secondo i ricercatori, però, le stime “sono esenti da artefatti di aggregazione che limitavano gli studi precedenti e forniscono le migliori prove fino ad oggi per l’esistenza di linee piatte di mortalità nell’età estrema negli esseri umani”, come riferito nell’abstract dello stesso studio.
L’Italia rappresenta un contesto prezioso per studiare indicatori come invecchiamento e longevità.

L’Italia è infatti tra i Paesi più longevi al mondo e, come sottolineato dall’Istat nel recente report Il futuro demografico del Paese, il processo di invecchiamento è “da ritenersi certo e intenso”, con un aumento progressivo della popolazione in età anziana.



tecnologie

 


Quando Nonno fa rima con nuove tecnologie

I nonni italiani sono sempre più smart, anche se meno tecnologici dei nonni europei. Il 65% degli intervistati usa internet almeno una volta al mese per mandare (la media europea è dell’82%), il 57% per gestire le proprie finanze (contro il 70% europeo). Non ci batte nessuno invece per quanto riguarda l’ascolto della musica e la visione di film (54% contro 44%).

Sono solo alcuni dei dati emersi dall’edizione 2018 del sondaggio Senior di oggi in Europa. Sentirsi utili per invecchiare bene condotto dalla società di ricerca Ipsos per la Fondazione Korian per l’invecchiamento di qualità (Institut du Bien Viellir Korian).
L’indagine ha messo a confronto dati raccolti in Francia, Italia, Germania e Belgio, su un campione di più di 8 mila intervistati con un ampio segmento di età superiore ai 64 anni.

Il 51% degli over 65 (contro il 50% europeo) accede ai Social Network, fa shopping online (44 vs. 43%), cerca sul web informazioni (50 vs. 54%) si documenta sul proprio stato di salute (43 vs 40%). Inoltre il 38% (una percentuale ben più elevata di quella europea che si ferma al 28%) usa Skype o altre applicazioni di messaggistica istantanea per sentirsi meno solo e comunicare con i propri cari. Superiore alla media europea è anche la frequenza delle visite ai siti di incontri che vengono utilizzati dal 10% dei Senior italiani, contro il 6% dei coetanei europei.

Nei fatti nonostante qualche “battaglia” vinta, siamo comunque il fanalino di coda europeo. Anche se i nostri nonni internauti incalzano il “digital divide” c’è e bisogna colmarlo, soprattutto considerando i benefici che si possono trarre dall’uso delle piattaforme digitali in termini di inclusione sociale e nel mantenere attive la memoria e la sfera emozionale. In testa alla classifica dei nonni connessi si piazza il Belgio (con 3,7 connessioni su base settimanale); segue la Germania (3,5), la Francia (3,4) e infine l’Italia (3,3).



tempo

 


Invecchiamento? A ciascuno la propria velocità

Vi siete mai chiesti come sia possibile che per alcune persone il tempo sembri non passare mai?
In realtà, potremmo dire che il tempo per loro passa più lentamente, più in generale che l’invecchiamento non ha per tutti lo stesso ritmo. Vale a dire che l’età biologica e quella anagrafica viaggiano su binari diversi (e non necessariamente paralleli).

Lo ha dimostrato un recente studio americano condotto dalla Duke University, e pubblicato su Proceedings of the National Academy of Science, su un migliaio di soggetti di 38 anni dei quali sono stati verificati alcuni marcatori biologici come la pressione sanguigna, il colesterolo, la funzionalità epatica e renale, la salute cardiovascolare e la lunghezza dei telomeri (quelle “codine” dei cromosomi la cui lunghezza si è dimostrata essere un importante segnale della longevità delle persone).

