Vitamina D

 


La vitamina D non protegge il cervello dal declino cognitivo

Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Nutritional Neuroscience, promosso dai ricercatori dell’Università di Adelaide (in Australia), la vitamina D non ha alcun effetto neuroprotettivo sul cervello, tale da poter evitare l’insorgere di disturbi cerebrali quali la demenza, l’Alzheimer, il Parkinson o la sclerosi multipla o da rallentarne lo sviluppo.

Durante il secolo scorso, vari studi preclinici e clinici hanno avanzato l’ipotesi di una correlazione tra il livello di vitamina D nel corpo e lo sviluppo di malattie neurodegenerative. I ricercatori australiani hanno selezionato 73 di questi studi, valutandone le metodologie, la dimensione dei campioni e la qualità. Da queste indagini si era evinto che i pazienti affetti da malattie neurodegenerative presentavano la tendenza ad avere bassi livelli di vitamina D rispetto ai soggetti sani.

Per tal ragione, è emersa l’ipotesi che “l’aumento dei livelli di vitamina D, attraverso una maggiore esposizione ai raggi UV e al sole o tramite l’assunzione di integratori, potrebbe potenzialmente avere un impatto positivo”, come ha affermato Krystal Iacopetta. Tuttavia, nonostante l’analisi sistematica e approfondita del materiale raccolto, i risultati hanno indicato che manca una solida evidenza a supporto di questa ipotesi. Pur essendo stati riscontrati effetti benefici dell’esposizione al sole, la quale, indipendentemente dalla produzione di vitamina D, potrebbe essere protettiva contro la sclerosi multipla, l’Alzheimer e il Parkinson, ciò non sarebbe causato dalla sintesi della vitamina D.

In conclusione, “l’analisi dimostra che il legame tra vitamina D e i disturbi del cervello è, probabilmente, associativo, ma non è dovuto a una relazione direttamente causale”. Pertanto, ad oggi, la vitamina D non ha un chiaro beneficio neuroprotettivo sul cervello.



felicità

 


Fare movimento è la chiave per la felicità

Sedentarietà e pigrizia contribuiscono alla nostra infelicità. Una buona percentuale della nostra felicità è infatti frutto dell’attività fisica, che accresce non solo il benessere fisico ma anche quello mentale.
Tutto merito delle endorfine, delle molecole liberate dal cervello, più particolarmente dall’ipotalamo e dall’ipofisi, veri e propri neurotrasmettitori della felicità, che vengono rilasciati proprio quando pratichiamo attività fisica o quando viviamo un’esperienza gioiosa e stimolante.

È dimostrato che le endorfine hanno degli effetti sull’organismo simili alla morfina o all’oppio. Gli sportivi provano sensazioni di benessere, di euforia, di potenza, di leggerezza e di estasi dopo una trentina di minuti di sforzo e dopo l’allenamento.

Uno studio pubblicato sulla rivista Journal of Happiness Studies dai ricercatori dell’Università del Michigan di Ann Arbor (Stati Uniti), conferma che le persone che si allenano regolarmente avrebbero dal 30 al 50% di probabilità in più di essere felici rispetto a quelle che conducono una vita sedentaria.
Questi analizzando il rapporto tra felicità e attività fisica, su 23 studi differenti, hanno scoperto l’esistenza di un’associazione diretta o indiretta tra questi due fattori. In particolar modo è emerso che rispetto alle persone inattive, quelle che praticavano poco movimento avevano in media il 20% di probabilità in più di essere felici, la percentuale saliva al 29% tra quelle mediamente attive, mentre gli individui molto attivi avevano probabilità maggiori del 52% di essere felici.

E’ importante inoltre sottolineare che l’attività fisica non è prerogativa solo dei soggetti di giovane età, ma anche e soprattutto nella fase della terza età, bisogna evitare a tutti i costi la sedentarietà preferendo ad essa qualunque tipo di movimento. Muoversi significa fare qualcosa per se stessi, dedicarsi del tempo, si tratta di una coccola che non fa che aumentare il buonumore e lo stato di soddisfazione personale. Infatti, sappiamo bene che praticare una costante attività fisica è fondamentale sia per mantenerci in linea (o riconquistare la linea perduta) sia per prevenire numerose patologie, tra cui quelle di origine cardiovascolare, l’obesità e il diabete.

