La felicità è un’arma contro il cancro

 


La felicità è un’arma contro il cancro

“La felicità e avere un atteggiamento positivo aiutano a difenderci dal cancro”.
E’ quanto dichiarato da David Khayat, capo del Dipartimento di Oncologia medica dell’Ospedale Pitié-Salpêtrière a Parigi e già presidente dell’Institute National di Cancer durante il suo intervento al Salone Internazionale dell’alimentazione svoltosi a Parigi l’autunno scorso.

Il suo è un invito a non sottovalutare il ruolo negativo per la salute svolto da tristezza, stress e ansia, motivo per il quale dopo un’esperienza clinica quarantennale (con migliaia di pazienti) il dott. Khayat comincia ogni giornata con 10 minuti di meditazione, svuotando la testa, immaginando cose belle che producono ormoni che fanno bene: “Chi tende a farsi sopraffare dalle emozioni negative ha un maggiore rischio di ammalarsi. E’ difficile dimostrarlo attraverso studi scientifici, ma tra tutti i fattori anticancro la felicità è il primo perché le endorfine prodotte dalle emozioni positive hanno un effetto protettivo. Certo non c’è una bacchetta magica per diventare felici, ma si può evitare che i problemi prendano un peso eccessivo nella nostra vita, come una sorta di allenamento mentale”.

Quindi il luminare si sofferma sull’importanza dell’alimentazione, dell’esercizio fisico e dell’eliminazione delle sigarette, per poi spostarsi a valutare altri fattori: “E’ dimostrato – ha spiegato – che anche avere una buona attività sessuale riduce il rischio di cancro alla prostata, perché nello sperma sono contenute sostanze potenzialmente cancerogene”. Anche il sonno rientra negli elementi posti sotto la lente dello studioso: “Dormire o riposare più di 9 ore al giorno fa male perché riduce l’attività motoria. Inoltre, chi russa ha un rischio più alto di ammalarsi di tumore perché in genere pesa di più e di conseguenza dorme peggio”.



Vertigini e bassa pressione aumentano il rischio di demenza

 


Vertigini e bassa pressione aumentano il rischio di demenza

Uno studio pubblicato su Plos Medicine suggerisce che le persone che soffrono di frequenti abbassamenti della pressione e vertigini sono più predisposte ad ammalarsi di demenza. I ricercatori sostengono che meno sangue raggiunge il cervello durante questi momenti, più aumentano i danni alle cellule cerebrali nel corso del tempo.

Lo studio non è nuovo, ma prende le mosse da precedenti ricerche che avevano collegato l’alta pressione del sangue alla demenza, ma in questo caso i ricercatori dell’Erasmus Medical Center in Olanda si sono concentrati piuttosto sui periodi transitori di pressione bassa (noti come ipotensione posturale) che con l’avanzare dell’età diventano più comuni e frequenti (per esempio con la classica sensazione di vertigini quando ci si alza improvvisamente).

Ad essere monitorate, per una media di 15 anni, sono state 6000 persone. L’aumento del rischio di sviluppare demenza è stato calcolato come pari al 4%: “Se gli episodi sono rari – ha commentato Tom Dening della Nottingham University – non c’è motivo di preoccuparsi, ma se il problema si verifica di frequente è opportuno rivolgersi al medico e rivedere il dosaggio dei farmaci per la pressione”.

Da tenere presenti, inoltre, sono altri fattori di rischio noti per la demenza come fumo, alcol, mancanza di attività e colesterolo alto che si aggiungono adesso in un quadro più complesso di come i cambiamenti della pressione sanguigna impattino sul cervello.



Body Building… Cerebrale

 


Body Building… Cerebrale

Uno studio australiano su anziani e adulti con deficit afferma che il sollevamento pesi può aiutare a fermare l’invecchiamento del cervello.