Ne è emerso che a volte si è coetanei solo in apparenza: non sempre quindi all’età anagrafica corrisponde l’età biologica. Ciascun marcatore è stato valutato sullo stesso soggetto alle età di 26, 32 e 38 anni per potere studiare il ritmo di invecchiamento per ciascuno dei partecipanti allo studio. Giovani o anziani dentro e fuori? I trentottenni hanno mostrato età biologiche comprese tra i 28 e i 61 anni per un risultato che si mostra non solo esteriormente (dei soggetti è stato valutato anche l’aspetto fisico sottoponendo le loro foto a un gruppo di studenti perché ne indovinassero la reale età) ma anche dal punto di vista intellettuale e fisico (in compiti come la coordinazione, test di problem solving… o anche nel semplice salire le scale).

Le cause sono molteplici. Ci sono fattori di natura genetica e altri di natura ambientale. E si sta continuando a esaminare il database Dunedin (dal nome della città neozelandese da cui proviene il campione) per comprendere come lo stile di vita e la storia familiare possano influenzare la rapidità con cui invecchiamo, in modo da poter imparare a intervenire per tempo e contrastare così l’invecchiamento precoce con terapie mirate.



colesterolo

 


In menopausa il colesterolo “buono” può diventare “cattivo”

Per anni abbiamo creduto che il colesterolo buono tenesse a bada gli accumuli di quello cattivo. Esatto, è proprio così. Con un’eccezione: questo non sembrerebbe essere vero per le donne in menopausa perché con il cambiamento ormonale si modifica il ruolo protettivo nell’organismo delle donne.

A dimostrarlo è uno studio della University of Pittsburgh Graduate School of Public Health presentato al congresso della North American Menopause Society a Las Vegas (Stati Uniti).

Innanzitutto vediamo quali sono le differenze tra colesterolo buono e colesterolo cattivo.

Il colesterolo è una molecola fondamentale per il corpo umano. Sintesi della membrana cellulare, della bile e anche di alcuni ormoni sono solo alcuni dei processi in cui è coinvolto. Dati degli Anni 60 hanno mostrato che più sono elevati i suoi livelli è maggiore è il rischio di malattie cardiovascolari. In particolare il colesterolo LDL, quello comunemente chiamato “cattivo”, accumulandosi a livello delle arterie contribuisce notevolmente allo sviluppo di infarti e ictus. Dato che il colesterolo non è solubile nel sangue, per essere trasportato ha bisogno di associarsi a una serie di proteine ed è proprio il legame con le LDL –una classe particolare- a renderlo così nocivo. Per contro quando si lega alle HDL –quelle del colesterolo buono- gli effetti sono benefici.

Lo studio ha coinvolto 1380 donne over 60. Le donne in questa fase sono soggette a una serie di cambiamenti fisiologici nei loro ormoni sessuali, nei lipidi, nella deposizione di grasso corporeo e nella salute vascolare. L’ipotesi dei ricercatori era che la diminuzione di estrogeni, combinata ad altri cambiamenti metabolici, potesse portare ad un’infiammazione cronica nel tempo alterando la qualità delle particelle di HDL.

Sono stati osservati il numero e la dimensione delle particelle di HDL e il colesterolo totale trasportato da quest’ultime. Lo studio ha anche esaminato l’età in cui le donne passano alla post-menopausa. Dalla ricerca emerge che la quantità di tempo trascorso per questa transizione può influire sulle funzioni cardio-protettive previste normalmente dall’HDL. Più sono elevati i tempi di transizione, maggiore è il rischio di aterosclerosi o malattie cardiovascolari per le donne con età avanzata in menopausa.
Viceversa, più le donne si allontanano dalla loro transizione, maggiore è la possibilità che la qualità dell’HDL venga ripristinata tornando così ad essere efficace.



parrucchiere

 


ll parrucchiere più anziano al mondo ha 107 anni ed è italiano

Da New York arriva una notizia curiosa e riguarda il parrucchiere più anziano del mondo.
SI chiama Anthony Mancinelli, è nato a Napoli nel 1911 e lavora per cinque giorni alla settimana a New Windsor.

L’anziano italo-americano, è considerato una vera e propria star e i clienti fanno a gara per farsi tagliare i capelli da Anthony che non ne vuole proprio sapere di smettere di lavorare.

