Secondo una recente ricerca scientifica, durante l’età d’argento si avrebbe una maggiore tendenza a vedere il lato positivo delle cose e ad apprezzare la propria qualità di vita.

Vale a dire che con il passare degli anni le persone tendono a diventare più ottimiste. Questo quanto sostenuto dallo studio presentato durante il congresso dell’American Society of Aging alla “Aging in America Conference 2017“, curato dall’organizzazione di ricerca indipendente Norc dell’Università di Chicago (USA).

Gli studiosi hanno intervistato 3026 adulti di età pari o superiore ai 30 anni. Le domande del sondaggio erano studiate per valutare il loro stato d’animo e le loro opinioni su diversi argomenti. Al termine dell’analisi dei dati, è emerso che la percezione dell’invecchiamento migliorava con il passare degli anni: il 66{5e7528207bbabd3d97c131453c4493725b8ac512835c5dbaca13fa301ec2884e} dei settantenni era ottimista circa gli effetti della vecchiaia sulla propria vita, mentre fra i trentenni il dato si fermava al 46{5e7528207bbabd3d97c131453c4493725b8ac512835c5dbaca13fa301ec2884e}.

Non soltanto. L’indagine ha mostrato che con il passare degli anni aumentavano anche i sentimenti di fiducia e la sensazione di sentirsi protetti in relazione alle proprie finanze e un maggiore apprezzamento per la propria qualità di vita: i 2/3 degli ultrasettantenni valutano la loro esistenza come eccellente (o molto buona), mentre solo il 50{5e7528207bbabd3d97c131453c4493725b8ac512835c5dbaca13fa301ec2884e} di trentenni e quarantenni ha manifestato lo stesso grado di soddisfazione.

 

Insomma, il pessimismo sembra crescere fino alla mezza età, ma poi diminuisce durante l’età avanzata. I settantenni, sono meno propensi a preoccuparsi per le loro condizioni di salute, per la perdita della memoria o per la possibilità di essere ricoverati in una casa di cura. Inoltre, sono meno inclini a credere che con la vecchiaia potessero rischiare di perdere la propria indipendenza o l’amore dei propri cari. Infine, secondo gli anziani, la vecchiaia comincia più tardi: mentre i trentenni ritengono che inizi a 65 anni, per gli ultrasessantenni non è così.

Secondo i ricercatori, tutto questo è dovuto al fatto che le persone anziane riescono ad apprezzare alcuni aspetti della vita che da giovani si è soliti trascurare, come per esempio le relazioni interpersonali e la spiritualità. Dedicarsi a queste attività quindi potrebbe migliorare il benessere generale della persona.

Inoltre, questo studio ci insegna a modificare la visione stereotipata e negativa che si ha della vecchiaia (anche perché la psicologia ci insegna che lo stereotipo sociale negativo -in questo caso del vecchio triste e scorbutico – può influenzare lo stile cognitivo di un individuo e riverberare sulla salute psicofisica attuale e futura, generando vere e proprie malattie in età senile) e ci indirizza verso una nuova concezione dell’invecchiamento caratterizzata dalla ricerca di benessere e soddisfazione.
L’ottimismo, insomma, aumenterebbe il benessere… E con il benessere si incrementerebbe l’ottimismo: un circolo virtuoso che è un bene innescare, perché come sostenuto anche dal Dr. Luigi Ferrucci che – ipotizzando la presenza del fenomeno noto come “la profezia che si autoavvera“, in base al quale il soggetto tende inconsapevolmente a realizzare le proprie aspettative positive o negative che siano – così si riducono i rischi di sviluppare patologie. L’ottimismo, insomma, previene gli acciacchi della terza età. E poi chi l’ha detto che la vecchiaia ha solo lati negativi?