Pubblicato su American Geriatrics Society, lo studio condotto su individui dai 55 agli 86 anni con qualche deficit già in atto, è stato realizzato dall’Università di Sidney e conferma i risultati di uno studio precedente secondo il quale, il sollevamento pesi – di leggera intensità, ma praticato almeno due volte a settimana – può arrestare l’invecchiamento cerebrale.

La ricerca da cui ha mosso le proprie basi lo studio australiano era partito dall’osservazione che in presenza di massa muscolare ridotta, gli anziani avevano difficoltà motorie (per esempio la lentezza e l’incertezza dell’incedere) e mostravano danni di maggiore entità a livello cerebrale (in particolare, lesioni alla materia bianca, ovvero i nervi che connettono tra loro diverse parti del cervello).

Lo studio recentemente completato, e realizzato su anziani e adulti che avevano già manifestato lievi défaillance cognitive, prevedeva che i partecipanti si allenassero due volte a settimana nel sollevare pesi. Dopo sei mesi, gli esperti hanno constatato che al crescere della massa muscolare corrispondeva anche un miglioramento delle funzioni cognitive come se le due condizioni fossero legate.

Il body building cerebrale, ha spiegato l’autore del lavoro Yorvi Mavros, sono stati tali e tanti da consigliare a tutta la popolazione questo tipo di ginnastica.



Estate: i consigli per affrontarla al meglio

 


Estate: i consigli per affrontarla al meglio

Quest’anno è arrivata talmente in ritardo che tutti avevano quasi perso le speranze. Ma quando è arrivata… L’estate è esplosa in tutta la sua potenza e quindi ecco puntuali i consigli per affrontare al meglio il caldo, l’afa e l’umidità. Suggerimenti che valgono per tutti, ma che per alcune categorie in particolare – come gli anziani, i bambini e le donne in gravidanza – si rendono ancora più importanti.

Le alte temperature, l’afa e l’umidità infatti aumentano la sudorazione che fa perdere liquidi e sali minerali preziosi per il nostro organismo. Quindi la prima parola d’ordine è idratazione per reintegrare frequentemente tutti gli elementi indispensabili.

La corretta idratazione è fondamentale per prevenire alcuni fra i rischi più frequenti tipici delle temperature elevate. E se alla corretta idratazione si accompagna un’alimentazione sana ed equilibrata ricca di frutta e verdura di stagione, questa non solo garantisce la giusta energia, ma permette al corpo di funzionare a dovere visto che tutti gli organi e i tessuti contengono acqua.

Si consiglia quindi di bere almeno 1,5 litri di acqua al giorno evitando le bevande zuccherate e l’alcol e di fare pasti leggeri a base di frutta, verdure e cibi freschi.

Gli altri suggerimenti sono quelli legati al buon senso: indossare vestiti leggeri, ampi e preferibilmente di cotone (o di altri tessuti naturali come il lino o la seta), non uscire nelle ore più calde della giornata, evitare di utilizzare gli elettrodomestici che producono calore (come il phon, il forno, il ferro da stiro), evitare attività faticose e prolungate, fare docce tiepide per evitare bruschi sbalzi di temperatura, rinfrescare la casa nelle ore serali e al mattino presto per garantire il ricambio d’aria, non lasciare mai (nemmeno per periodi brevi) persone o animali in macchine parcheggiate al sole.

Tutto questo, è necessario ribadirlo, vale per tutti, in particolare per anziani e bambini che si adattano con maggiore difficoltà al caldo, sentono meno lo stimolo della sete (e quindi rischiano di bere meno di quanto necessario) e/o possono assumere farmaci con effetti diuretici.