La sua storia nasce moltissimi anni fa quando, all’età di otto anni, emigra con la sua famiglia negli Stati Uniti. Qui passa gli anni migliori della sua vita e sposa Carmela.

È proprio la scomparsa dell’amata moglie ad avvicinare Mancinelli al mestiere di parrucchiere, l’unica attività che riesce a farlo distrarre dallo spiacevole accaduto e anche quella che gli riempie le giornate.
Da quel momento sono passati undici anni, ma Anhony è sempre nel suo salone, con le sue amate forbici in mano.

La proprietaria del negozio per il quale lavora l’esperto parrucchiere sottolinea la grande professionalità e voglia di fare di Mancinelli: “riesce a fare più tagli al giorno di un ragazzo di vent’anni, senza mai chiedere un giorno di ferie”.

I clienti non possono che rimanere stupefatti quando Anthony rivela la sua età e sono in molti a chiedergli qual è il segreto della sua longevità. Lui risponde sempre: “Niente fumo e alcol, solo spaghetti!”.



gatti

 


I gatti fanno bene alla salute

Sono i cani i migliori amici dell’uomo. Sì è vero, ma i gatti non sono da meno e fanno anche bene alla salute.

A suggerirlo è un’indagine effettuata qualche anno fa da Cats Protection (organizzazione per la difesa dei gatti del Regno Unito) che rivela che chi trascorre del tempo con i piccoli felini presenta uno stato d’animo calmo e rilassato.
I felini infatti amano giocare, scorazzare per casa, saltare e arrampicarsi portando il buonumore in casa e consentendo di tenere a bada lo stress.

Ma c’è di più, a quanto pare gli effetti positivi di questi amici a quattro zampe non avviene solo direttamente ma anche tramite il web. Attraverso i dati raccolti l’indagine infatti sostiene che anche guardare i video dei comportamenti bizzarri dei gatti e le loro buffe espressioni riescono a strappare un sorriso e a trasmettere il buonumore, allontanando sentimenti negativi come l’ansia e la tristezza. Nn è un caso se il fenomeno dei video dei felini domestici sul web nel 2015 è stato al centro di una ricerca della Indiana University (Usa).

Infine, un’ultima ricerca, condotta nel 2008 dalla University of Minnesota (Usa), ha rilevato nei padroni dei gatti un rischio ridotto di essere colpiti da un attacco cardiaco e di soffrire di solitudine nella terza età.



sauna

 


La sauna per combattere ictus e pressione alta

Amate fare la sauna? Da oggi fatelo ancora più frequentemente.
Il perché ce lo spiega uno studio recentemente pubblicato sulla rivista Neurology dai ricercatori dell’Università di Bristol (Regno Unito), diretti da Setor Kunutsor.

La ricerca, condotta in Finlandia, ha monitorato per circa 15 anni lo stato di salute di 1.628 persone di età compresa tra 53 e 74 anni, che non erano mai state colpite da ictus.

All’inizio dello studio i volontari sono stati sottoposti a diversi esami (come la misurazione dei livelli di colesterolo, della pressione sanguigna e di altri fattori che potrebbero influenzare il rischio di cardiopatie) e sono stati incaricati di compilare dei questionari riguardanti le loro abitudini, che comprendevano domande su quanto spesso facessero la sauna, praticassero attività fisica e bevessero alcolici.
Durante il periodo di monitoraggio sono stati registrati 155 casi di ictus che hanno colpito con maggiore frequenza i partecipanti meno avvezzi alla sauna, rispetto a chi praticava quest’attività quasi quotidianamente.
Analizzando attentamente i dati si è scoperto che chi faceva la sauna regolarmente è esposto ad un rischio di ictus inferiore del 60% rispetto a quelli che la facevano soltanto una sauna a settimana.

Lo stesso Kunutsor afferma che i risultati ottenuti dalla ricerca sono emozionanti, perché suggeriscono che quest’attività, che le persone praticano per rilassarsi, è in grado di avere effetti positivi sulla salute vascolare.