Weiyun Chen, che ha coordinato lo studio spiega: “I nostri risultati suggeriscono che la frequenza e il volume dell’attività fisica costituiscono fattori essenziali nella relazione tra esercizio fisico e felicità ed è emerso soprattutto, che anche un piccolo cambiamento nell’attività fisica può fare la differenza sul grado di felicità”. Fare sport è quindi un’ottima terapia anti – tristezza.



cibi

 


Ecco i cibi consigliati per contrastare l’avanzare dell’età

Uno stile nutritivo adeguato è fondamentale per la qualità della vita e il benessere psico-fisico dei soggetti di ogni fascia d’età. Tuttavia, con l’avanzare degli anni, l’alimentazione svolge non solo una funzione nutritiva, come nell’adulto sano, ma assume anche un ruolo preventivo per contrastare i segni del tempo.

È, infatti, cruciale per contrastare le malattie cardiovascolari, l’insorgenza del diabete, disturbi legati al metabolismo e per rallentare lo sviluppo del declino cognitivo.
Una corretta alimentazione può, inoltre, impedire la comparsa o l’aggravarsi di malattie come obesità, la malnutrizione o la sarcopenia che sono strettamente correlate ad essa.

Per poter adottare uno stile alimentare sano e corretto e, in tal modo, prevenire queste patologie, è necessario, innanzitutto, riconoscere i nutrienti indispensabili, individuare in quali alimenti sono presenti e qual è la dose giornaliera raccomandata per una dieta equilibrata.

In primo luogo, tra i nutrienti più importanti, svolgono un ruolo fondamentale le proteine. Esse si possono assumere attraverso alimenti come la carne, il pesce, i legumi, il latte, lo yogurt e i formaggi. Hanno una funzione strutturale, immunitaria e, in parte, anche energetica per l’organismo. Servono, pertanto, a mantenere la massa muscolare o a recuperare la muscolatura, prevenendo la sarcopenia.

In secondo luogo, non devono mai mancare le vitamine. Gli alimenti più ricchi sono quelli di origine vegetale come ortaggi, verdure, frutta, legumi ma si trovano vitamine anche nel pesce e nella carne. Hanno una funzione protettiva antiossidante per l’organismo. Necessarie sono le vitamine del gruppo B, la vitamina E, la vitamina C e la vitamina D. Negli anziani sono estremamente utili per attenuare gli effetti degenerativi e di declino neurofisiologico, combattere i radicali liberi e proteggere le cellule.

Di estrema importanza sono anche gli Omega 3, acidi grassi essenziali, presenti in maggiori quantità nel pesce, nella frutta secca e nell’olio di semi di lino. La loro funzione principale è antinfiammatoria e ipotensiva: proteggono dai disturbi cardiovascolari e dal rapido declino cognitivo.

In ultima istanza, è fortemente consigliato tenere sotto controllo i sali minerali, utili per il tono muscolare, la struttura ossea e per migliorare la memoria. Essi sostengono il sistema immunitario e costituiscono un fattore imprescindibile nella trasmissione degli impulsi nervosi. Tra di essi è indicato il magnesio, il selenio e lo zinco che si trovano nei liquidi (soprattutto nell’acqua), nei legumi, nei cereali integrali e nella frutta secca.



 


Semplici esercizi per mantenere allenata la muscolatura

L’attività fisica è importante a tutte le età. Serve a tenere allenati e tonici i muscoli, a mantenere in forma e benessere l’organismo, difendendolo e salvaguardandolo da malattie, disturbi e problemi alle articolazioni. È, inoltre, essenziale per preservare la stabilità e un corretto equilibrio del corpo.
Per tal ragione, è necessario mantenersi costantemente attivi anche in età avanzata, per impedire una rapida perdita di massa muscolare. A tal fine, è possibile acquisire sane abitudini e svolgere settimanalmente alcuni semplici esercizi, sia fuori che dentro casa.