E passiamo ai sintomi, tramite i quali è possibile riconoscere i disturbi da calore: debolezza, stanchezza, mal di testa, nausea, vomito, vertigini, stati confusionali (addirittura con perdita di coscienza), aumento della temperatura corporea e diminuzione della pressione arteriosa. In questi casi è necessario chiedere aiuto, bagnarsi con acqua fresca, trovare un luogo fresco e ventilato, distendersi e sollevare le gambe rispetto al resto del corpo, bere acqua a piccoli sorsi per reidratarsi e abbassare la temperatura corporea. Può essere utile anche mettere una borsa di ghiaccio sulla testa o avvolgersi in un lenzuolo o in un asciugamano bagnato con acqua fredda. Se la situazione non rientra, e i sintomi persistono, è necessario rivolgersi al proprio medico di famiglia, mentre in caso di emergenza chiamare il 188.

Infine, per essere preparati a ogni evenienza, il Ministero della Salute ha predisposto un portale sulle “Ondate di calore” dove è possibile consultare giorno per giorno quale sarà la situazione nella propria città di residenza.



 


Centenari, il segreto è nell’alimentazione

Gli italiani che riescono a superare la soglia dei cent’anni sono sempre più numerosi.

Fra gli elementi che aiutano a vivere più a lungo c’è di sicuro l’alimentazione.
Numerosi studi hanno certificato che la dieta mediterranea è uno dei fattori che garantisce una vita più lunga.
La crisi economica degli ultimi anni ha però portato a una flessione nel consumo di molti degli ingredienti cardine di questo regime alimentare, dal pesce (-20%) a frutta e verdura (-3%), passando per la pasta (-9%) e l’olio extravergine d’oliva (-6%).

Ma che cosa mettono in tavola le persone che sono riuscite ad arrivare a cento anni e oltre?
Nel piatto dei centenari ci sono cose semplici, ogni pasto è composto in media dal 70% di vegetali, di cui però solo il 20% è frutta perché contiene molti zuccheri, e per il 30% di proteine magre, tutto condito da abbondante olio d’oliva.
Gli spuntini sono come quelli di una volta, frutta secca e olive.
Insomma, consumare in abbondanza vegetali a ogni pasto, prediligere grassi vegetali, preferire pane e farine integrali, scegliere come fonti di proteine i legumi, le uova, i formaggi e in misura minore il pesce.
E’ importante inoltre che gli alimenti siano poco raffinati e non di origine industriale.

“Il cibo è una vera medicina naturale, che cosa si mangia è importante e altrettanto quanto si mangia: uno dei segreti di lunga vita è sintetizzato dal detto giapponese ‘hara hachi bu‘, alzarsi da tavola quando si è sazi solo all’80%. Tutti gli studi sulle popolazioni dove si concentra il maggior numero di centenari – dalla Grecia alla Sardegna – mostrano infatti che questi ultimi hanno in comune una restrizione delle calorie assunte”, spiega Gioacchino Leandro, presidente dell’Aigo (Associazione italiana gastroenterologi).



 


Nella terza età non sentire rimpicciolisce il cervello

Secondo uno studio condotto in collaborazione dai ricercatori della Johns Hopkins University e del National Institute on Aging i problemi d’udito fanno rimpicciolire il cervello.

Già in passato alcune ricerche avevano rilevato l’associazione tra i problemi d’udito e cambiamenti nella struttura del cervello ma gli scienziati di questo studio hanno fatto chiarezza sull’argomento dimostrando che l’atrofia cerebrale è una conseguenza più che la causa della perdita delle capacità uditive.

Lo studio
Attraverso risonanze magnetiche, gli studiosi hanno monitorato, per 10 anni, la struttura del cervello di 126 persone. Dalle indagini è emerso che nei partecipanti che all’inizio della ricerca avevano già problemi d’udito la velocità di progressione dell’atrofia cerebrale era maggiore di quanto rilevato negli individui che ci sentivano bene, tanto che i problemi di udito sono risultati associati alla perdita di un centimetro cubo di tessuto nervoso in più ogni anno.

