Uno studio presentato dai ricercatori statunitensi della Boston School of Medicine durante la conferenza “Experimental Biology 2017”, svoltasi a Chicago lo scorso aprile, ha messo in discussione la consapevolezza secondo cui una dieta ricca di sale sarebbe la causa principale della pressione alta.

Lo studio ha evidenziato che anche poco sale nella dieta potrebbe aumentare il rischio d’ipertensione arteriosa. Potrebbe sembrare un paradosso, ma un consumo troppo basso di sodio potrebbe avere le stesse conseguenze negative come un’assunzione troppo elevata. Gli esperti consigliano, per mantenere la pressione sanguigna nella norma, di consumare elevate dosi di cloruro di sodio e magnesio piuttosto  che ridurre l’introito giornaliero di sale.

Nel corso della ricerca, gli autori hanno monitorato lo stato di salute e le abitudini alimentari di 2.632 persone di età compresa tra 30 e 64 anni, che avevano preso parte al Framingham Offspring Study. All’inizio dell’indagine, tutti i partecipanti hanno livelli normali di pressione sanguigna. Dopo 16 anni, è emerso che i soggetti che consumavano meno di 2,5 milligrammi di sodio al giorno avevano una pressione sanguigna superiore a quella delle persone che ne assumevano di più. Secondo gli studiosi, i risultati suggeriscono l’esistenza di una “relazione a forma di J” tra il rischio cardiovascolare e il consumo di sodio. Ciò significa che sia le diete a basso contenuto di sodio, sia quelle caratterizzate da un’elevata presenza di sale aumenterebbero il rischio di sviluppare malattie cardiache.

“Non abbiamo osservato nessuna prova che dimostri che una dieta povera di sodio abbia effetti positivi sulla pressione sanguigna nel lungo termine – spiega Lynn L. Moore, che ha diretto la ricerca -. I nostri risultati si aggiungono alle evidenze scientifiche che suggeriscono che le attuali raccomandazioni sull’assunzione di sodio potrebbero essere errate”.

Lo studio ha dimostrato, inoltre, l’importanza del consumo di potassio. Il team ha, infatti, scoperto che gli individui che avevano la pressione sanguigna più bassa erano coloro che assumevano alte dosi di sodio e potassio. Invece, le persone che avevano livelli pressori più elevati erano quelle che consumavano le quantità inferiori di sodio e potassio. Buone fonti di potassio derivano da albicocche, avocado, fichi secchi, patate, fagioli, melone, agrumi e banane.

Analizzando l’introito giornaliero di magnesio (verdura a foglia verde, come spinaci, bietole, biete coste ed erbette; semi di zucca al naturale; germogli di soia; frutta a guscio come mandorle, nocciole e noci; cacao amaro e cioccolato extra fondente; legumi come piselli e fagioli; cereali e farine integrali) e calcio (latte, fichi, salmone, broccoli, edamame, cime di rapa, cavolo nero, sardine, arancie, fagioli, mandorle) sono stati riscontati effetti simili: livelli di consumo più alti erano associati a una pressione arteriosa più bassa e viceversa.

“Questo studio, come altre ricerche precedenti, sottolinea l’influenza positiva di un elevato consumo di potassio sulla pressione sanguigna e sulla salute cardiovascolare – conclude la dottoressa Moore -. Spero che la ricerca servirà a riformulare le attuali linee guida alimentari per gli americani, evidenziando l’importanza di aumentare l’assunzione di alimenti ricchi di potassio, calcio e magnesio, per mantenere una sana pressione sanguigna”.