THAI-CHI E YOGA
Molto in voga ed estremamente salutari sono attività come il thai-chi e lo yoga, consigliate anche per la terza età perché a bassissimo rischio di lesioni. Questi esercizi si possono realizzare facilmente, non necessitano di particolari abilità o attrezzature e aiutano a mantenere un saldo equilibrio. Sono adatti a tutte le persone sedentarie e a coloro che temono attività molto intense e sforzi eccessivi, poiché l’allenamento esclude probabilità di danni o lesioni e può essere svolto gradualmente, dai movimenti più semplici a quelli più articolati.

CAMMINARE E FARE LE SCALE
Il dottor Andrea Tettamanti, coordinatore servizio di fisioterapia dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e direttore del corso di laurea in fisioterapia dell’Università Vita Salute San Raffaele raccomanda di “fare le scale invece di usare l’ascensore, andare a piedi invece di prendere l’autobus, portare fuori il cane”. Questi consigli, per nulla scontati, si rivelano decisamente validi ed efficaci: promuovono il movimento e un maggior benessere fisico.

STRETCHING
Secondo uno studio di fisiologia del muscolo pubblicato su The Journal of Physiology, anche lo stretching è utile per mantenere in forza i muscoli nell’età d’argento. Questo può essere svolto persino nei soggetti con mobilità ridotta. La ricerca, condotta sui topi, ha evidenziato un certo miglioramento della funzione vascolare degli arti inferiori dopo un allungamento statico di 30 minuti al giorno per quattro settimane.
“Gli esercizi di allungamento muscolare, statici o dinamici”, afferma però Terramanti “sono praticati prima o dopo un allenamento intensivo come riscaldamento e per mantenere la flessibilità articolare. In generale, anche nella riabilitazione neuromuscolare, vengono abbinati ad altre attività, sono cioè parte di un percorso e non sostituiscono l’attività muscolare”.

Con la terza età e lunghi periodi di inattività, l’anziano diviene più vulnerabile e soggetto a sarcopenia, ossia una minore funzionalità dei muscoli che perdono massa, forza e capacità contrattive. Tutto ciò, aggiunto a un minor controllo neuromotorio, peggiora ancor di più la situazione.

Per contrastare questi effetti e rallentare il declino fisico è, pertanto, decisivo praticare regolarmente attività ed esercizi fisici, strutturati e non strutturati, come camminare, fare le scale, allungare i muscoli. Il livello minimo di attività da svolgere, adatto a tutti, è di cinque volte a settimana per 30-40 minuti.



ipertensione

 


Dieta iposodica e dieta Dash come rimedi per l’ipertensione

L’ipertensione, il killer silenzioso più diffuso nei paesi industrializzati, è uno stato in cui la pressione arteriosa a riposo è costantemente superiore alla norma. Questa condizione non comporta alcun disturbo particolare e agisce nell’ombra, degenerando in complicanze severe, talvolta dall’esito mortale.

Una ricerca pubblicata sulla rivista Journal of the American College of Cardiology dagli scienziati della Johns Hopkins University School of Medicine di Baltimora (Usa), sostiene che a contribuire ad abbassare la pressione arteriosa sistolica sia la combinazione di due regimi alimentari: la dieta iposodica, una terapia alimentare caratterizzata da un basso apporto di sodio e dall’eliminazione del sale discrezionale, e la dieta Dash, promossa dal National Heart, Lung, and Blood Institute e dall’American Heart Association, caratterizzata dall’apporto di frutta, verdura, cereali integrali, latticini a basso contenuto di grassi o privi di lipidi, pesce, pollame, legumi, semi e noci.

Gli scienziati di Baltimora hanno coinvolto 412 adulti ambosessi, di età compresa tra i 23 e i 76 anni, con un stato di pre-ipertensione o di ipertensione di 1° grado, dividendoli in quattro gruppi e invitandoli a seguire la dieta Dash da sola, la dieta iposodica, le due diete combinate o un’alimentazione di controllo (basata sul profilo medio di macronutrienti e micronutrienti assunti dalla popolazione statunitense) per un periodo di 12 settimane.