In presenza di capacità uditive ridotte, le alterazioni riguardano regioni specifiche del cervello, come il giro superiore, medio e inferiore, tutte aree coinvolte nell’elaborazione dei suoni e del linguaggio.
Frank Lin, coautore dello studio, ha spiegato che questi cambiamenti potrebbero essere la conseguenza della mancata stimolazione delle aree coinvolte nelle funzioni uditive. Tuttavia, ha precisato l’esperto, che queste strutture non lavorano in modo isolato e per questo la perdita dell’udito potrebbe colpire il cervello sotto diversi punti di vista. Per questo motivo bisognerebbe dare importanza ai problemi d’udito sin dal loro esordio, se la perdita dell’udito contribuisce potenzialmente alle differenze che hanno osservato con la risonanza magnetica bisognerebbe trattarla prima che si verifichino questi cambiamenti strutturali nel cervello.



 


Meno cadute se si pratica il Tai chi

L’arte marziale dolce cinese può far molto in caso di disturbi alle articolazioni e patologie tanto al sistema cardiovascolare quanto a quello gastrointestinale. E fornisce quella serenità che merita chi è già da qualche anno al mondo e si prepara per raccogliere quanto “seminato”.

I più anziani che praticano il Tai Chi hanno meno probabilità di subire cadute pericolose. Chi in età avanzata si dedica a questa antica arte marziale cinese, fatta di movimenti lenti e fluidi, previene capitomboli che altrimenti potrebbero essere rovinosi ed evita così fratture.
Il merito sta tutto nei benefici che sopraggiungono per la massa ossea e muscolare. A sostenerlo è un team di ricercatori dell’Oregon Research Institute che sulle pagine di Jama racconta come un programma di lezioni di Tai chi, mirate sul miglioramento dell’equilibrio, sia stato significativamente più efficace nel ridurre il rischio di cadute negli anziani.

Il Tai Chi, o taijiquan, è allo stesso tempo una tecnica legata al movimento fisico, volta a mantenere il corpo in movimento e praticare l’equilibrio, e un’autentica filosofia di vita che affonda le sue radici in antichissime teorie come quella del Bagua, dell’Yi Jing, ovvero dell’eterna alleanza degli opposti e, più in generale, del Taoismo.

Consistente soprattutto in una serie di movimenti lenti e circolari che mimano una tecnica di autodifesa, il Tai Chi aveva già dimostrato di essere un potente toccasana per la salute degli anziani dopo i 60 anni.
Ora, le analisi recenti confermano che il Tai Chi, raccomandato per gli adulti più anziani perché è un esercizio a basso impatto che grava poco o per niente sulle articolazioni o sui muscoli, può aiutare a ridurre le cadute.

Lo studio ha coinvolto 670 adulti di circa 70 di età, residenti in 7 città dello stato statunitense dell’Oregon, che hanno riferito di essere caduti almeno una volta nei 12 mesi precedenti o che riportavano una ridotta mobilità. I partecipanti sono poi stati divisi in 3 gruppi: il primo ha seguito due lezioni settimanali di Tai chi di 60 minuti ciascuna per 6 mesi, mentre il secondo gruppo ha svolto con la stessa frequenza e intensità un programma di normale ginnastica aerobica. Infine, al terzo gruppo è stato chiesto di seguire un programma di allenamento basato su esercizi di stretching, respirazione e rilassamento.
Dopo sei mesi, il gruppo che ha seguito il Tai Chi ha dimostrato di avere il 58% in meno di probabilità di avere una caduta pericolosa rispetto al gruppo di stretching e il 31% in meno di probabilità rispetto al gruppo di esercizi multimodali. In totale, 733 cadute sono state registrate tra i partecipanti, di cui 85 nel gruppo del Tai Chi rispetto alle 112 nel gruppo di esercizi multimodali e alle 127 nel gruppo di stretching.

I ricercatori spiegano: “Dai dati è emerso che grazie al Tai chi i partecipanti hanno anche riportato prestazioni migliori sia da un punto di vista fisico che cognitivo”.