Ma perché fare la sauna è in grado di portare questi benefici? La risposta è tanto semplice quanto immediata: perché abbassa la pressione sanguigna, determinando così l’effetto benefico sul rischio di ictus.

Come sempre però c’è sempre il rovescio della medaglia ed è bene precisare che ci sono casi in cui è meglio non esagerare con la sauna. Questo vale per chi ha subito un recente attacco di cuore, per chi soffre di angina instabile o di dolore toracico e per gli anziani che hanno la pressione bassa.



lenticchie

 


Mangiare lenticchie abbassa i livelli di glucosio nel sangue

Mangiando lenticchie è possibile ridurre i livelli di glucosio nel sangue di oltre il 20%. A rivelarlo è uno studio dell’Università di Guelph (Canada) pubblicato sul The Journal of Nutrition.

A 24 adulti sani è stato chiesto di consumare uno dei seguenti piatti: riso bianco, riso bianco e lenticchie verdi grandi (50%+50%), riso bianco e lenticchie verdi piccole 850%+ 50%), riso bianco e lenticchie rosse spaccate (50% + 50%). Quindi sono stati misurati i livelli di glucosio nel sangue prima del pasto e a distanza di due ore. Successivamente i ricercatori canadesi hanno ripetuto l’esperimento utilizzando al posto del riso bianco le patate bianche nelle stesse combinazioni.

Il consumo del legume aveva ridotto i livelli di glucosio ematico fino al 20% (se le lenticchie erano consumate con il riso) e fino al 35% (se le lenticchie erano consumate con le patate). Il consumo di legumi quindi rallenterebbe l’assorbimento e il rilascio nel flusso sanguigno degli zuccheri presenti negli amidi, riducendo così i livelli di glucosio nel sangue.

Questo rallentamento fa sì che non si verifichino picchi di glicemia che rappresenta l’elemento caratteristico del diabete di tipo 2.



frutta

 


Mangiare frutta e verdura allunga i telomeri (e quindi la vita)

Se appartenete a quella categoria di persone che diffida della roba verde nel piatto, adesso avete un altro buon motivo per decidervi a cambiare rotta. Il consumo regolare di frutta, verdura e cereali integrali, infatti, potrebbe essere in grado di rallentare l’invecchiamento cellulare nelle donne. Questo in particolar modo se inserito all’interno di una dieta che preveda un consumo contenuto di sodio, zuccheri aggiunti e carni lavorate.

A dirlo è uno studio della statunitense University of Michigan School of Public Health di Ann Arbor diretto da Cindy W. Leung. E pubblicato dalla rivista American Journal of Epidemiology.

Lo studio ha coinvolto 4758 persone di età compresa tra i 20 e i 65 anni che non soffrivano di patologie croniche e che avevano preso parte al National health and nutrition examination surveys (tra il 1999 e il 2002). In particolare i ricercatori ne hanno esaminato i regimi alimentari confrontando la dieta di ciascun partecipante con la lunghezza dei telomeri (le molecole situate nella parte terminale dei cromosomi considerate come un indicatore di longevità visto che la loro lunghezza si riduce con il passare degli anni).

E’ emerso che le donne che seguivano una dieta più sana (povera di sali e zuccheri aggiunti, con un più baso apporto di carni processate e ricca, invece, di proteine vegetali, frutta e verdura e di sostanze antiossidanti e anti-infiammatorie) avevano telomeri significativamente più lunghi. L’ambiente biochimico generato da questa dieta aiuterebbe quindi a mantenere le cellule sane e giovani e a prevenire lo sviluppo di malattie croniche, come le cardiopatie, il diabete e alcune forme di cancro. Puntare quindi alla qualità complessiva della dieta piuttosto che sui singoli alimenti o sulle singole sostanze nutritive può aiutare a migliorare il nostro stato di salute complessivo. Proprio per questo, negli uomini il dato è meno rilevante. Gli uomini, infatti, tenderebbero a seguire un’alimentazione meno sana e a consumare quantità più elevate di bevande zuccherate e carni processate, alimenti già precedentemente collegati – in altre ricerche – a telomeri più corti.