Il risultato è stato evidente già dopo quattro settimane: i membri che avevano seguito la dieta combinata mostravano una riduzione media della pressione sistolica di 11 mmHg.
Stephen P. Juraschek, che ha diretto lo studio dice: “I nostri risultati si aggiungono alle prove che gli interventi dietetici sono altrettanto efficaci o più efficaci dei farmaci anti-ipertensivi nei soggetti a più alto rischio e dovrebbero rappresentare la prima opzione di trattamento per questi individui”.
I pazienti con ipertensione grave possono, quindi, trarre grandi vantaggi seguendo una dieta sana e povera di sodio.



arancia

 


Un succo d’arancia al giorno previene il declino cognitivo

L’arancia è tra i più benefici dei frutti, con il suo alto contenuto di vitamina C che aumenta la resistenza del corpo umano contro i vari agenti chimici, fisici e ambientali.
Ma contiene anche dei composti polifenolici, meno conosciuti, che sono i flavonoidi.

Secondo uno studio pubblicato sull’American Journal of Clinical Nutrition, dei ricercatori dell’Università di Reading (Inghilterra) questi composti potrebbero fare molto bene alla salute del cervello, rafforzando memoria, fluenza verbale e tempi di reazione degli anziani.

Nel corso della ricerca, gli autori hanno chiesto a 37 partecipanti, di età compresa tra 60 e 81 anni, di bere ogni giorno 500 ml di succo d’arancia, per un periodo di otto settimane.
All’inizio e alla fine dell’esperimento, i volontari hanno dovuto eseguire un test volto a misurare le seguenti prestazioni cognitive: memoria, tempi di reazione e capacità comunicative.
Al termine, i ricercatori hanno osservato che il consumo della bevanda aveva, in meno di due mesi, migliorato le prestazioni cognitive degli anziani: infatti, durante la seconda esecuzione del test i punteggi riportati dai partecipanti sono stati più alti dell’8%, rispetto a quelli ottenuti nella prova iniziale.

Il miglioramento delle facoltà cognitive dei volontari sarebbe dovuta all’azione benefica dei flavonoidi, di cui le arance sono ricche. Queste sostanze sono, infatti, note alla scienza per la loro capacità di rafforzare la memoria.
Daniel Lamport, che ha guidato la ricerca, dice: «Il nostro studio rafforza le numerose prove dell’importanza del ruolo degli alimenti ricchi di flavonoidi nella lotta contro il declino cognitivo».
In tarda età, quindi, bere un succo d’arancia al giorno migliora le facoltà cerebrali e previene il declino cognitivo.



memoria

 


Memoria: riposino pomeridiano aiuta

Nell’era della frenesia, della velocità e della competizione a tutto campo è sempre più difficile concedersi del tempo per fare un bel riposino pomeridiano.
Ma la pennichella aiuta a memorizzare le informazioni, soprattutto quelle a noi più vantaggiose e a sostenerlo è uno studio pubblicato sulla rivista eLife, dei ricercatori dell’Università di Ginevra (Svizzera), coordinati da Kinga Igloi.
Che il sonno, in generale aiuti a consolidare la memoria è una cosa risaputa ma grazie a questo studio possiamo aggiungere che consente anche di selezionare e rievocare i ricordi che hanno un valore gratificante.

ESPERIMENTO
L’esperimento dimostrativo è stato condotto su 31 persone alle quali è stato chiesto di memorizzare otto coppie di immagini, precisando loro che se fossero stati in grado di ricordare 4 specifiche coppie di foto, avrebbero ottenuto una ricompensa extra.
Successivamente alla memorizzazione sono stati concessi 90 minuti di pausa, tempo in cui a metà dei volontari è stato possibile fare un sonnellino pomeridiano e all’altra metà solo di concedersi qualche svago ma non di dormire.
Conclusa la pausa, tutti i soggetti sono stati invitati a rispondere ad alcuni quesiti sulle immagini memorizzate e di indicare, per ciascuna domanda, quanto si sentissero sicuri di fornire una risposta corretta.

Dopo tre mesi i ricercatori hanno sottoposto i partecipanti ad un test a sorpresa nel quale i volontari sono stati invitati a ricordare le coppie di immagini, questa volta analizzando però l’attività celebrale attraverso una risonanza magnetica.