Passo svelto, vita più lunga

 


Passo svelto, vita più lunga

Chi va piano va sano e va lontano si diceva, ma non sempre è così. A una certa età, infatti, chi cammina velocemente ha maggiori probabilità di vivere più a lungo rispetto a coloro che invece si muovono ‘con calma’

È quanto emerge da uno studio pubblicato su Jama dai ricercatori della University of Pittsburgh, negli Usa, guidati da Stephanie Studenski.

La ricerca è stata condotta su 34.485 adulti di età superiore ai 65 anni – osservati per 14 anni, dal 1986 al 2000 -, ai quali è stato chiesto di camminare, a passo normale o sul posto, percorrendo una distanza di 6-8 metri. È stata poi misurata la velocità di andatura dei partecipanti, che nella media si attestava intorno ai 0,92 metri al secondo.

Al termine dello studio, è emerso che la differenza di velocità aveva influito sulle probabilità di sopravvivenza di tutti i partecipanti, in particolare degli ultra-settantacinquenni.
A questa età, gli uomini e le donne che camminavano più velocemente, avevano rispettivamente l’87% e il 91% di possibilità in più di restare in vita per altri 10 anni.

Questi risultati sono dovuti al fatto che camminare richiede energia e coordinazione, coinvolge diversi organi, come cuore e polmoni, e i sistemi circolatorio, nervoso e muscolo-scheletrico.
Un’andatura lenta può dunque riflettere un problema di salute.



 


La rabbia è più dannosa della tristezza

Un recente studio pubblicato sulla rivista Psychology and Aging dagli scienziati della Concordia University di Montréal (Canada), ha rilevato che per le persone anziane di età superiore agli 80 anni provare rabbia quotidianamente, più che la tristezza, è dannoso per la salute.

“Man mano che una persona invecchia, non può più fare tutte le attività di un tempo, o magari patisce la perdita del compagno o un declino della mobilità fisica e si arrabbia”, spiega Meaghan A. Barlow, autore principale della ricerca.

Secondo il team di ricercatori l’ira potrebbe aumentare le probabilità di soffrire di infiammazioni croniche e delle malattie che vi sono associate, come patologie cardiache, artrite e cancro, la tristezza no.

Per giungere a queste conclusioni, i ricercatori hanno esaminato lo stato di salute di 226 persone di età compresa tra 59 e 93 anni, che per più di una settimana sono state invitate a completare dei brevi questionari diretti a valutare i loro stati emotivi. I partecipanti sono stati suddivisi in due gruppi: giovani anziani (età compresa tra 59 a 79 anni) e anziani in età avanzata (ultraottantenni).

Una co-autrice dello studio, Carsten Wrosch, ha detto: “Abbiamo scoperto che, se ci si arrabbia quotidianamente, i livelli di infiammazione e l’insorgenza di malattie croniche sono più alti, ma solo nel gruppo di persone dagli 80 anni in su, non in quelli più giovani. Mentre la tristezza non era legata a nessuna infiammazione o malattia cronica”.

La tristezza non è correlata a questi problemi di salute. Secondo gli studiosi, l’infelicità potrebbe aiutare gli anziani ad adattarsi più facilmente al declino fisico e cognitivo associato all’età, perché potrebbe indurli a rinunciare al perseguimento degli obiettivi che per loro non sono più raggiungibili. Pertanto, lo studio dimostrerebbe che non tutte le emozioni negative sono nocive, e che alcune potrebbero rivelarsi utili in determinate circostanze.

“La rabbia è un’emozione galvanizzante che può aiutare la gente a inseguire degli obiettivi nella vita. Per le persone nella fascia tra i 60 e gli 80 anni può essere uno strumento che stimola a superare le difficoltà della vita e le perdite che emergono col passare degli anni, può aiutare a mantenerli in salute”, spiega la Wrosch, “ma diventa problematica per gli adulti sopra gli 80 anni, perché quello è il momento in cui si vivono perdite irreversibili, e alcuni dei piaceri della vita diventano fuori portata”

Gli autori suggeriscono che l’educazione e una terapia specifica possono aiutare gli anziani a ridurre la rabbia regolando le proprie emozioni.