RISULTATI
I due esperimenti hanno prodotto esiti diversi.
Al termine di quello eseguito dopo la pausa di 90 minuti, il gruppo che aveva dormito ha fornito, nel complesso, risposte migliori ma senza differenza sostanziale dall’altro gruppo.
Invece, nel test eseguito 3 mesi dopo, la differenza è stata più marcata, infatti i soggetti che avevano dormito ricordavano meglio degli altri le immagini collegate ad una ricompensa extra e apparivano più sicuri di fornire la risposta esatta, nonostante fossero passati 90 giorni dal momento in cui avevano memorizzato le foto.

Così la ricerca dimostra che il sonno aiuta a consolidare i ricordi, dando priorità a quelli che hanno maggiori possibilità di garantire il successo e la sopravvivenza.
Dalla risonanza si evidenziava, inoltre, che i partecipanti che avevano schiacciato il pisolino mostravano una maggiore connettività tra l’ippocampo e le altre due aree del cervello coinvolte nel consolidamento della memoria e nell’elaborazione della ricompense, la corteccia prefrontale mediale e lo striato.

Secondo gli esperti, ciò significa che il sonno rafforza i legami tra le aree del cervello incaricate di memorizzare le informazioni e di elaborare le gratificazioni.
Prendersi una piccola pausa, per concedersi un riposino, può essere molto utile soprattutto a quei soggetti, come gli anziani, che hanno bisogno di aiutare il cervello al ricordo e alla memorizzazione degli eventi.



matrimonio

 


Non diffidate del matrimonio protegge dalle demenze senili

Il matrimonio porta a condurre uno stile di vita più sano e agevola i rapporti sociali, proteggendo così dalle demenze senili. Non abbiate paura del matrimonio, potrebbe salvare il vostro cervello e lo dice una ricerca pubblicata sulla rivista The Journal of Neurology Neurosurgery & Psychiatry degli scienziati della University College London e della Camden and Islington NHS Foundation Trust di Londra (Regno Unito), secondo cui i single e i vedovi avrebbero maggiori probabilità di andare incontro al declino cognitivo.

I ricercatori coinvolgendo complessivamente ottocentomila persone residenti in Europa, Asia, Nord e Sud America, hanno scoperto che in media i single hanno probabilità maggiori del 42% di ammalarsi di demenza rispetto alle persone coniugate.
Gli studiosi ipotizzano che i vantaggi, in termine di salute mentale, sperimentati dalle persone sposate potrebbero essere dovuti al fatto che questi individui hanno una maggiore tendenza a condurre uno stile di vita salutare e ad avere rapporti sociali più assidui.
L’isolamento sociale, spiegano i ricercatori, rappresenta infatti un fattore di rischio per la demenza.

MATRIMONIO E SALUTE
Un’unione matrimoniale felice porta ad una vita più salutare, rendendo i coniugi più propensi a condurre uno stile di vita sportivo e a tenersi sotto controllo a livello medico.
Questo fa sì che le coppie sposate vivano anche più a lungo.
La ricerca ha individuato che gli individui non sposati abbiano due volte in più la possibilità di morire prematuramente rispetto a chi invece ha compiuto il grande passo. I benefici del matrimonio per la salute sono molti, le coppie sposate hanno meno probabilità di essere depressi e di contrarre malattie mentali.
Stessa cosa per gli attacchi di cuore che sono del 66% meno probabili nei coniugi piuttosto che nei single.
Per quanto riguarda la sopravvivenza ai tumori, specialmente quello al colon, la possibilità di sopravvivenza aumenta nelle coppie sposate.
Lo studio ha rivelato poi che gli uomini felicemente sposati hanno il 64% di possibilità in meno di avere un ictus e il rischio di diventare alcolizzati nelle coppie sposate è inferiore del 70% rispetto alla norma.
Come se non bastasse le donne con un matrimonio felice riescono anche a dormire meglio la notte.

Fondamentalmente ciò che è più importante per evitare la degenerazione celebrale è evitare di isolarsi, chiudersi in casa senza interagire con il mondo esterno.
Non importa se grazie ad un marito, una moglie, un amico o un parente che ti tiene compagnia.
Il matrimonio è solo il sistema sociale più pratico e conformista che esista per non considerarsi soli.



cioccolato

 


I benefici del cioccolato fondente

Buone notizie per i golosi di cioccolato.
Due studi presentati dai ricercatori statunitensi dell’Università di Loma Linda durante la conferenza “2018 Experimental Biology meeting”, che si è svolta dal 21 al 25 aprile a San Diego (USA), suggeriscono che il consumo di cioccolato fondente potrebbe ridurre lo stress e le infiammazioni, migliorando non solo l’umore, ma anche la memoria e le difese immunitarie.