 

 



Come prevenire la “cervicale”?

 


Come prevenire la “cervicale”?

Sono quei dolori che si avvertono sulla parte posteriore del collo che talvolta raggiungono anche spalle e braccia. I dolori cervicali possono avere molte radici, alcune anche legate alle posizioni che assumiamo quando dormiamo, sediamo per lavorare al computer o studiare, guidiamo. Il termine medico è cervicalgia, ma tutti la chiamiamo cervicale e ha due forme: articolare e muscolare ed è sulla forma muscolare che ci concentreremo perché, in quanto derivante da sforzi, traumi e posture scorrette è possibile prevenirla e/o migliorarla.

Innanzitutto facciamo attenzione ai sintomi. La localizzazione della cervicalgia è variabile, per questo è importante valutarla con attenzione in modo da rilevare la natura della patologia anche attraverso altri fattori come il coinvolgimento dei nervi, articolazioni e muscoli o la presenza di una infiammazione pregressa. Il sintomo più frequente è quello di un dolore localizzato al collo (la muscolatura è contratta e rigida, i movimenti sono compromessi), ma strettamente legato a questo fastidio è anche il mal di testa (fino ai casi più gravi con nausea, capogiri, vertigini e offuscamenti). Per inquadrare meglio i sintomi è importante anche conoscere le cause di questo disturbo piuttosto diffuso: traumi (come colpi di frusta causati da incidenti, colpi di freddo o sollevamento di carichi in condizioni sfavorevoli), la postura scorretta (nella vita quotidiana e notturna, in ufficio e in auto) sulla quale possono influire negativamente (e quindi, viceversa è possibile intervenire su questi fattori per eliminare qualche concausa), lo stress emotivo e psicofisico, la sedentarietà, i problemi dentali (malocclusione o errato appoggio dei denti a bocca chiusa).

In tema di prevenzione, quindi, bisogna guardare con attenzione alla propria quotidianità, innanzitutto cominciando da quelli che possono essere considerati ausili per mantenere una postura corretta al lavoro, a casa, al ristorante: scegliete una sedia che vi faccia mantenere la colonna vertebrale perpendicolare al pavimento, appoggiate entrambi i piedi a terra (evitando quindi di accavallare le gambe), appoggiate entrambi gli avambracci al piano di lavoro, non curvate la schiena o piegate il collo mentre lavorate, leggete, disegnate… E di tanto in tanto alzatevi per concedervi qualche minuto di stacco con una breve camminata (basta solo qualche minuto) e/o per qualche esercizio di stretching che alleggerisca la tensione muscolare.

Anche quando si va a letto è importante mantenere una corretta postura per garantire il rilassamento muscolare e un corretto recupero notturno. Posizione comoda (grazie anche a un materasso confortevole a a un giusto cuscino che offra il giusto sostegno alla colonna e impedisca al collo di assumere posizioni sbagliate) che permetta di mantenere la linea del collo in asse con la restante parte della colonna vertebrale in totale assenza di disequilibrio. Evitate la posizione prona e prediligete quella supina.

Non sottovalutate il problema e cercate per quanto possibile di evitare di mantenere la stessa posizione troppo a lungo nell’arco della giornata perché favorisce la rigidità di articolazioni e muscoli indeboliti. Svolgete qualche semplice esercizio – come piccoli piegamenti e rotazioni del viso e del collo e dei gomiti (portando le mani alle spalle) sia in senso orario sia in senso antiorario – ed evitate di farvi massaggiare da chi non sia uno specialista. Ricordate, niente movimenti bruschi che potrebbero aggravare la patologia. Se avete voglia oltre alla ginnastica posturale, altre attività sportive che possono giovare alla patologia sono il nuoto (lo stile da preferire è il dorso), lo yoga e il pilates tutte attività che evitano i sovraccarichi del collo.