I ricercatori hanno osservato l’impatto che grandi quantità di cacao, assunte in piccole dosi, ha negli esseri umani, scoprendo che più alta è la concentrazione di cacao, maggiore è l’impatto positivo sulla cognizione, la memoria, l’umore e le difese immunitarie.

L’analisi della prima ricerca ha dimostrato che il consumo di cacao influenza diverse vie di segnalazione intracellulare coinvolte nell’attivazione delle cellule T, nelle risposte immunitarie cellulari e nei geni implicati nella segnalazione neuronale e nella percezione sensoriale, quest’ultima potenzialmente associata alla capacità del cervello di modificare la propria struttura e le proprie funzionalità in base all’attività dei propri neuroni.

Nel corso del secondo studio, gli scienziati hanno esaminato l’attività elettrica dell’encefalo in risposta al consumo di 48 grammi di cioccolato fondente, con una misurazione effettuata sottoponendo i volontari all’elettroencefalografia a distanza di 30 minuti e di 120 minuti dall’assunzione dell’alimento.

Al termine dell’esperimento è emerso che mangiare cioccolato può aumentare l’abilità dell’encefalo di cambiare dal punto di vista strutturale e funzionale nel corso del tempo e in base alle esperienze.
Il consumo di cioccolato fondente, bandito dalle diete per il suo alto contenuto calorico, sta lentamente guadagnando fiducia anche tra i consumatori più attenti alla linea grazie alle sue doti nascoste con ottimi benefici sulla salute e sulla bellezza.

Oggi grazie a questa ricerca possiamo senz’altro affermare che il ciccolato interviene positivamente sull’iperplasticità e neuroplasticità celebrale migliorando la memoria e l’apprendimento e potrebbe anche abbassare i livelli di stress e ridurre le infiammazioni.



memoria

 


Oggi è possibile bloccare l’enzima che ci fa perdere la memoria

Ormai da diversi anni scienziati e industrie farmaceutiche stanno cercando di creare farmaci capaci di bloccare l’enzima Hdac2, responsabile
della disattivazione di molti geni necessari per la memorizzazione e l’apprendimento. Ma la maggior parte dei medicinale oggi in commercio determinano effetti collaterali tossici poiché arrestano anche altri membri della famiglia Hdca, in particolare l’Hdca1 che risulta necessario per la proliferazione cellulare e la produzione di globuli bianchi e rossi.

I ricercatori del Mit (Massachusetts institute of technology ) di Cambrige, hanno invece trovato il modo di arrestare soltanto l’enzima Hdac2, senza provocare effetti collaterali nocivi.

Da tale studio è emerso che l’Hdac2 appare elevato nel cervello dei topi e negli umani affetti da Alzheimer quindi dopo aver analizzato il cervello di alcuni pazienti di Alzheimer defunti, gli scienziati hanno infatti rilevato una correlazione quasi perfetta tra i livelli di Hdac2 e quelli di Sp3 (gene partner).

Pertanto provando ad abbassare i livelli di Sp3 in alcuni topi affetti da Alzheimer, hanno dimostrato che la disattivazione di Sp3 ha ripristinato la capacità degli animali di formare ricordi a lungo termine.

Scoprendo così che alcuni frammenti di proteine sono capaci d’interrompere la connessione tra Sp3 e Hdac2 e di disattivare il blocco dei geni della memoria, senza interferire con la proliferazione cellulare.

Il passo successivo della ricerca consiste nell’individuare molecole più piccole che potrebbero essere usate più facilmente all’interno dei farmaci.
Queste molecole potrebbero non solo arrestare la perdita della memoria nei pazienti di Alzheimer ma anche favorire il trattamento di altri disturbi associati ad alti livelli di Hdac2, come il disordine post-traumatico da stress.
Una scoperta importantissima quindi anche per la cura di malattie neuro-generative molto diffuse ma ancora oggi senza reali soluzioni di cura.